ANY GIVEN FRIDAY
Ogni Maledetto Venerdì #17

 
27 Novembre 2020
 

È di nuovo venerdì e seguendo la traiettoria del volo di un moscone – dal ronzio più emozionante di tante cose sentite ultimamente – ho percepito l’esigenza, da parte dell’Universo, di sapere (anche) la mia sulle ultime pubblicazioni musicali del Belpaese; è per questo che, signore e signori, ho deciso di comunicare urbi et orbi il mio bollettino del giorno sulle nuove uscite del pop italiano. Sì, quel tragico, ribollente pentolone traboccante degli sguardi impietosi di chi dice che la musica nostrana fa schifo, di chi “parti Afterhours, finisci XFactor”, di “Iosonouncane meno male che esisti“, di “Niccolò Contessa ma quando ritorni”, di Vans, libri citati mai letti e film repostati mai visti che ogni venerdì rinfoltisce la sua schiera di capipopolo di cuori infranti con una nuova kermesse di offerte per tutti i gusti e i disgusti. Ecco, di questo calderone faccio parte come il sedano del soffritto, quindi non prendete come un j’accuse quello che avete letto finora: è solo un mea culpa consapevole ed autoironico – ridiamoci su! che una risata ci seppellirà, per fortuna, prima o poi – a preparare lo sfortunato lettore alla breve somma di vaneggi e presuntosi giudizi che darò qui di seguito, quando vi parlerò delle mie tre uscite preferite del weekend, e della mia delusione di questo venerdì. Sperando di non infastidire nessuno, o forse sì.

TOP


EUGENIO IN VIA DI GIOIA feat. MOGLII
A metà strada

Ogni tanto torno a chiedermi perché a Sanremo, qualche mese funesto fa, gente come gli Eugenio si sia esibita tra gli emergenti (a spartirsi il palco con cognomi ingombranti e frutti acerbissimi) e non tra i BIG; che fosse già allora segno e predizione di un anno da dimenticare, antesignano assaggio di un non-sense doloroso e da subire impotentemente, almeno quanto impotentemente abbiamo dovuto vedere i buskers più amati d’Italia eliminati alla prima manche di una kermesse che, contemporaneamente, ammirava – e con che furore di popolo e di stampa –  i Pinguini Tattici Nucleari giocarsi il bouchet di fiori più ambito della musica italiana tra i grandi della rassegna? Gli Eugenio in Via di Gioia anche a questo giro si dimostrano poco avvezzi alle posizioni comode del successo e riattivano la circolazione cardiaca attraverso un gioco di gambe che, nel weekend del lutto maradoniano, dribbla – e con stile – ogni forma di campanilismo da playlist con un brano dal retrogusto quasi mediorientale prodotto in collaborazione con il tedesco Moglii, dal testo profondo senza farsi pedante, libero di involarsi oltre la siepe del giardinetto di casa Spotify Italia dove tanti talenti nascono, crescono e muoiono nel giro di una manciata di stagioni. Ecco, gli Eugenii invece resistono alla liquidità spiazzante del tempo che passa, scendono nello stesso fiume dieci, ventimila volte senza smettere di essere sé stessi, sempre diversi: nell’era degli scorrimenti veloci, la band torinese si gode la propria sorniona e pacata capacità di rimanere fedele alla linea attraverso il virtuoso equilibrio dell’estetica che converge verso l’etica, dell’etica che – forte della propria sincerità – si illumina di una nuova estetica; nell’era della società tecno-narcisistica, l’autenticità diviene un baluardo da difendere dalla sevizie del disgusto discografico, dalla barbarie dell’iper-semplificazione da media. Perché le canzoni sincere, sì, sono sempre belle.


CIMINI
Scuse

Oh, ma è tornato Cimini? E ce lo dice così, tirando fuori un pezzo del genere quasi senza avvisare, senza prepararci all’idea di dover fare il giusto stretching prima dell’ascolto per poterci lanciare alla rincorsa della somma di sentenze che – attraverso la fine arma dell’ironia, “perché con questa spada ti uccido quando voglio!” – il cantautore calabrese snocciola come fossero le olive di un Martini servito freddo – freddissimo! -, come solo la vendetta si può servire? Perché parlare di “vendetta”? Beh, diciamocela tutta, il buon Cimini lo avevano in molti dato per spacciato, subissato (dopo il suo felicissimo esordio) da litri e litri di singoli e dischi dei più inaspettati e acclamati geni del momento (fortuna che, per molto di loro, davvero di “momento” si può oggi parlare) che nel corso del tempo ci hanno fatto sembrare l’assenza del cantautore più lunga di quanto la sia stata in realtà: la nostra foga di novità, assuefatta dalla somministrazione massiccia di concentrati di mediocrità e musica a bassissima fedeltà (canzoni che, come le amanti più fraudolente, dopo averti sedotto ti abbandonano), ci ha fatto credere che uno come Cimini – che per più di qualche mese è rimasto in silenzio, cosa direbbe il CEO di Spotify?! – non avesse più niente da dire. “Scuse”, invece, ci ricorda che le cose belle, le cose sensate hanno bisogno di tempo per essere dette, per non sciogliersi al primo ascolto ma sedimentarsi piuttosto nelle coscienze (anche quelle più sporche) di tutti. E alla fine, a dirla tutta, le “Scuse” sono quelle che dobbiamo inventarci noi infedeli per giustificare la nostra scarsa fiducia in Cimini; “Scuse”, da porgere con umiltà al talento sardonico e sagace di una penna che ci è mancata, eccome.


