ANY GIVEN FRIDAY
Ogni Maledetto Venerdì #16

 
13 Novembre 2020
 

È di nuovo venerdì e seguendo la traiettoria del volo di un moscone – dal ronzio più emozionante di tante cose sentite ultimamente – ho percepito l’esigenza, da parte dell’Universo, di sapere (anche) la mia sulle ultime pubblicazioni musicali del Belpaese; è per questo che, signore e signori, ho deciso di comunicare urbi et orbi il mio bollettino del giorno sulle nuove uscite del pop italiano. Sì, quel tragico, ribollente pentolone traboccante degli sguardi impietosi di chi dice che la musica nostrana fa schifo, di chi “parti Afterhours, finisci XFactor”, di “Iosonouncane meno male che esisti“, di “Niccolò Contessa ma quando ritorni”, di Vans, libri citati mai letti e film repostati mai visti che ogni venerdì rinfoltisce la sua schiera di capipopolo di cuori infranti con una nuova kermesse di offerte per tutti i gusti e i disgusti. Ecco, di questo calderone faccio parte come il sedano del soffritto, quindi non prendete come un j’accuse quello che avete letto finora: è solo un mea culpa consapevole ed autoironico – ridiamoci su! che una risata ci seppellirà, per fortuna, prima o poi – a preparare lo sfortunato lettore alla breve somma di vaneggi e presuntosi giudizi che darò qui di seguito, quando vi parlerò delle mie tre uscite preferite del weekend, e della mia delusione di questo venerdì. Sperando di non infastidire nessuno, o forse sì.

TOP


BIANCO feat. DENTE
Morsa

Vabbè, sono impazzito. Una settimana fa Giorgione, e oggi questo. Bianco, a braccetto con Dente, si fa di corsa tutta la strada che porta al centro dello stomaco, e dallo stomaco risale verso la testa lasciando spalancata la bocca in un afono cenno di contemplazione del Bello. “Morsa” possiede un equilibrio tutto suo, rimanendo saldamente incollata al filo sottile del mantra centrale, che come un’omelia solare ricorda il potere salvifico dell’umanità, e riaccende una luce flebile ma tenace nel cuore di chi non ha smesso di credere nell’Uomo. Non esistono cose inessenziali, non c’è spazio – nel ridotto tempo che ci pertiene – per lasciar respiro alla superficialità, alle occasioni mancate: ogni giorno, alzarsi con una nuova illusione e prendere il 109 per la Rivoluzione. Cos’era, Rino Gaetano? Ah sì. Sorriderebbe, oggi, pensando ai suoi nipoti diversi Bianco e Dente, che da anni portano avanti una rivoluzione culturale che passa dall’etica per arrivare all’estetica. Innamorato, e felice.


ARIETE
18 anni

Lo sapete, voi tre o quattro folli (ciao mamma!) che leggete il mio delirio del weekend ad ogni venerdì, che ho debole per ARIETE. La seguo dall’inizio, e da tempo aspettavo un brano come “18 anni” per confermare la bontà della mia intuizione; prima di oggi, infatti, la giovanissima fiamma del nuovo cantautorato romano (e oltre) aveva sfornato dimostrazioni di forza stilistica forti di un’identità ben definita, certo, ma senza dar prova di una reale crescita organica, di pubblicazione in pubblicazione. Ecco, l’ultimo singolo di ARIETE spariglia le sicurezze raggiunte e dà il giusto overdrive ad una produzione che sa valorizzare il potenziale di una scrittura consapevole, poetica nel suo senso più puro – perché ascrivibile ad una millenial weltanschauung precisa, e in urgente emergenza, che ARIETE e prima ancora gli PSICOLOGI hanno contribuito a creare. Sempre più convinto della bontà della mia scommessa.


