“IL MONDO SI è MOSSO VELOCEMENTE ED ABBIAMO CERCATO DI STARE AL PASSO”. ABBIAMO SCAMBIATO DUE CHIACCHIERE CON DAVID MARTIN DEI I LIKE TRAINS.

 
3 Dicembre 2020
 

Dopo essersi presi una pausa di ben otto anni, i britannici I Like Trains sono tornati con un nuovo convincente album pubblicato alla fine di quest’estate, “Kompromat” (LEGGI LA RECENSIONE), dove tra cupi synth emerge una produzione votata al post-punk, new-wave e gothic-rock.

Considerato il buon riscontro che sta ottenendo il nuovo lavoro della della band di Leeds, capeggiata dal frontman David Martin, Alistair Bowis (basso), Guy Bannister (chitarre e sintetizzatori), Simon Fogal (batteria) e Ian Jarrold (chitarra), abbiamo colto l’occasione per scambiare due piacevoli chiacchiere (via e-mail) proprio con David che ci ha raccontato dell’album e della band.

Ciao Dave, in primo luogo come stai? Da dove stai scrivendo?
Ciao! Abbastanza bene grazie. Ti scrivo da Horsforth ai margini di Leeds.

Sono passati tre mesi dall’uscita del vostro ultimo album, “Kompromat”, come stanno andando le cose? Siete soddisfatti del riscontro del pubblico?
Siamo rimasti molto soddisfatti di come è stato accolto. Certamente sembra che suoni con le frustrazioni che molte persone hanno provato. Vorrei solo poter uscire e suonare queste canzoni dal vivo, almeno finché sono ancora fresche. Mi sentivo piuttosto piatto due settimane dopo la pubblicazione. Abbiamo lavorato al disco per anni, poi è uscito e non potevamo suonare dal vivo. Non c’è stato alcun rilascio emotivo!

Ora però ci devi spiegare il titolo. Perché “Kompromat”?
Ci è voluto molto tempo per trovare il titolo giusto! Nella ricerca, tutte le strade continuavano a portare in Russia. Ha svolto un ruolo fondamentale nella politica globale negli ultimi dieci anni circa. Un vecchio termine dello spionaggio russo sembrava appropriato.

Ho recensito l’album che mi è piaciuto tantissimo anche perché adoro le sonorità post punk. Ecco, nell’album ho trovato molte similitudini sia con gruppi del passato come i Joy Division, Television nonché The Velvet Underground sia con la loro versione moderna come gli Interpol. Ti ritrovi in queste influenze?
Sì, assolutamente. Invecchiando, ascoltiamo una platea musicale più ampia, ma tutto ciò riconduce al motivo per cui abbiamo iniziato a fare musica.

Ben otto anni da “The Shallows”. Come mai così tanto tempo?
I bambini e il lavoro si sono intromessi un po’! Ma ci è voluto anche un po’ per capire come sarebbe diventato l’album. Abbiamo intrapreso un percorso per scrivere informazioni e dati e di come hanno avuto impatto sulle nostre vite, e poi è diventata una notizia da prima pagina. Il mondo si è mosso velocemente ed abbiamo cercato di stare al passo.

Rispetto al passato, credo che vi siete incentrati su di un sound più dark con linee di basso corpose e batteria pulsante, chitarre che si mescolano con i synth, il tutto sul tuo “spoken word baritonale”. Ricostruzione corretta?
Abbiamo sempre avuto un bel po’ di oscurità, ma sì, siamo diventati più appassionati di sintetizzatori man mano che andavamo avanti. Penso che la differenza fondamentale sia lo slancio in avanti della nostra musica ora.

Hai detto che “L’album è inavvertitamente incentrato sulla politica populista in tutto il mondo. Brexit, Trump, Cambridge Analytica e l’influenza russa nascosta sono finite al centro di tutto”. Infatti ritengo che l’album sia non solo da ascoltare ma anche da “leggere”. Brani come “Dig” o “The Truth” sono molto politici e di impatto. Come sono nati questi testi?
Ora scrivo con “raffiche” più brevi. Non avevo la possibilità di sedermi per ore e scrivere canzoni come facevo una volta, quindi questi testi sono nati mentre leggevo le notizie o vedevo cose sui social media. Li ho messi sul telefono e ho cercato di dar loro un senso successivamente.