SVEGLIAGINEVRA
Punto

Ok, ammetto di essere parziale nell’inserire Svegliaginevra qui; ho pensato a lungo se farlo o meno, visti i motivi fortemente “sentimentali” (ciao Ginevra, i love you!) che mi legano alla cantautrice beneventana, candidata next big thing di quella vituperata quanto inflazionata musica d’autore italiana sempre più splendidamente al femminile. E con merito – finalmente! -, non come tante altre meteore (alcune ancora laconicamente in orbita nel sovraffollato firmamento discografico italiano) simili più alle quote rosa di certi partiti misogini e patriarcali che all’espressione di una qualità che non ha bisogno di retorica per farsi notare: Ginevra è un’artista eccezionale, come canterebbe Battisti le anime (belle) non hanno sesso e le emozioni, per fortuna, neanche. Ecco perché Svegliaginevra oggi si trova tra i miei BIG: perché fin qui – nel suo seppur breve percorso, fatto di cinque singoli uno più bello dell’altro – non ne ha sbagliata una, e stanotte, riascoltando “Punto” (brano selezionato tra i sessanta di Sanremo Giovani, purtroppo non approdato alle fasi finali) mi sono emozionato di nuovo; sarà quella voce fatta di velluto che accarezza il cuore e veste bene qualsiasi dolore, sarà per la gentilezza quasi demodé del tatto emotivo di una penna elegante e incapace di cadute di stile, sarà perché Svegliaginevra rappresenta il merito che sta facendosi – una volta tanto, per Dio! – strada, dando un segnale positivo a tutto il sistema discografico. Sarà, insomma, che Ginevra (come la collega Galea, che con la sua “I Nostri 20” confido possa conquistare la kermesse sanremese, e traguardi ancor più importanti) rappresenta per l’Italia quella variabile impazzita che ti fa credere, di fronte alla grande attenzione che la cantautrice sta raccogliendo da pubblico e addetti al settore, che un futuro più giusto, più luminoso, più meritocratico possa esistere. Io, almeno per oggi, ci credo. Ed è per questo che, per il sottoscritto, inserire “Punto” tra i TOP di giornata rappresenta qualcosa di molto più concreto di un gesto d’amore spassionato: il mio, in effetti, è un vero e proprio atto di fede che, in qualche modo, cela insito in sé il verde seme della speranza. Ora, però, fuori il disco.

