ABBIAMO INTERVISTATO MARK C., FRONTMAN DEI LIVE SKULL, PER PARLARE DEL LORO NUOVO LP CHE DEFINISCE COME “UNA CELEBRAZIONE DEL NUOVO E DEL VECCHIO”

 
8 Dicembre 2020
 

I Live Skull nascono nel lontano 1982, uscendo dalla scena noise-rock / no wave della sempre fervida New York City. Nel 1989 gli statunitensi realizzato il loro quarto album, “Positraction”, ma l’anno successivo arriva lo scioglimento. Solo nel 2016, in occasione di un evento organizzato per il trentacinquesimo anniversario del B.C. Studio di Martin Bisi, Mark C., Marnie Jaffe e Richard Hutchins decidono di riformare la band e iniziano anche a scrivere del nuovo materiale, che sfocerà in “Saturday Night Massacre”, uscito nel novembre dello scorso anno via Bronson Recordings. Tra pochi giorni (venerdì 11 dicembre) arriverà, sempre attraverso la label ravennate, un nuovo LP, “Dangerous Visions”: la prima parte del disco contiene canzoni nuove (insieme a nuova versione del vecchio brano “Debbie’s Headache”), mentre la seconda pesca dagli archivi della band, proponendo materiale inedito, tra cui quattro pezzi registrati durante una Peel Session del 1989. Noi di Indieforbunnies.com abbiamo approfittato di questa nuova uscita per contattare via e-mail il gentilissimo frontman e membro fondatore Mark C. e farci raccontare i dettagli del nuovo album e non solo. Ecco cosa ci ha detto:

Ciao Mark, come stai?

Sto bene grazie, sto seguendo i protocolli di sicurezza e mi sento fortunato, considerando l’ondata di pandemia in corso qui negli Stati Uniti. Tu come stai? So che le cose sono state dure anche in Italia.

Sei a New York in questo momento?

Sì, sono qui da quando sono tornato dal tour europeo dei Live Skull a novembre 2019. Abbiamo suonato il nostro ultimo spettacolo dal vivo a New York il 7 marzo. Abbiamo superato la prima, la secondo e – ora – la terza ondata.

Come ci si sente ad essere lì nella situazione attuale?

Ovviamente è stato devastante assistere agli effetti agghiaccianti della pandemia su questo centro urbano affollato e vivace che chiamiamo casa. Le infinite sirene, le ambulanze, la perdita di vite umane, amici e sconosciuti. I primi giorni erano così bui e inquietanti, prima che si sapesse molto sul virus e su come trattare le persone infettate da esso. Prima che capissimo tutti nel nostro regime personale di indossare la maschera, come procurarci il cibo ecc.; prima che i test fossero ampiamente disponibili. Eravamo tutti improvvisamente da soli a navigare in questa nuova versione della nostra città, che aveva sempre soddisfatto i nostri bisogni in qualsiasi momento, giorno e notte, ma ora era praticamente chiusa e ospitava un virus altamente contagioso e mortale. Nessuno spettacolo, nessuna registrazione, nessuna prova della band; nessun lavoro. E il mio quartiere, il Bowery, era deserto, le luci spente. Di notte non c’è anima viva per strada tranne i senzatetto, senza mascherina e turbati. Questo è un quartiere che ha ingorghi a volte anche alle 3 o 4 del mattino, club vivaci, bar e ristoranti aperti tutta la notte. Di recente la giornata ha visto una ripresa delle attività con i ristoranti all’aperto e tutto il resto, ma alle 10 o alle 11 di notte è ancora una città fantasma. Sebbene questo calo di intensità – la quiete, l’ampiezza dei viali vuoti, la tregua notturna del traffico e il caos frenetico della vita delle strade di New York – sia inquietante, ha fornito un raro momento di riflessione per quelli di noi che hanno vissuto qui per un po’. Abbiamo iniziato ad abituarci alla calma, al ritmo più lento e ora, mentre le cose aumentano di nuovo insieme a un’ondata di virus, dovrei dire che mi trovo in un posto un po’ diverso emotivamente rispetto a un anno fa oggi.

