ANY GIVEN FRIDAY
Ogni Maledetto Venerdì #18

 
4 Dicembre 2020
 

È di nuovo venerdì e seguendo la traiettoria del volo di un moscone – dal ronzio più emozionante di tante cose sentite ultimamente – ho percepito l’esigenza, da parte dell’Universo, di sapere (anche) la mia sulle ultime pubblicazioni musicali del Belpaese; è per questo che, signore e signori, ho deciso di comunicare urbi et orbi il mio bollettino del giorno sulle nuove uscite del pop italiano. Sì, quel tragico, ribollente pentolone traboccante degli sguardi impietosi di chi dice che la musica nostrana fa schifo, di chi “parti Afterhours, finisci XFactor”, di “Iosonouncane meno male che esisti“, di “Niccolò Contessa ma quando ritorni”, di Vans, libri citati mai letti e film repostati mai visti che ogni venerdì rinfoltisce la sua schiera di capipopolo di cuori infranti con una nuova kermesse di offerte per tutti i gusti e i disgusti. Ecco, di questo calderone faccio parte come il sedano del soffritto, quindi non prendete come un j’accuse quello che avete letto finora: è solo un mea culpa consapevole ed autoironico – ridiamoci su! che una risata ci seppellirà, per fortuna, prima o poi – a preparare lo sfortunato lettore alla breve somma di vaneggi e presuntosi giudizi che darò qui di seguito, quando vi parlerò delle mie tre uscite preferite del weekend, e della mia delusione di questo venerdì. Sperando di non infastidire nessuno, o forse sì.

TOP


MARCO CASTELLO
Dopamina

Avrete ormai capito che Marco Castello rientra tra gli artisti che considero più interessanti sul panorama nazionale, e a ragion veduta. Sin dal primo singolo, il cantautore di casa 42 Records ha saputo conquistarmi con la sua innata e funambolica capacità di tenersi in equlibirio tra presente e passato, con lo sguardo – come direbbe l’immortale Bertoli – dritto e aperto sul futuro; ecco, la cosa sconvolgente è che, nelle successive pubblicazioni, Castello è riuscito a non abbassare mai il livello, preferendo piuttosto alzare l’asticella  e restituendo al pubblico gli estremi utili a circoscrivere l’ampiezza emotiva e stilistica di un disco d’esordio che, quando sarà, saprà brillare di luce propria. Sì, perché la scrittura di Marco è luminosissima, frutto di una penna e di una consapevolezza musicale illuminata: tra le righe dei suoi testi c’è Concato, ma anche riferimenti manifesti al primo Sergio Caputo e tanta scuola autorale nostrana fusa all’espressività di sonorità che ammiccano oltralpe e oltreoceano, dai Kings of Convenience a Mac Demarco. Ecco, in questo senso “Dopamina” è l’ennesimo melpot vincente, dotato di una scrittura ironica ai limiti del caustico che fa ben sperare riguardo all’imminente consacrazione pubblica di Castello tra i nomi importanti di un nuovo mainstream, finalmente ispirato ed autentico. Noi, che siamo precursori del bello, tra i BIG lo inseriamo già da mesi, ad ogni nuova uscita: Marco, ora posso dirlo, è la mia personale scommessa con la musica italiana, e con un po’ di spocchia mi godo la mia lungimiranza di astuto allibratore.


FULMINACCI
Un fatto tuo personale

Fulminacci guadagna punti, anche all’ascolto di chi, come me, non ha mai deciso se la scrittura del buon Filippo potesse essere davvero considerabile come “innovativa” e “identitaria” o altro non fosse che il sapiente e studiato mix di “già detti” astutamente mescolati e organizzati per lasciarne sbiadire le paternità referenziali, senza però mai eliminare del tutto i detriti emulativi che – almeno fino a “Canguro” – ancora limitavano la possibilità di un giudizio concreto e definitivo sull’originalità poetica del giovanissimo cantautore romano. Ecco, se con “Canguro”, come detto, Fulminacci aveva già dato una precisa prova di forza e determinazione nel prendersi il diritto al riconoscimento autorale, con “Un fatto tuo personale” sintetizza nel giro di qualche minuto l’ispirazione di una penna diversa, in crescita esponenziale e con un margine esplosivo di miglioramento sulla base di un ormai raggiunto marchio stilistico personale. Bravo Filì, mi stai quasi facendo diventare tuo fan.