FLOP


GALEFFI
Il regalo perfetto

Preannuncio che sarà un FLOP diverso dal solito perché a me Galeffi – a differenza degli altri poveri martiri dei miei venerdì di sangue, vittime inconsapevoli di frustrazioni antiche e malcelate invidie – è sempre piaciuto molto, e oggi ascoltando “Il regalo perfetto” un po’ ci sono rimasto male nel non trovarmi a confermare le aspettative di sempre. Sarà che il tempo passa per tutti e in qualche modo ogni novità finisce per farsi sistema, nel processo auto-sabotativo dell’effrazione che – per mantenersi attuale – deve diventare regola estetica; e non che Galeffi, dopotutto, sia mai stato “punk” nel suo pur personalissimo stile autorale: il cantautore romano ha sempre dato dimostrazione di sapersi ben barcamenare tra passato e presente, ammiccando – tra le inflessioni qua e là cremoniniane del suo dinoccolato incedere musicale – ad un futuro prossimo che spesso e volentieri verso Galeffi ha guardato e da Galeffi si è lasciato ispirare (a confermarlo, le millemila copie sbiadite di Galeffi che, da “Scudetto” in poi, hanno cominciato a proliferare selvaggiamente su Spotify). In “Settebello”, poi, tracce di novità si sono fatte sentire eccome nelle commistioni di gusti e stili (dallo smooth jazz all’hard rock) che hanno trovato espressione nell’alchimia pop del disco; ecco perché oggi, di fronte a “Il regalo perfetto” mi trovo a chiedermi (e a chiedervi) se forse, a ‘sto giro, la penna capitolina non avrebbe fatto meglio a presentarsi alla corte del weekend a mani vuote, o meglio, forte “solamente” dell’uscita fisica (prevista per oggi) del disco pubblicato a marzo, in piena pandemia: la bonus track, infatti, pensata per accompagnare la stampa di “Settebello“, non sa competere né in profondità concettuale né per ricerca estetica con le sorelle più grandi, che in qualche modo schiacciano con il loro alto peso specifico il piglio pre-natalizio di un regalo che diventa indesiderato, perché prevedibile come i calzini sotto l’albero alla Vigilia. E non che i calzini non siano regali ben accetti, per carità, a caval donato non si guarda in bocca! Ma certo è che, mentre sorridi fintamente allo zio Reginaldo che ti chiede se il numero di piede è quello azzeccato, nella testa non smetti di pensare che quello spilorcio di tuo zio avrebbe potuto impegnarsi di più, essere un po’ meno avaro di bellezza. Ma in ogni caso, quei calzini finisci per metterli lo stesso e alla fine della storia ti aiutano a superare il gelo di un inverno che, di certo, scenderà a temperature ben più basse di queste, facendoci rimpiangere il calduccio (seppur sintetico, e un po’ troppo “facilone”) del regalo di Galeffi.

SEZIONE VIVAIO

Di fronte al nuovo che avanza ritrarci non è più possibile, se non assumendocene le pesanti responsabilità generazionali; ecco perché abbiamo bisogno oggi di dedicarci ai polmoni di domani, che hanno bisogno di ossigeno e di speranza. Nasce per questo la “Sezione Vivaio”, con le nostre segnalazioni dei più interessanti emergenti di giornata: solo i migliori fiori che la gioventù, come direbbe Fossati, fa ancora crescere per le strade.

MURDACA, Identikit
Buon esordio per Murdaca che trova in “Identikit” lo spunto di partenza ideale per raccontare le vicende di amore lisergico che sfugge alla definizione di sé stesso. Dal canto suo, invece, il cantautore scuola Revubs sembra avere contorni ben definiti, che non per questo paiono poter inibire l’imprevedibilità di una scrittura poliedrica, sospesa tra Tame Impala e Post-Nebbia sull’onda cool di un movimento sotterraneo che da oltreoceano sta pian piano prendendo piede – e alla buon ora! – anche a casa nostra. Il sound è quello giusto, il mixing del brano reclama per sé una precisa dignità autorale e in “Identikit” si ritrovano tutte le speranze di chi non ha smesso, ogni venerdì, di credere che possano esistere canzoni belle, che ancora meritano di essere ascoltate.

CIULLA, Irreversibile
Ciulla è un amico, ma attenzione: non è per questo che si trova qui, nella “Green Selection” di giornata. Infatti, chiamo Ciulla “amico” come per me è “amico” De André, Guccini, De Gregori, Dalla e tutta quella pletora di artisti (per lo più, morti) che, senza che nessuno di loro sia informato della cosa e senza necessità alcuna che qualcuno di loro mi ricambi, amo ogni giorno di più e sento appartenermi in modo esponenzialmente crescente. Ecco, Ciulla è vivo (per fortuna!) e scrive cose tanto belle da convincermi, ad ogni nuova pubblicazione, a rinnovare il patto con me stesso di essergli amico per sempre. E tutto questo perché se lo merita. “Irreversibile” è l’ennesimo bel pezzo di Ciulla, che merita – eccome – di essere ascoltato, compreso, diffuso e protetto dalla viltà di un questo tempo infame.

MALVAX, Fotogenica
In crescita esponenziale e vertiginosa i Malvax, band bolognese non nuova ad IFB; “Fotogenica”, in questo senso, è esattamente come la compagine felsinea: i regaz “vengono bene” in ogni caso, perché fanno musica che sorride ed ammicca con garbo, senza la pretesa di convincerti ma con la sicurezza di saperlo fare. Vale anche per il loro ultimo singolo, conferma di una consapevolezza artistica che fa ben sperare per il futuro.

TATAMI, Wao
Oh, ogni tanto il weekend offre sprazzi di gioia e sregolatezza (saldamente tenuta sotto le briglie del self-control) come in “WAO” di Tatami; sul giro di chitarra che apre il brano si incastrano con spensieratezza le volate ironiche – a cavallo tra urban e itpop – della promessa di Aurora Dischi, mostrando al venerdì di uscite muscoli, flow e il giusto tasso di leggerezza per uno dei weekend più densi del 2020.

