“SIAMO ENTRAMBI FELICEMENTE INTROVERSI IN UN MONDO DI ESTROVERSI”: BERNARD BUTLER CI PARLA DEL DISCO CON CATHERINE ANNE DAVIES E RIGUARDA CON PIACERE AL SUO PASSATO

 
di
17 Novembre 2020
 

di Riccardo Cavrioli e Riccardo Oliboni

Fortunatamente esistono ancora artisti che ci regalano opere che, lungi dall’essere mero specchio della vacua e apatica realtà che ci circonda, ce la ridonano trasfigurata in una nuova leggibilità e spessore, facendocene apprezzare l’intriseca bellezza, la vita, che un superficiale sguardo quotidiano sorvolerebbe. Tra questi artisti annovero Catherine Anne Davies (aka The Anchoress) e Bernard Butler, che hanno pubblicato “In Memory Of My Feelings” il 16 ottobre, un album tutto da ascoltare, non da sentire. Il disco comincia diafano ed etereo con ‘The Breakdown’ e, come un sentiero scosceso che porti ad una caletta nascosta, è una dolce discesa nel mondo creato da Davies e Butler. Ma è solo la quiete prima della tempesta della coppia ‘Ten Good Reasons’ e ‘Sabotage (Like So Easy)’ che alzano subito la temperatura. L’altalena di energia e quiete della title track non è da meno e ci porta al prezioso intreccio melodico tra voce e piano che è ‘I Know’. ‘Judas’, invece, ci presenta una Davies meno delicata, anzi si impone decisamente sul groove con voce graffiante e stralunata.
In ‘No More Tears To Cry’ e ‘The Waiting Game’ ci ritroviamo in territori più familiari, dove la chitarre di Butler stendono il loro tappeto di evoluzioni, sempre misurate, che fanno da contraltare perfetto alle melodie suadenti è mai scontante di Davies. Bello il contrasto tra l’andamento cadenzato e il testo struggente di ‘The Patron Saint Of The Lost Cause’, anche se preferisco la versione più sofferta con harmonium, inserita come bonus track. L’ultimo pezzo, ‘F. O. H.’, col suo inizio ammiccante di chitarra elettrica e voce e il finale acido e potente, chiude degnamente un album che, come ho scritto in apertura, non è un disco catchy con motivetti da fischiettare sotto la doccia, ma da ascoltare, musica e parole.

La nostra recensione in apertura indica chiaramente quanto ci premesse approfondire il disco su un simile album e non possiamo che ringraziare proprio lui, Bernard Butler, che con assoluta gentilezza e disponibilità ha risposto a tutte le nostre domande…

Ciao Bernard, in primis complimenti per l’ultimo album. Dopo tanti anni, avere un disco in uscita ti dà ancora le stesse emozioni?
Sono sempre entusiasta che la gente ascolti il mio lavoro, ma a un certo punto, di solito, è solo una questione di conto alla rovescia. La vera emozione è quella di finire la registrazione e di riascoltarla una volta che è stata masterizzata, tenendo in mano la prima copia stampata, in piedi, nella cucina di Craig di Needle Mythology, aprendo la confezione, questi sono i grandi momenti.

Musicista in una band, artista solista, noto produttore: Bernard Butler è tutto questo e molto di più. Guardando al tuo percorso c’è un posto (musicalmente parlando) in cui ti senti completamente a tuo agio?
Mi sento a mio agio perché ho scelto questa strada per me e sono sempre agitato nel dover trovare la strada successiva. La più grande conoscenza che un buon musicista dovrebbe acquisire è che “essere lì” in qualsiasi veste è più importante di “essere quello giusto“. Sono stato in disparte in molti ruoli e so quanto sia stata ‘benedetta‘ la mia vita proprio per quei momenti.