IBISCO
Ragazzi

Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte da pazzia e da abbandono, riverse nell’incuria sovraffollata di un mercato sempre più cinico e disattento alla Bellezza che insorge; ho visto buffoni di corte diventare principi, e principi perdere la corona tra la polvere di playlist feudali, di arroccamenti social e di morbi da riproduzione casuale. Ho osservato canzoni da balera diventare inni generazionali, esibizioni talentuose trasformarsi in talenti esibizionisti nella costruzione in permanente smantellamento di nuove divinità da adorare, giusto per il tempo di un caffé. Nella nuova cosmogonia invertita di questo millennio già affannato, Ibisco trova posto tra i BIG perché è un principe della nuova canzone d’autore, e “Ragazzi” – dopo “Meduse”, brano del quale trovate una bollentissima autopsia qui – è la prova che la mia fede nel progresso è ben riposta. Che altro serve che vi dica? Ci sono cose che esistono indipendentemente dalla volontà deterministica dell’uomo. Le melodie di Ibisco, così come il suo modo sacrale di trattare il profano, fanno parte di quelle suppurazioni naturali del genio creativo che, nei giusti contesti storico-ambientali, hanno saputo portare, in passato, la struttura di riferimento a cambiare: c’è sinergia tra poli distanti e diversi, in Ibisco, che trova un suo magico equilibrio nella nostra disperata fiducia in un domani nuovo, che rimetta i buffoni al loro posto, una volta per tutte. Ibisco è una delle menti migliori della mia generazione; per questo, sento il dovere di difenderne l’esistenza.

FLOP


WILLIE PEYOTE
La depressione è un periodo dell’anno

Allora, come iniziare. Inizio ricordando a tutti che questo bollettino è parziale, presuntuoso, rancoroso e costruito su una buona base di nervosissima invidia che ad ogni weekend mi assale e mi fa ricordare che “ehi, quanto vorresti un giorno esserci anche tu, tra i FLOP di qualcuno?”. Sì, perché in qualche modo essere tra i miei FLOP (rendetevi conto del mio egocentrismo) è una testimonianza di esistenza – a livello personale – di un moto interiore, di un percorso di accettazione che intelaia la critica con la consapevolezza della distanza (nel bene e nel male che sia) che mi separa dall’oggetto (e dal soggetto, perché sì, il soggetto per me è centrale) direzionando la mia tensione narrativa, stimolando la mia indignazione, occupando il mio tempo. Bene, chiarito questo aspetto essenziale della faccenda (non fosse mai che passo per cattivone senza cuore), il nuovo singolo di Willie Peyote per me è ciò che di più inessenziale (sì, la scelta del lemma, di questi tempi, non è casuale) poteva essere detto sulla condizione di un Paese in ginocchio che ha bisogno di profondità di riflessione (e sopratutto di auto-riflessione) e non di derive semplicistiche da rivoluzionario di facciata che ormai, proprio nella cristallizzazione e nella reiterata riproposizione delle sue provocazioni più estreme, è già diventato sistema, moda, borghesia compiaciuta del proprio essere “civilmente” borghese nel manifestare, sempre “civilmente” e “democraticamente”, la propria intelligenza divergente da salotto. “La depressione è un periodo dell’anno” è lo specchietto per allodole utile ad attirare l’universitaria media ad esclamare qualche urletto soffocato, leggendo il titolo del nuovo singolo di Willie (che no, non parla di depressione stagionale), per poi ritrovarsi tra le mani un pastrocchio confusionario di stoccate alla cieca che sembrano ormai far parte di una liturgia, di un rito rodato ormai fin troppo abusato, piuttosto che essere figlie di una reale urgenza espressiva. Nella ginnastica invettiva di Peyote trova spazio un po’ tutto per non lasciare scontento nessuno, perché – di fatto – non parla a nessuno, per davvero; il risultato è l’anonimato del qualunquismo, che porta il tutto al livello del borbottio sommesso, del mugugno: ed è così, che nel perdere le proprie istanze “rivoluzionarie” (che, almeno inizialmente, esistevano eccome), Willie Peyote diventa il vaccino di quel pensiero borghese che trova nell’anonimato intellettuale rumoroso e pretenzioso il suo principale canale espressivo. C’è così poca ispirazione, in “La depressione è un periodo dell’anno”, che Willie ad un certo punto si trasforma anche in una copia sbiaditissima (e un po’ boomer) di Massimo Pericolo, con tanto di voce saturata. Voleva essere una provocazione, anche questa? E allora il tutto fa ancora più tristezza, perché di certo non basta più.

