THE SMASHING PUMPKINS
CYR

[Sumerian Records - 2020]
6.5
 
Genere: synth pop-rock
 
30 Novembre 2020
 

A mio modo di vedere, l’errore in cui il fan, ma anche il collega recensore, non deve assolutamente incorrere è quello di paragonare i bei tempi che furono con questo undicesimo album delle Zucche, e non mi riferisco soltanto ai capolavori grunge-rock della prima fase, ma anche a quelli dell’ultima che, fatta eccezione per il passabile “Monuments To An Elegy” del 2014, hanno comunque visto negli altri lavori, quali l’EP “America Ghotic”, “Oceania” e “Shiny and Oh So Bright, Vol. 1 / LP: No Past. No Future. No Sun” (“Zeitgeist” meriterebbe un discorso ancora più a parte), un nuovo corso probabilmente il più delle volte sottovalutato. Purtroppo in molti inevitabilmente cadranno nell’errore.

Ciò premesso, ca va sans dire che “Cyr” va, dunque, collocato in una dimensione assolutamente a sé stante, lontana pure dalle sperimentazioni rivoluzionare (per l’epoca) ed evolutive del gioiellino “Adore” (per quanto ne dica il buon Billy), scevro da qualsivoglia condizionamento con il passato e sviscerato (per chi ne avesse voglia) in ogni singolo episodio ancorché i venti brani possano sembrare troppo semplici, lineari e accomunati dallo stesso leitmotiv. Ed è esattamente quello che ascolterete, ma è innegabile che il maestro Billy, con il savoir-faire che gli si addice, confeziona discrete melodie che si districano tra synth e beat – sorretti dal suo caratterizzante ed inconfondibile timbro e da una scrittura dignitosa – che a volte si dimostrano di buona fattura come l’oscura “Wyttch”, o con il pop “elettrificato” di “Anno Satana” o con la “neworderiana” “The Colour Of Love” le quali, guarda caso, sono le tracce nelle quali è possibile rivenire la “contaminazione” della chitarra di James Iha, richiamato alle armi per l’occasione.

Certo, anch’io sono stato tratto in inganno dal ritorno nella line-up di James, dal quale mi sarei aspettato un impatto più chitarristico. In realtà, è alquanto pleonastico girarci intorno ma i Pumpkins sono sempre stati Corgan dipendenti, per lo meno quelli dagli anni duemila in poi, risentendo degli umori “musicali” che in quel preciso momento storico/musicale ronzavano nella testa di Billy.

Certo, qui il completo abbandono delle sei corde e della batteria sostituita spesso da una insistente drum machine, rischia di lasciar senza fiato (anche se non è opportuno dirlo in questo periodo) anche al più tollerante dei “grunger-pop”.

Sarete travolti, nel coacervo di recensioni, da parole dure, a volte offensive, e senza appello per i Pumpkins, molte delle quali vi porteranno a sentenziare il punto di non ritorno toccato da questo “Cyr” il quale, a parer mio, proprio nella title track ha segnato la svolta, il coraggio, diciamo, di “metterci la faccia”. Supportato dalla corposa batteria di Jimmy Chamberlin, Cyr”, che a voler dirla tutta pare prestato dai Depeche Mode meno ispirati (peraltro udibili anche nella riuscita Telegenix”), è un brano che non se non fosse stato dei Pumpkins avreste di sicuro apprezzato, nel suo semplice e diretto lato pop-rock. Perché, ripeto, di questo stiamo parlando, di un disco pop.

Orbene, la pressoché totale assenza di riff, il verso monocorde che sembra accompagnare tutto il full-length e, soprattutto, il fatto che siamo in presenza di un album doppio farà invocare a molti di voi il martirio perché, probabilmente, starete pensando a quale gravissimo torto vi sta facendo il caro Billy.

Mettetevi l’anima in pace e indossate le vostre cuffie lasciandovi trasportare da ciò che di buono c’è in questo disco, perché se è vero che il minutaggio alla lunga inizia a diventare eccessivo e a tratti inconcludente nei suoi punti deboli – i clap di “Starrcraft”  infastidiscono oltremodo mentre quelli in “Tyger, Tyger” sembrano usciti da una tastiera Bontempi o nella ruffiana “Dulcet in E” oppure, ancora, nel EDM di “Adrennalynne” – sono comunque presenti dei passaggi di buon synth pop con i cori femminili a contorno, affidati a Katie Cole e Sierra Swan (Dollshead, Black Eyed Peas), che riuscirete ad apprezzare già partire dalla note psychedelic pop di “Confessions of a Dopamine Addict” o dal singolone mid-tempo “Ramona”. Più in alto di tutti, invece, si staglia il trittico composto da una efficace quanto intimidatoria “Purple Blood”, dalla mistica “Save Your Tears” e dal piglio anni ottanta di “Schaudenfreud”, mood che avvolge in verità tutto il disco.

Seppur colorato a tinte fin “troppo” catchy, non potrete fare a meno di ricordarvi i refrain, non certo irresistibili ma incalzanti, di “Wrath”, “Minerva” e della citata “Dulcet in E”.

“Cyr” è il non album degli Smashing Pumpkins, quello che non ti aspetti, probabilmente quello che non vorresti mai sentire dalle Zucche. “Cyr” gira intorno a Corgan, vero deus ex machina, il quale ha voluto “minare” con la sua personale visione di modernità l’intoccabilità di una band come i Pumpkins. “Cyr” è un’abbuffata pre-natalizia di musica elettronica che, seppur non funziona nella sua totalità dei brani, funziona per il resto, tramite la sua schiettezza e “irritante” sobrietà e, soprattutto, per la sua innata imponderabilità.

Tracklist
1. The Colour of Love
2. Confessions of a Dopamine Addict
3. Cyr
4. Dulcet in E
5. Wrath
6. Ramona
7. Anno Satana
8. Birch Grove
9. Wyttch
10. Starrcraft
11. Purple Blood
12. Save Your Tears
13. Telegenix
14. Black Forest, Black Hills
15. Adrennalynne
16. Haunted
17. The Hidden Sun
18. Schaudenfreud
19. Tyger, Tyger
20. Minerva
 
 

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