Ci puoi raccontare la genesi del progetto con Catherine?
Nel 2008 un demo di Catherine mi è arrivato fra le mani e mi è piaciuta molto la sua estetica. La sua voce era educata e di carattere, che è quello che cerco sempre. La sua musica era piuttosto rigogliosa e complessa, così ho visto un’opportunità per qualcosa di più diretto ma comunque molto emozionante. Abbiamo scritto un paio di canzoni molto facilmente, senza troppe discussioni, ed eravamo musicalmente sullo stesso piano, ma il suo percorso di carriera è stato molto diverso – una giovane artista solista con un’etichetta che l’ha spinta verso l’approccio radiofonico, ecc. Non è mai uscito nulla, ma ci siamo riuniti nel 2015 e abbiamo ricominciato da capo. Questa volta c’era un po’ di esperienza per entrambi e questo elemento si è inserito facilmente nella scrittura. Sono successe altre cose folli e tutto è stato lasciato lì di nuovo. Alla fine ci siamo incontrati e abbiamo detto: “Facciamo un po’ noi e andiamo da soli“. Letteralmente la stessa settimana ho incontrato Pete Paphides, che vive vicino a me, e Pete mi ha chiesto se avevo qualcosa che andasse bene per la sua etichetta. Gli ho mandato questo e lui mi ha chiesto subito se poteva pubblicarlo. Ed eccoci qui.

Sembra esserci una grande armonia con Catherine. Mi piacerebbe sapere una cosa che avete in comune…
Siamo entrambi felicemente introversi in un mondo di estroversi. Quando scriviamo siamo contenti di stare seduti in silenzio nella stanza, insieme senza sentirci a disagio. Non tutti possono farlo. La pazienza nella scrittura trae davvero beneficio da questa capacità.

Spesso Bernard vieni ricordato come un grande chitarrista, ma tu suoni anche il pianoforte. Anche Catherine è un’ottima pianista. Avete imparato qualcosa l’uno dall’altro?
Catherine è una musicista molto esperta e una grande abilità musicale è saper “servire” la canzone piuttosto che doversi affermare per dimostrare le proprie capacità. Questo vale per la chitarra e la voce, ovviamente. Abbiamo suonato con i nostri punti di forza all’interno del focus che avevamo. Ho suonato molto il pianoforte su questo album, perché ho incoraggiato Catherine ad allontanarsi dal pianoforte per concentrarsi sulla sua voce. Tutti noi usiamo gli strumenti per proteggerci e quindi sono sempre interessato a quello che succede quando si toglie la guardia a qualcuno. Quando si suggerisce questo ad un artista si capisce subito se ci sono dei limiti, è una sfida per loro. Se funziona sai di aver fatto un passo avanti.

In uno dei tuoi post su Facebook hai notato come la frase “what a mess we’re in” sia davvero lo specchio dei nostri tempi…
Sai quella battuta è stata scritta molti anni fa ma, purtroppo, risuona forte in questo periodo. Catherine ha una meravigliosa capacità di essere auto-ironica, oltre che di saper empatizzare. Ha avuto una certa esperienza di vita ed è coraggiosa e audace nel mostrare la sua emozione, ma anche molto divertente nell’esprimere l’assurdità delle nostre esperienze.

Mi ha davvero commosso vedere la dedica su vinile per Mako Sakamoto. Non è più tra noi, ma il suo spirito sembra davvero non lasciarti mai. Mi sbaglio Bernard?
Mako ha fatto parte della mia vita musicale per tre decenni. Ha fatto più registrazioni con me di quante se ne possano immaginare. Mi ha introdotto alla registrazione digitale, mi ha guidato in molti progetti e abbiamo girato il mondo molte volte. Non solo era un musicista di grande successo, ma era la persona che potevo presentare a chiunque e questo l’avrebbe amato. Per ogni progetto che ho iniziato il suo coinvolgimento era praticamente scritto nel contratto. Non potevo muovermi senza di lui. Ha ascoltato pochissimi dei dischi che sono usciti, non era interessato all’aspetto materiale e viveva di una mentalità molto pura che è stata un’enorme ispirazione per il modo in cui ho cercato di proiettarmi nella quotidianità: che il sentimento musicale è tutto ciò che conta e di fare sempre un passo avanti e mai indietro. E’ stato inestimabile per me perché ha saputo darmi pazienza e spazio per esplorare e mi ha permesso di usare lui per provare le idee senza fare domande. Si fidava di me e quindi mi ha dato lo spazio per improvvisare. Avevo un sistema di segnali con le mani che potevo lanciargli mentre suonavamo e lui capiva istintivamente. Senza dubbio il musicista più importante ad aver influenzato la mia vita. Quando ascolto questo disco – così come molti altri – l’immagine nella mia testa mi mostra esattamente dove si trovava ogni volta che registravamo, e questo risale anche a “Yes” e a molti altri brani. Ricordo così bene poche altre cose, ma ricordo di essere stato davanti a Mako, dove eravamo e come ci siamo sentiti. Il suo numero è ancora tra le chiamate rapide sul mio telefono.