AURORO BOREALO, RUGGERO DE I TIMIDI
Natalone

Ho pensato a lungo a chi dedicare lo spazio dell’ultimo pretenzioso  slot del mio spocchioso bollettino perché, va detto, mai come oggi la sovra-proposta musicale (e qui la democratica – e demagogica – accessibilità alla distribuzione dimostra di saper generare mostri e, perdonerete la mia accidia, presunzioni artistiche da balera) ha saputo intasare la lista di uscite del venerdì. Ecco, dopo una lunga dissertazione con me stesso e una fitta esplorazione tra i banchi di nebulose proposte offerte dal weekend ho deciso di inserire “Natalone” perché ritengo che quello di Auroro Borealo (in scintillante collaborazione con Ruggero De I Timidi) sia il più eversivo tentativo di “perculare” un mondo discografico che prova a prendersi sul serio in tutti i modi, spesso dimenticando quanto sia necessario sapersi “sfottere” per poter ritrovare quella sacrosanta autenticità che manca al bulimico panorama nazionale contemporaneo; ecco allora che “Natalone” diventa il guanto di sfida utile a schiaffeggiare le pose contratte e plasticose da confezionatura musicale, attraverso il caustico incedere di un inno natalizio di cui nessuno credeva di aver bisogno e che, oggi più che mai, dimostra l’urgenza di staccarsi da paradigmi e canoni che, con il passare del tempo, stanno cristallizzando l’idea di canzone in strutture troppo rigide per permettere alle spalle di rilassarsi, e ai polmoni di riempirsi di nuovo, vitale ossigeno.

FLOP

Eh già, è uno di quei gironi. Forse oggi non mi sono svegliato sufficientemente incattivito dal mondo, forse è l’incedere del Natale che rende tutti più buoni, forse non mi sento di parlare in questa sede dell’ultimo disco di Ligabue perché credo potrebbe essere troppo restrittivo, lo spazio immanente, per un’opera di accanimento terapeutico simile. Però ci rifacciamo, lo giuro. Intanto beccatevi il più affollato “Vivaio” dell’anno, per un venerdì che ha distrutto la mia pazienza (ma veramente, perché questa corsa alla pubblicazione? Ma ce ne siamo resi conto o no che il 2020 è un anno di merda?) e messo alla prova la mia indefessa dedizione di recensore per caso, presuntuoso per natura.

SEZIONE VIVAIO

Di fronte al nuovo che avanza ritrarci non è più possibile, se non assumendocene le pesanti responsabilità generazionali; ecco perché abbiamo bisogno oggi di dedicarci ai polmoni di domani, che hanno bisogno di ossigeno e di speranza. Nasce per questo la “Sezione Vivaio”, con le nostre segnalazioni dei più interessanti emergenti di giornata: solo i migliori fiori che la gioventù, come direbbe Fossati, fa ancora crescere per le strade.

MOCA, Un giorno intero
I Moca sono un nome ricorrente negli spazi di IFB, e a ragion veduta: la band spezzina, ormai da qualche anno in lizza tra i progetti più interessanti della scena emergente, sembrano essere il singulto necessario al panorama per riprendere possesso di una “ruralità” dimenticata, fatta di piccole cose e di canzoni giuste. Ecco, “Un giorno intero” conferma le sensazioni accumulate dall’uscita dei precedenti singolo e di “OPLA’”(primo capitolo di un disco che vedrà pubblicata la sua seconda metà nel 2021): tradizione e modernità, nella direzione di una hit gentile che trova nelle liriche ispirate della band il suo punto di forza, nel quadro complessivo di una produzione musicale curata in modo sincero, onesto e dotato di forte identità. I Moca li riconosci a distanza di kilometri, ma la cosa più bella è che, ad ogni nuova uscita, danno la sensazione di essere sempre stati ad un palmo dal nostro cuoricino.