FLOP BIS (era necessario)


PINGUINI TATTICI NUCLEARI
Scooby Doo

Mi dispiace perché avrei voluto provare, per una volta, la soddisfazione sadomasochistica di contraddirmi. Proprio perché sono così egoicamente concentrato sulla mia pretesa di ragione – che ho (quasi) sempre – ero convinto che, per una volta, mi avrebbe fatto bene, dopo il primo ascolto del nuovo singolo dei Pinguini Tattici Nucleari, potermi finalmente auto-dire: “ehi, sei partito con i tuoi soliti preconcetti: la devi smettere con questa storia che non sopporti i Pinguini solo perché fanno impazzire le sedicenni (invidioso!). E smettila di ripeterti che non è per le sedicenni che ti incazzi, ma per il fatto che la musica dei PTN sembra ormai costruita solo per soddisfare l’iconografia usata ed abusata da orde di pre-adolescenti della ragazzina sperduta nella nebbia della vita contro il morso crudele della società cattiva; e non è vero che il loro è puro semplicismo, come dici tu, votato a rendere ancora più semplificata la visione già ultrasemplicistica di nuove generazioni che andrebbero “attivate”, non assecondate e ammansite. E poi, lo sai che sono dei musicisti eccezionali, e te – la gente che sa suonare – la rispetti e lo sai, petulante pelato che non sei altro”. Ecco, avrei voluto ripetere – tra me e me, nel silenzio della mia vergogna – queste parole; contraddicendomi, sì, ma solo per il gusto di potermi dire che il mio inedito ed inaspettato gradimento per “Scooby Doo” dei Pinguini Tattici Nucleari fosse solo la tanto attesa eccezione a conferma della regola. Ecco, tutto questo non è successo. Ebbene, : ho avuto di nuovo ragione e la Storia perde una nuova, cocente occasione per provare a smentire il mio luminosissimo ego. Però, ritengo davvero che i Pinguini siano musicisti eccezionali; e forse, questo mi fa infuriare ancora di più per l’opportunità anche oggi persa di crescere, per aiutare a crescere chi li ascolta. In quello che fanno c’è cuore, e tanto. Ma è un cuore così cool che a questo punto si spera davvero possa non invecchiare mai, come faranno invece le sedicenni che oggi impazziscono per i deliziosi ed educatissimi (fin troppo, quasi inamidati) tailleur che i Pinguini Tattici hanno capito come cucir loro addosso. Passerà il tempo delle mele, e confido che, ai primi morsi dell’inverno, le cicale avranno imparato a farsi formiche. Ma è anche vero che i pinguini, al freddo, hanno sicuramente la struttura per resistere, e nel modo giusto.

SEZIONE VIVAIO

Di fronte al nuovo che avanza ritrarci non è più possibile, se non assumendocene le pesanti responsabilità generazionali; ecco perché abbiamo bisogno oggi di dedicarci ai polmoni di domani, che hanno bisogno di ossigeno e di speranza. Nasce per questo la “Sezione Vivaio”, con le nostre segnalazioni dei più interessanti emergenti di giornata: solo i migliori fiori che la gioventù, come direbbe Fossati, fa ancora crescere per le strade.