Segui un processo specifico quando scrivi canzoni con Catherine?
Tutto il mio scrivere inizia con il tè (che stimola la conversazione), la conversazione (che stimola il titolo, la sensazione e alcuni testi) e poi devo fare dei suoni entro mezz’ora o la cosa non funziona. Da lì si insegue semplicemente un’idea.

Ricordo sempre con piacere i tuoi album solisti. Avevano arrangiamenti molto ricchi e raffinati. Mi sbaglio o in questo disco tu e Catherine avete deciso di essere più “secchi” in termini di suono?
Allora, non direi che è un suono “secco”, è solo che ci sono 20 anni tra queste 2 registrazioni e circa 30 album che ho fatto, tra tutti gli stili. Faccio solo quello che mi sembra appropriato ed esprime le parole del momento. I fan tendono a ricordare la tua carriera in modo selettivo in base a quali momenti riprendono. Naturalmente diversi fan hanno diversi ricordi selettivi, così mentre molti pensano ancora che io sia nei Suede, molti giovani artisti mi conoscono solo per il mio coinvolgimento con Duffy e altri per aver suonato con Bert Jansch. Per me la ruota ha girato felicemente in molte direzioni e questo è ciò di cui sono più soddisfatto.

Quando scrivi le tue canzoni (non solo in questo album con Catherine), parti dai brani base di chitarra o pianoforte e poi aggiungi gradualmente gli arrangiamenti o hai già la canzone in mente?
Ho sempre un’idea musicale pronta anche se è solo un piccolo pezzo, deve essere qualcosa a cui ispirarsi. Di solito è al pianoforte o alla chitarra. Da lì costruisco gli arrangiamenti. Con Catherine la prima idea è stata quella di suonare il pianoforte in modo molto audace e non in modo compiuto e quindi la canzone “The Waiting Game” è stata la prima cosa che abbiamo fatto con 4 note al pianoforte.

Su Spotify la tua canzone più ascoltata è “Stay”. È una canzone che ricordi con particolare affetto (è stato il tuo primo singolo da solista) o hai altre canzoni di quei due dischi che ti piacciono particolarmente? Hai mai pensato ad un terzo album come solista?
Mi piacciono molte canzoni, ne odio alcune, non è una cosa insolita per me. “Stay” è una bella canzone e mi piace la stranezza della sua struttura e di alcune immagini. Devi giudicare dove sei stato come essere umano, in ogni punto. Mi sarebbe piaciuto cantare di nuovo “People Move On” qualche anno dopo, perché non ero ancora pronto e avrei potuto tagliare circa 20 minuti dal disco, ma nel complesso ci sono delle belle canzoni che potrei cantare felicemente domani “contro” tutto quello che ho fatto. Adoro la title track. Mi piacciono alcune canzoni del secondo disco, ma nel complesso non mi è piaciuto lo slancio di allora che mi ha mandato in una direzione in cui non mi sentivo a mio agio. Ci sarà un altro disco ad un certo punto. Attualmente sto cercando di decifrare quello che vorrei che fosse mentre scrivo, ma sì, ci sto arrivando lentamente. Sono stato così distrutto dall’esperienza precedente che mi ci sono voluti 20 anni per sentirmi mentalmente abbastanza sicuro di me di non essere deriso.

Dai tuoi dischi solisti apprezzo molto le due canzoni più psichedeliche “Autograph” e “Has Your Mind Got Away?”, ma la mia preferita in assoluto è “Hotel Splendide” (“Stay” b-side). Perché questa canzone non ha trovato posto nell’album di debutto?
Credo che all’epoca mi sembrasse di scarso valore, ma sono felice che ti piaccia!