Il vostro nuovo disco uscirà presto: come vi sentite ora che le persone potranno finalmente ascoltarlo?

Una cosa riguardo al lockdown è che ha semplificato le richieste del mio tempo e sono stato in grado di concentrarmi e finire questo LP, coordinarmi con BBC e Bronson Recording, registrare e mixare “in sicurezza” con la band e completare la cover art. Ci siamo messì d’accordo sul concetto di mettere insieme nuove tracce della band attuale con le sessioni inedite di John Peel del 1989 lo scorso novembre, quando abbiamo suonato al Transmissions Festival di Ravenna, in Italia. Essendo l’unico membro dei Live Skull presente su ogni traccia, sono particolarmente entusiasta del modo in cui funzionano insieme. Mostra l’evoluzione di un concetto, la resilienza del nostro suono per segnare il proprio percorso attraverso il cambiamento e la diversità, andando avanti senza soffermarsi o replicare il passato. Sono grato a tutti coloro che stanno intraprendendo questo viaggio con noi. Dopo un anno così difficile, riascoltare questo LP per me è catartico: la creazione in mezzo alla devastazione. Spero che mandi vibrazioni positive anche per gli altri. Non vedo l’ora di avere una copia fisica, con la splendida opera d’arte di Gary Panter, nelle mie mani.

Dopo più di 25 anni vi siete riuniti per la compilation “BC35”, che era uscita per Bronson Recordings nel 2018: cosa ha significato per te tornare con la tua band dopo così tanto tempo?

Questa reincarnazione è arrivata a sorpresa, è avvenuta in maniera organica evolvendosi da un precedente incontro di tre membri della band, senza nozioni preconcette se non quella di esibirsi dal vivo al BC35, lo studio in cui avevamo registrato gran parte del nostro lavoro in passato. Man mano che si sviluppava l’interesse esterno per il progetto, ci siamo resi conto che stavamo scrivendo abbastanza materiale per un LP e ci siamo divertiti molto quando ci siamo ritrovati, quindi abbiamo deciso di riavviare la band, anche prima di sapere esattamente chi ne avrebbe fatto parte. Ogni incarnazione dei Live Skull è stata un’esperienza diversa e stimolante perché ogni nuovo membro porta la propria estetica nel mix e siamo stati abbastanza fortunati da trovare nuovi membri che possono contribuire a vivere la missione dei Live Skull, a disputare un out-sound in strutture di canzoni riconoscibili per suonare duro e forte! Da parte mia, il tempismo corrispondeva a un rinnovato interesse sulle possibilità della chitarra elettrica, dopo un lungo periodo di esplorazione della musica elettronica e di immersione nell’arte della registrazione e della produzione. Volevo tornare all’esperienza viscerale di suonare uno strumento dal vivo. Inventare i suoni sul posto. Suonare con la nuova formazione è fresco, poiché spingiamo il suono Live Skull in un nuovo territorio.

L’anno scorso avete pubblicato “Saturday Night Massacre”, il tuo primo album in quasi tre decenni: come vi siete sentiti dopo l’uscita?

Ero particolarmente entusiasta di “Saturday Night Massacre” perché è il primo disco dei Live Skull che ho registrato e prodotto io stesso, con l’aiuto dei membri attuali Rich Hutchins e Kent Heine. Ci ha dato un maggiore controllo del suono e ha reso l’intero processo di creazione dell’album qualcosa di più personale. Il materiale è nato da un incontro in forma libera delle menti dei membri originali Marnie Jaffe, Rich e io, ma si è evoluto in uno sforzo più determinato per rianimare la band e far evolvere il suo suono una volta che Kent si è unito alla band. Quindi, è una specie di LP di transizione con camei vocali di Marnie e della ex componente Thalia Zedek. Ci siamo divertiti tutti e penso che l’energia si trasmetta nella musica. Essendo l’unico chitarrista, avevo una maggiore libertà di sovraincidere senza creare disordine nel suono. Non abbiamo pensato troppo a fare un disco “Live Skull”, abbiamo semplicemente suonato la musica che stavamo provando in quel momento.