FRAMBO, Guerra

Che dire di Frambo? Ho ascoltato la prima volta “Guerra” e ho detto “bene, si vede che c’è la maturità di uno che di strada ne ha già fatta!”. Allora sono corso a spulciarmi la discografia dell’artista toscano e sorpresa, non esisteva! Perché? Perché Frambo di anni ne ha diciotto, alle spalle ha le scuole superiori (che sta finendo) e in testa un sogno per ogni ricciolo biondissimo. E’ un cherubino, Frambo: uno di quei doni del cielo ai quali non sai dare età; l’esperienza del divino nel corpo del fanciullo, per una musica che sa di fresco senza per questo perdere contatto con canoni estetici consolidati. Insomma, “diciott’anni sono pochi per promettersi il futuro” diceva Venditti, ma io sento che Frambo, a soli diciott’anni, è la promessa più bella che la musica nostrana ci ha offerto questo venerdì.

GLI AUTORI, Amore universale

Gli Autori sono un mix particolare di sonorità diverse, che ammiccano qua e là a riferimenti troppo centrali della mia adolescenza per non farmi sciogliere dalla nostalgia. Eppure, l’incipit del loro brano d’esordio (con l’introduzione del pianoforte e beat machine che fa tanto pop anni 2000) a tutto mi avrebbe fatto pensare tranne che ad una voce così declamatoria come quella de Gli Autori, che a cavallo di lirismo savio e disperato (da Afterhours della prima ora) intelaiano i contorni sinuosi di un testo intelligente, attuale, umano. “Amore universale” è un inno e un peana allo stesso tempo, cicatrice luminosa di un dolore che lenisce, primo step (più che incoraggiante) di un progetto che pare avere la stoffa per rimanere, eccome. Noi, insomma, glielo auguriamo con tutto il cuore.

LA RAGAZZA DELLO SPUTNIK, In riva al male

La ragazza dello Sputnik sembra effettivamente venire da un altro pianeta: la voce possiede una grana che la distingue dalla maggior parte delle esili voci femminili contemporanee, ricordando lo stile di Maria Antonietta e Colombre con una sfumatura acid-techno che la riporta col baricentro in un presente che sa di futuro. Insomma, “In riva al male” è un’ulteriore conferma circa la curiosità destata dalle precedenti uscite dell’artista; da smussare qualche angolo, da colmare qualche depressurizzazione di troppo su un brano interessante, diverso e per questo significativamente importante.

BONGI, Solo dalla testa

Particolare Bongi, che sostiene di aver scritto un pezzo (o forse proprio “Solo dalla testa”?) in un minuto, lo stesso che ha impiegato il sottoscritto per capire che il suo nuovo singolo fosse qualcosa di tremendamente complicato. I successivi due, di minuti, confermano la sensazione iniziale: “Solo dalla testa” è un delirio paranoico, un incubo riuscito che si insinua fra le meningi e cresce dentro come edera. Alla fine del brano, ti ritrovi stanchissimo a godere la pace che segue la tempesta. Ma intanto, ben vengano tuoni che rompano questa quiete mortale, nel firmamento del nuovo pop.

BENEDETTA, Confusa

Benedetta è il fascino che ha la musica quando decide di non rassegnarsi all’ostinazione dell’uomo a trascurarla; non che la cantante ligure abbia trascurato la musica, anzi! L’ha rincorsa per tutta la vita, vedendola sgaiattolare attraverso le anse di un Tempo che sembrava deciso a negarle la conquista. Ma le piene, quelle vere, sfuggono al controllo degli argini. “Confusa” è un pezzo leggero, un po’ Nina Zilli un po’ Simona Molinari, che sa di pane fatto in casa e di tanta genuinità. Benedetta è all’esordio, e conoscendola – perché ho la fortuna di conoscerla, e giuro che è davvero così confusa come si racconta! – so che potrebbe anche bastargli così, da quanto è felice oggi; io, che credo nel potere salvifico della musica, le auguro di non fermarsi più. Il cuore, di sicuro, c’è.