AMO’, Una canzone di Natale
Il solito pezzo natalizio? No, qualcosa di più. Il Natale, nel nuovo singolo degli Amò, diventa solo il pretesto utile a parlare d’amore (“perchè alla fine, dai, di che altro vuoi parlare?”), attraverso la proposta musicale di un brano che sembra dotato dei giusti dosaggi pop, sì, ma senza limitarsi al già sentito. Il pezzo spinge, cavoli, eccome: il ritornello diventa il regalo più bello che questo venerdì di dicembre ha messo sotto l’albero del Nuovo Pop.

CHARLIE FUZZ, Autoradio
Charlie Fuzz è un pazzo, e mi piace tanto sopratutto per questo. “Autoradio” si muove su sonorità rock dimenticate, che ricordano un po’ Ivan Graziani un po’ la New Wave di inizio anni Ottanta: non c’è la rincorsa ad una melodicità pre-confezionata, ma piuttosto l’esigenza di lasciar levare in alto la vocalità rarefatta e addolorata di Charlie, che ritrova la propria dimensione nel richiamo a sé stesso, trasformando il brano in una confessione rabbiosa e sanguinante. Tutto molto bello, a partire dal particolare mix della voce, a dare un tocco di autoralità in più all’identità forte di un brano riuscito. Viva la musica del disagio.

ANTARTICA, Savoia
Gli Antartica ricordano un po’ i Fask, un po’ i Dari (dai, smettiamola con queste finte da intellettuali radical chic: abbiamo ascoltato tutti la prima scena 2000), un po’ i Canova con richiami calcuttiani evidenti. “Savoia”, però, cammina da sola in un melpot di riferimenti ben amalgamati, al punto da lasciar emergere l’ispirazione di una scrittura che, se saprà farsi meno referenziale, saprà dare soddisfazione a loro e a me, che oggi con grande fiducia li inserisco nel più presuntuoso bollettino del fine settimana.

UGO FAGIOLI, Respira (album)
Ugo ormai è un amico: ho ascoltato tutte le sue uscite, e aspettavo da tempo la pubblicazione del primo album da solista; non mi aspettavo forse un ritorno così minimale ed essenziale al blues (che resta comunque la comfort zone naturale del cantautore romagnolo, che ha il Mississipi nelle vene) dopo gli exploit pop di “Crampi” e “Sale”, ma va detto che nel suo posticino caldo Ugo ci sta bene, eccome. “Respira” è un mantra, una ginnastica yoga articolata in nove posizioni tantriche, in cui il testo fa all’amore con la chitarra di Ugo, lider maxima di ogni evoluzione di un disco complesso perché vero, sincero e autentico; nel totale, il lavoro è pregevole e l’essenzialità dell’orchestrazione permette alle parole di ritrovare la forza necessaria a farsi portatrici di un messaggio auto-riflessivo, che non smette di volersi rivolgere a tutti.

TERSO, Aurelia
Gasa Terso, che con “Aurelia” prende dritto per dritto la via dell’elettronica dando il giusto colpo di acceleratore (in vista del traguardo del disco d’esordio) ad un progetto che già in passato si era lasciato apprezzare per estetica e poetica. La vocalità alla Coma_Cose non limita affatto (anzi, ne rende ancor più dichiarata l’attitudine da hit) lo slancio originale di un brano che vola, ed impenna in solitaria tra le copie sbiadite (ma quanta musica esce, ogni venerdì?) della parata del weekend.