Quali erano le vostre aspettative riguardo alla reunion?

All’inizio non vedevo l’ora di vedere tutti. Non avevo intenzione di riunire la band.
Sembrava interessante fare jam senza mettere alcuna pressione sul risultato. È così che è iniziato tutto: Tom, Marnie e io ci ritroviamo nel mio loft, puntando i nostri amplificatori l’uno verso l’altro, collegando la spina e facendo jam liberamente. Rumorosi e intensi, abbiamo esplorato la ripetizione e il dramma senza un programma diverso dal compiacere noi stessi.

Le prime cinque canzoni del vostro nuovo album sono state registrate nel 2019 e nel 2020: cosa significano per voi?

“Day One Of The Experiment” – registrata dal vivo nel 2019 – evoca un po’ di tristezza poichè le sue origini si trovano in una storia di perdita, ma anche ottimismo per il fatto che ci alzeremo tutti quando sarà il momento giusto e nel titolo c’è questo senso di una nuova alba, il primo giorno di questa nuova versione dell’esperimento Live Skull. È la prima canzone che la nuova formazione ha scritto insieme. I Live Skull non hanno mai avuto – e spero veramente che non avranno mai – progetti preconcetti riguardo al loro suono. Marnie, Tom e io abbiamo imparato a suonare insieme i nostri strumenti grazie a della jam in free form, è stato un esperimento con qualche rischio. Questo esperimento sonoro ricomincia con la nuova formazione. Ma l’ombra oscura della pandemia è evidente soprattutto nella prima traccia, “In A Perfect World”: una jam di prova si è sviluppata in una canzone durante i momenti più bui a New York, quando c’era una crescente sensazione di dolore e disperazione, in un momento in cui incontrarsi con amici o compagni di band poteva essere letale, ma la canzone cerca di venire a patti con i sentimenti di disperazione. Naturalmente c’è anche un po’ di pesantezza in “Twin Towers”, il monumentale push and pull delle linee di basso gemelle, che fa rivivere i ricordi di aver visto le World Trade Towers crollare davanti a me, una dopo l’altra. “Dispatches” è più una premonizione, si tratta di paranoia distopica, di una catastrofe immaginata ed è stata registrata ben prima che la pandemia colpisse le nostre coste. “I’m sending out dispatches, trying to determine what went wrong…”

Quali sono stati i maggiori cambiamenti tra loro e quelle presenti su “Saturday Night Massacre”, uscito lo scorso anno?

Sulle prime tre tracce di “Dangerous Visions”, c’è l’aggiunta del nostro nuovo membro, Dave Hollinghurst alla chitarra, che riaccende l’approccio al duello di chitarre così emblematico del suono vintage dei Live Skull. Gran parte di “Saturday Night Massacre” è stato scritto come scioccata risposta alla crisi politica qui negli Stati Uniti. La title-track è una diatriba contro la rabbia guidata dalla cospirazione ed è una soffocante, mentalità di massa. La prima riga di “Identical Skies” è: “Everything that breaks has been broken.”. Siamo stati colti di sorpresa e siamo stati attaccati. Nel momento in cui abbiamo scritto “Dangerous Visions” stavamo vivendo l’incubo e, sebbene ci sentissimo ancora disperati, stavamo dando forma a una risposta più sfumata. Le nuove tracce sono un po’ più personali e introspettive, ma siamo ancora entusiasti e pronti per l’azione. Puoi sentire l’energia nervosa nella nostra nuova versione di “Debbie’s Headache” (dal nostro terzo album “Dusted” uscito nel 1987). È un’interpretazione vivace e impetuosa dell’originale.

Mark, ho letto che hai scritto “In A Perfect World” ascoltando il rumore delle ambulanze durante il lockdown: quanto questa difficile situazione ha influenzato il tuo processo di scrittura?