CARME, Goodbyes (EP)

Dopo due singoli, aggiunge un altro paio di ballad a metà tra Backstreet Boys, John Mayer e Sam Smith pubblicando il suo primo EP da solista, “Goodbyes”, interamente in lingua inglese: il musicista milanese (giovanissimo, classe ’99) di stanza ad Helsinki cala il full di assi con un lavoro complessivamente ben pensato, e impacchettato nel modo giusto; tanto soul e RnB fanno tesoro degli ascolti folk di Carme nell’alchimia riuscita di un opera prima capace di sfruttare al meglio l’appeal di un progetto che pare più che mai rivolto oltreoceano. Insomma, i quattro brani di “Goodbyes” rivelano identità artistica e consapevolezza estetica, che non è poco nell’era del banalismo istituzionalizzato. Bravo Carme, so che ci sentiremo presto.

DIEGO RIVERA feat. LA MUNICIPAL, Malvasia Nera

Diego Rivera è una bella speranza. Non che avesse qualcosa da dimostrare Carmine Tundo, che in “Malvasia Nera” ritrova La Municipal per tre minuti di poesia che trascende il reale grigio, ascendendo a dimensioni altre perché obliate. Per questo Diego Rivera è una bella speranza, che sta tutta nella sete di bellezza che abbiamo dimenticato di avere e che ogni tanto fa bene ricordarci di necessitare: “Malvasia Nera” intreccia, attraverso la malinconia di una cumbia che sa di serenata, il primo Capossela al Guccini di “Canzone delle colombe e del fiore” (vi ho stupito, eh? Se non la conoscete, scopritela: è meraviglia pura) passando attraverso una lirismo quasi estatico, immune alla livella delle mode.

NDM, Non so se avete presente (EP)

L’avevano detto, l’hanno fatto; sono tornati gli NDM, che già qualche bollettino fa fecero parlare di sé con “Indieota”, traccia d’apertura del loro secondo lavoro in studio (a due anni di distanza da “All’inferno”) e che rispetta – e supera – le aspettative create dal brano apripista: “Non so se avete presente” è un manifesto di denuncia, il colpo di reni di una generazione sconfitta ma mai arresa. Il quartetto romano spinge sull’overdrive e caccia fuori dallo stomaco un urlo acido, aiutati da testi caustici che bruciano come soda ogni velleitario filtro di circostanza: “Indieota” apre le danze, ma “Elettroshock” già manda il sistema in un cupo e drammatico cortocircuito; “Cattiva madre” indaga il caos dell’inconscio, mentre “Onde danzanti” allenta il ritmo prima della catarsi finale di “Giostra”. Tutto questo, ovviamente, proposto con la carezza dello schiaffo, che non teme conseguenze perché urgente, necessario. Perché gli NDM sono al di là del filtro, ben centrati su una realtà che spesso fa male guardare, ma qualcuno ha ancora il coraggio di fotografare. E senza filtri.

GINA MONTANA, Pantera Nera (EP)

Ma dove esce, Gina Montana? Un concentrato di rabbia, sensualità e disagio trova espressione nel primo EP della oriunda “figlia della lupa”, cresciuta a pane, hip hop e scena romana e ora pronta a ritagliarsi un posto d’eccezione tra le uscite del nuovo rap; “Pantera Nera” è un EP che sa di manifesto, biglietto da visita insanguinato di dolore auto-riflessivo, che stimola l’intelligenza e seduce i sensi: “Compleanno” è una detonazione (volutamente) non controllata, “Blocka” invece è l’urlo di appartenenza di Gina che conduce alla più intimista e quasi eterea “Fantasia”. “Dutty Wine” sporca di nuovo la tela dell’EP con tinte che ammiccano al Sudamerica e ad un Africa interiore che sgomita tra le clavi ossessive del brano, prima della prova di stile di “Backseat”, freestyle incendiario e chiosa perfetta per un esordio discografico che già sa di conferma.

 

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