Qualche anno fa sono andato a una serata “britpop” promossa dai ragazzi di Star Shaped a Londra. Ci fu un concerto, poi alla fine, la prima canzone del dj set fu “Yes”, la famosa canzone fatta da te con McAlmont. La gente è esplosa in un fragore e la pista si è riempita di gente che ballava. È stata davvero una canzone che ha lasciato il segno, vero? C’è qualche speranza per un nuovo album a nome McAlont & Butler?
Sì fu un’uscita molto importante per me, un’autovalutazione per la narrazione della canzone, per chi era/è David, per le persone che lo amano e per dove mi trovavo nella mia vita a quel punto e così rimarrà. È stato completamente idealistico nel tentativo di muoversi al di fuori delle aspettative del classico gruppo indie bianco di quei tempi e ho dovuto lottare duramente perché fosse pubblicato. Era inteso come una doppia A-side con “You Do” sul secondo lato e l’etichetta voleva che quella fosse la canzone della radio. È stata mia moglie a convincermi che erano tutti pazzi e che “Yes” era la canzone giusta e aveva ragione. È stata accantonata per 6 mesi prima che l’etichetta cedesse, la stampa non era interessata e la radio ha iniziato a passarla solo quando era tra le prime dieci. Non c’era nessuna t-shirt, nessuna campagna promozionale, solo un pezzo di plastica pronto a vivere la propria vita come tutti i classici e anonimi 7″ northern soul. Questo era l’ideale ed era un suicidio commerciale per me all’epoca. A quel tempo mi sembrava la mia ultima presa di posizione, l’ultima cosa che mi sarebbe stata concessa e ne sono stato felice. Pensavo che per stare in una band l’obiettivo era di continuare a spingere fino a quando non mi sarei reso conto che era l’ultima cosa che ci si aspettava che facessi. Sono rimasto fedele a ogni momento di quel processo e so di poter dire con il cuore di poter dire di essere rimasto fedele alla mia parola, di essere rimasto fedele all’idealismo della gioventù e di esserne davvero convinto. Ero giovane ed ero davvero “on fire“.
Sul terzo disco, beh, abbiamo scritto un sacco di canzoni per un terzo lavoro che un giorno uscirà, ma come per “Yes”, non giocheremo secondo le regole.

Recentemente su YouTube mi sono imbattuta in “Europe After The Rain”, eseguita dal vivo con i The Tears. Personalmente penso che sia una perla. L’hai mai registrato o è stato composta dopo l’uscita dell’album?
Quella canzone non è mai stata registrata, è stata suonata solo qualche volta in tour.

Oggi, per fare musica, basta un solo pc in camera. Credo che tu venga dalla “vecchia scuola”: la musica si fa con gli strumenti e con altre persone, non da soli in una stanza. Ma penso che questa “vecchia scuola” non sia molto di moda tra i giovani, soprattutto in questi tempi di “distanziamento sociale”. Cosa ne pensi?
Stare in una stanza con le persone è l’ultimo dominio della musica che non può essere replicato. I giovani amano suonare insieme, ma la tecnologia ha permesso loro di creare da soli. Insegno agli studenti in una stanza con strumenti acustici molto primitivi ed è sempre rinfrescante e divertente per loro. Abbiamo bisogno di collaborare come esseri umani per raggiungere questo obiettivo, abbiamo bisogno di sentire l’aria che si muove tra di noi. Cerchiamo di sradicare gli “errori”, ma in realtà questa che definiamo negativa è solo la nostra magica capacità di essere imprevedibili.

C’è la volontà di pianificare un tour, magari in piccoli club o pensi che questo 2020 e forse anche parte del 2021 siano irrimediabilmente perduti?
Come il resto del mondo vedremo come andrà a finire, ma il disco con Catherine è un “disco” ed è sempre stato inteso come tale, si ferma li. Se mai eseguiremo live queste canzoni sarà reinterpretandole di nuovo.

Grazie ancora Bernard per la tua gentilezza. C’è una canzone in questo album ti piace particolarmente e che possiamo usare come colonna sonora per concludere questa intervista?
Adoro “The Patron Saint Of The Lost Cause”. L’abbiamo scritta quando abbiamo smesso di cercare di farci sentire dalla gente e non ci interessa più quale sia il posto migliore dove stare.

 

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