TONYNO, L’odore delle rose
Quanta naturale potenza, nella vocalità di Tonyno e nel suo esordio per Dischi Rurali, a conferma della bontà circa la direzione artistica intrapresa (con moto ostinato e contrario) dall’etichetta campana, che nel suo nuovo innesto trova la massima espressione di una “ruralità” insita fatta di tradizione e sguardo aperto sul futuro: “L’odore delle rose” ha il profumo buono della canzone giusta, capace di mixare insieme elementi tipici della canzone napoletana alla flemma sensuale del soul, cifra stilistica di un progetto che già si preannuncia lanciato verso conferme. Un ottimo esordio, che farebbe sorridere Pino Daniele e che oggi ci permette di aggiungere Tonyno e la sua musica alla lista dei desideri per il 2021.

ROJABLORECK, Decisioni meteo
Vabbè, e che ve lo dico a fare. Siete anche voi cresciuti con il progressive rock, avete una passione sfrenata per il demenziale che si fa ultima chiave di accesso al senso autentico delle cose e credete ancora nella musica bella, che trova la sua forza nella scrittura collettiva di una band che sa andare oltre l’individualismo del singolo nell’amalgama di un prodotto che si fa squisitamente culturale? Bene, allora i Rojabloreck sono la band che avete il dovere vitale di scoprire, e “Decisioni meteo” è la risposta da dare a tutta la bruttura involutiva che l’essere umano costantemente rende pubblica sui social, in post e commenti dal dubbio gusto etico; è proprio da questa mancanza etica che si forma la prestanza estetica di un brano ben scritto e virtuoso solo per il modo stesso in cui è stato pensato: il nuovo singolo dei Roja altro non è che tutto quello che vorreste dire, tutti i giorni. ai leoni da tastiera e agli amanti del complotto perenne, e che ora trova la sua perfetta e godereccia formulazione in una hit d’altri tempi, che ammicca al futuro.

FRANCES ARAVEL, Shining out of the dark (album)
Esce fuori dal cono d’ombra anche Frances Aravel, che nel suo disco d’esordio richiama alla necessità di trovare un posto e una dimensione alla sua emotività gentile, genuina e vera. Di lei, avevamo già parlato in qualche bollettino passato, sottolineando la nostra speranza di trovarci presto fra le mani un lavoro organico che sapesse rendere merito all’ispirazione di Frances: “Shining out of the dark” sembra aver raccolto le nostre pretese nel giro di danza di un disco godibile senza farsi scontato, che abbraccia le sfumature emotive di una personalità artistica che merita di essere tutelata. Pezzo preferito: “The child you were”.

SOLISUMARTE, Stare Lucido
Tornano anche i Solisumarte e lo fanno con il piglio fresco di una hit che sembra ammiccare al graffiti pop di un filone musicale in evoluzione costante, commistione tra il lirismo pop di Frah Quintale e la flemma soul elettronica di Mahmood et similaria: la scrittura si fa apprezzare attraverso il giusto dosaggio dei tempi e delle immagini scelte, e permette al duo di confermarsi all’altezza delle aspettative alimentate dalle ultime pubblicazioni.

LUNAR e LAMETTE, Che stronza
Interessante il flow di “Che Stronza”, che vede la collaborazione tra Lunar e Lamette per Aurora Dischi; nel disegno composto di un brano che sa essere cool nel modo giusto si fondono in modo virtuoso le identità di entrambe le personalità artistiche coinvolte. A volte, quando non si ha la forza di edulcorare il dolore, fa bene essere espliciti e dare anche una botta di “stronza” alla storia che ci ha bloccato il cuore.

INDIANAPOLIS, Pavimento
Delicatamente pop il nuovo singolo di Indianapolis, che con “Pavimento” cerca di raccogliere i cocci del ricordo in un brano gentile e tenero: la strofa manifesta le debolezze necessarie a lasciar conflagrare la potenza mainstream di un ritornello che ricorda un Gazzelle meno disperato, più Indianapolis. Sicuramente c’è del lavoro da fare per limare al meglio i contorni di un progetto che, se ben diretto verso la giusta identità, saprà farsi apprezzare – eccome.

 

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