GRAMAN, Anedonia (album)
Da segnalare anche “Anedonia”, il disco d’esordio di Graman, cantautore campano dalla hit facile e dal giusto piglio pop: se nei precedenti singoli aveva già dato prova di meritarsi un posticino nella nuova musica che conta, oggi conferma le aspettative sul lungo corso con una raccolta di istantanee musicali che sanno di muri scrostati, strade piene di lacrime e tanti graffiti sul cuore e nella testa. Graman è uno dei nuovi poeti dell’urban pop (quanto le odio, le etichettature, ma quanto sono comode!) e “Anedonia” è un disco d’esordio che vale la pena di scoprire.

ALFIERO, Un genere solo (album)
Attenzione, perché nella settimana più nevrotica che la mia memoria sa ricordare (ragazzi, ma questa foga di pubblicare ogni canzone possibile nel 2020? Ma ce lo ricordiamo che questo è un anno di merda?) vede la luce anche il secondo disco di Alfiero, cantautore gentile e anima bella che aveva già saputo farsi apprezzare, da noi di IFB, in occasione delle precedenti uscite prima del long play: vecchia scuola d’autore (che qui significa qualità) senza la pretesa di chiudersi nella nicchia (che qui significa intelligenza) attraverso il disegno complesso di dodici tracce (che qui significa coraggio, nell’era dei dischi da eiaculazione precoce) capaci di spaziare dalla tematica d’amore a quella sociale, senza mai appesantirsi di retorica e calibrando con attenzione ogni parola per far sì che centri il cuore (che qui significa emozione). Truppi, Venditti, Canali, Dalla, Tricarico e altre mille cose belle che in Alfiero si fondono in un’unica anima, in “Un genere solo” (di nome e di fatto). Ah, e se volete farvi del male davvero cominciate dalla seconda traccia, che è un pugno in bocca non da poco.

FREJICO, Placebo (EP)
Niente male anche “Placebo“, il primo EP di Frejico. Cinque tracce di buona qualità, per un progetto che pare avere le carte giuste per sedersi – da qui a poco – al tavolo dei grandi. Il sound è ben curato, il timbro è bello e la scrittura interessante; la preferirei magari un po’ più smaliziata, con qualche finezza in più in fase di labor lime a limar via qualsiasi riferimento ad una scena già fin troppo satura di emulazioni, che ha bisogno di aria fresca. Frejico ha una sua identità squisitamente pop, e sa di buono. Crescerà e convincerà anche i reticenti.

FRANCESCO SAVINI, La facoltà del tempo perso
Che carica il nuovo pezzo di Savini, che dopo “Maratoneti” torna con un brano che dimostra di saper respirare, e a pieni polmoni. La struttura pop di “La facoltà del tempo perso” non impedisce all’andamento melodico del brano di seguire una climax emotiva imprevista, che sul finale lascia detonare ogni equilibrio in un codone da cavalcata hard rock; nel vortice delle parti, pur perdendosi qua e là la bussola della direzione musicale del brano (ma dev’essercene a tutti i costi solo una, di direzione?), l’ascolto si lascia raggirare da un’impalcatura che gira intorno, senza dare punti di riferimento. Il testo è interessante, il timbro anche. Il pezzo c’è, il talento ancor di più. Da non perdere di vista.

MARU, Toi (album)
Maru è una brava cantautrice. Nel regno dell’ovvietà da boomer, anche le verità possono suonare banali, soprattutto in un epoca in cui tutti sono bravi, geniali, unici, speciali; e allora, nel tripudio dell’individualismo più narcisistico, si finisce con il perdere il contatto con le cose vere, che contano e si lasciano contare sulle dita di una mano – ma che dico, di un zoccolo (sì, quelli biforcuti, insomma, avete capito il senso). Ecco perché dire che Maru è una brava cantautrice è, in un qualche modo, compiere un atto rivoluzionario: perché Maru è davvero brava, e lo dice uno che coi complimenti agli altri (a me stesso, di complimenti, me ne faccio tutti i giorni e a più riprese) non ci sa troppo fare. Ma quando un disco vale, va difeso: io, a mio modo, tutelo “Toi” inserendolo qui, voi, invece ascoltandolo; proviamo ad essere, per una volta dal lato giusto della barricata, insieme. Che qui, quanto meno, la musica è bellissima. Non basta più tirare fuori il nome “Maria Antonietta” per dare la misura di un’influenza musicale che pareva essere, fin qui, un fiume in piena nelle vene creative di Maru: “Toi” reclama una sua emancipazione, senza negare i riferimenti di sempre ma elevandoli ad un nuovo livello di consapevolezza ed autoralità. Maru, insomma, è Maru, ed è una bravissima cantautrice.

 

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