“Kompromat” ha chiaramente una atmosfera cupa ed oscura con una visione pessimistica del mondo. Nel momento di concepire l’album erano queste le vostre intenzioni?
Ah! È sempre nostra intenzione. Spero che ci sia anche un po’ di umorismo oscuro nel mezzo. Cerchiamo di non prenderci troppo sul serio, ma sì, il mondo non è in uno stato eccezionale al momento.

Siete di Leeds, città del famoso festival. Che tipo di influenza ha avuto sulla vostra musica?
Penso che abbia avuto una grande influenza quando abbiamo iniziato, grazie alla sua scena musicale DIY. C’erano così tante band e locali in città e un grande senso di comunità. Ci siamo tutti aiutati a vicenda, e questo è stato molto stimolante. Per quanto riguarda l’influenze, immagino che tu possa probabilmente sentire un po’ di Gang of Four e persino The Sister of Mercy in quello che facciamo.

Ma I like Trains come si sono conosciuti?
Guy e io siamo andati a scuola insieme. Andavamo entrambi a Leeds per studiare e abbiamo iniziato a mettere insieme una band. Abbiamo trovato Simon in una delle lezioni di Guy mentre Alistair tramite amici. Ian si è unito un po’ più tardi, dopo che la sua band Redjetson ha deciso di sciogliersi.

Il mio brano preferito è “Prism”, davvero eccezionale. Ci sono dei brani ai quali sei particolarmente legato e per quale ragione?
Sono orgoglioso di tutti, ma un posto speciale è per “Eyes to the Left”. Mi piacciono quelle canzoni che vengono fuori dal nulla. Entri in studio senza niente e ne esci con una traccia del genere. È più soddisfacente di quelli che passi mesi a cercare di scrivere!!

Ecco, proprio in “Eyes To The Left” compare Anika della band messicana degli Exploded View. Com’è nata la collaborazione?
Siamo usciti con Anika molto tempo fa a in un festival in Germania, prima ancora che pubblicasse musica. Non siamo rimasti davvero in contatto, ma abbiamo seguito la sua carriera e abbiamo adorato la sua interpretazione vocale. Quando stavamo lavorando alla traccia giocavamo con i generatori di sintesi vocale, e quando abbiamo iniziato a parlare di come coinvolgere una cantante, lei era la prima (e unica) persona a cui abbiamo pensato. Le ho mandato una e-mail di punto in bianco e lei era già pronta. Riprendere la sua voce e ascoltarla per la prima volta è stato un momento davvero speciale.

Vorrei fare un passo indietro e chiederti del progetto dell’album “A Divorce Before Marriage” del 2016. L’ho riscoperto di recente e lo trovo davvero fantastico, a mezza via tra Sigur Ros e Mogwai. Come è nato?
È la colonna sonora di un film documentario sulla band. I ragazzi che hanno realizzato i nostri video dell’album “He Who Saw The Deep” hanno deciso di seguirci per quattro anni con le telecamere mentre registravamo e facevamo il tour di “The Shallows”. E ‘stato divertente. Meno pressione rispetto a fare un album vero e proprio!

Il lockdown è stato un periodo incredibile per i musicisti. Come hai passato le giornate. Avete scritto altro materiale, pensato ad un tour? Con date in Italia e a Roma spero!!!
Ci spero! Non credo di essere mai stato più stressato nella mia vita, con entrambi i miei figli che non andavano a scuola, io a tempo pieno a casa e in più stavamo anche cercando di finalizzare l’uscita dell’album. Non avevo spazio per pensare, figuriamoci per fare nuova musica. Le cose sono un po’ più facili adesso, ma non riesco a incontrare il resto della band. Molto frustrante.

Di solito a noi di Indie For Bunnies ci piace chiudere le interviste con due domande. La prima se hai qualche nuova band o musicista interessante da suggerire ai nostri lettori.
Yard Act è molto divertente.

La seconda ed ultima se puoi scegliere una tua canzone da usare come soundtrack di questa intervista?
Scelgo “Eyes To The Left”

Grazie mille per il tuo tempo, ci sentiamo presto.
Grazie a te.

In celebration of a step in the right direction, our long-time visual collaborator Michael Connolly has tried his hand…

Pubblicato da iLiKETRAiNS su Martedì 17 novembre 2020

Photo Credit: Ben Bentley

 

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