L’attuale senso di isolamento e la sensazione di essere sotto assedio, che è il risultato della pandemia e della vita sotto il nostro patetico “dittatore”, imita, stranamente, il mio stato d’animo nel giorno in cui ho iniziato a scrivere canzoni. Ronald Reagan era il nostro presidente e, come punk rocker, avversità reali o immaginarie si nascondevano dietro ogni angolo. Motivi fertili per scrivere testi e per riff di chitarra esagerati. Ma la situazione attuale è disarmante a tal punto che mi ritrovo a mettere in discussione più profondamente l’onestà, la natura di ciò di cui sto scrivendo. Mi sforzo di usare l’umorismo, la satira e la rivelazione, scritti in un modo che siano all’altezza del compito di mettere in relazione l’oscurità del nostro tempo. Per iniziare spesso utilizzo tecniche di taglio dei testi contemporanei così l’atmosfera attuale è avvolta nel DNA dei miei testi. La nuova musica che proviene dalla band è in parte rifugio, in parte rilascio e uno spettacolo di forza.

Nella seconda metà del vostro nuovo disco si possono ascoltare quattro canzoni registrate in una Peel Session che avete fatto nel 1989: quando e perché avete pensato di aggiungere quei pezzi al vostro nuovo disco?

Stavo parlando con Chris della Bronson Recordings della continuazione del progetto di ristampa dei Live Skull, quando mi è venuto in mente che le Peel Sessions erano ancora inedite. Mi è sembrata una tragedia poiché quei brani hanno catturato l’energia della band alla fine degli anni Ottanta in un modo che nessun’altra registrazione aveva fatto. Con la reincarnazione della band in pieno svolgimento, abbiamo ritenuto che fosse un buon momento per offrirli. Quattro canzoni relativamente brevi non sembravano giustificare un’uscita in vinile da sola nel mercato per lo più digitale di oggi e avevamo diverse nuove tracce in lavorazione oltre a fantastici brani vintage che non furono mai pubblicate sugli LP ufficiali di Live Skull. Quindi l’idea di “Dangerous Visions” è arrivata alla nostra attenzione: una celebrazione del nuovo e del vecchio. Ricorda l’uscita di “Dusted”, in cui metà delle tracce aveva la formazione originale e metà presentava i nuovi membri Rich e Thalia; “Dangerous Visions” include tutti i membri originali e introduce la line up attuale. Ci auguriamo che, se ignori i dettagli del tempo e del luogo, e ascolti “Dangerous Visions”, ti porterà nel tipo di avventura in cui eccellono gli album.

Quali sono state le vostre maggiori influenze musicali per le nuove canzoni?

Personalmente direi i giorni sperimentali del primo post-punk mescolati con un crescente apprezzamento per la capacità di creare canzoni dei rocker classici della fine degli anni ’60 e dei primi anni ’70, come gli Stooges, The Pretty Things, Cream, i primi Pink Floyd, Fleetwood Mac.

Di cosa parlano i vostri testi?

Scenari distopici, le prove e le tribolazioni degli eventi attuali che si riflettono nel dare e avere delle relazioni personali … gioia, insicurezza, rinascita e rivelazione, navigando nelle acque agitate del comportamento deviante comune … tutti i soliti sospetti dei Live Skull.

Hai qualche nuova band o musicista interessante da suggerire ai nostri lettori?

Abbiamo suonato alcuni show insieme a una band locale, gli Skull Practitioners, che fa rock con jam di chitarra intricate e pesanti che ricordano le prime band noise post punk di New York che proliferavano negli anni ottanta. Dai un’occhiata anche ai Tidal Channel e agli Isolation Society (con Rich alla batteria).

Un’ultima domanda: puoi per favore scegliere una delle vostre canzoni, vecchia o nuova, per fare da colonna sonora a questa intervista?

Che ne dici di “Debbie’s Headache”, la nuova versione sul lato A di “Dangerous Visions”? La band attuale si aggiorna e rende omaggio al passato.

Photo Credit: Michael Jung

 

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