ANY GIVEN FRIDAY
Ogni Maledetto Venerdì #19

 
11 Dicembre 2020
 

È di nuovo venerdì e seguendo la traiettoria del volo di un moscone – dal ronzio più emozionante di tante cose sentite ultimamente – ho percepito l’esigenza, da parte dell’Universo, di sapere (anche) la mia sulle ultime pubblicazioni musicali del Belpaese; è per questo che, signore e signori, ho deciso di comunicare urbi et orbi il mio bollettino del giorno sulle nuove uscite del pop italiano. Sì, quel tragico, ribollente pentolone traboccante degli sguardi impietosi di chi dice che la musica nostrana fa schifo, di chi “parti Afterhours, finisci XFactor”, di “Iosonouncane meno male che esisti“, di “Niccolò Contessa ma quando ritorni”, di Vans, libri citati mai letti e film repostati mai visti che ogni venerdì rinfoltisce la sua schiera di capipopolo di cuori infranti con una nuova kermesse di offerte per tutti i gusti e i disgusti. Ecco, di questo calderone faccio parte come il sedano del soffritto, quindi non prendete come un j’accuse quello che avete letto finora: è solo un mea culpa consapevole ed autoironico – ridiamoci su! che una risata ci seppellirà, per fortuna, prima o poi – a preparare lo sfortunato lettore alla breve somma di vaneggi e presuntosi giudizi che darò qui di seguito, quando vi parlerò delle mie tre uscite preferite del weekend, e della mia delusione di questo venerdì. Sperando di non infastidire nessuno, o forse sì.

TOP


DENTE
Questa libertà

Dente è uno dei miei cantautori preferiti e in questi anni la sua mancanza discografica l’ho sentita eccome. Dente, infatti, rientra tra le mie scoperte universitarie (che ve devo dì, ognuno ha i suoi tempi): scoprii l’”Almanacco” grazie ad una ragazza molto carina che, mentre guidavo, mi propinò l’ascolto di “Coniugati passeggiare” e niente, trenta secondi dopo avrei voluto lanciarmi contro un pino dalla gioia di star male in quel modo, finalmente, dopo tanto tempo. La ragazza carina, dopo aver aizzato in me il desiderio dello schianto psico-fisico, scomparve dalla mia vita (mai fidarsi delle ragazze carine che alimentano il nostro naturale bisogno di auto-distruzione, tanto sappiamo farci del male – eccome! – anche da soli) lasciandomi da solo a combattere la mia personale e drammatica metafisica dell’assenza attraverso l’ascolto compulsivo di una delle penne più pericolosamente gentili – Dente è uno che ti ammazza, per davvero, a colpi di grazie, semicit. – del cantautorato moderno; inutile dire che mi sono innamorato perso (prima di tutti e due, poi è rimasto solo Dente) e che ho sofferto come tanti all’uscita del Dente 2.0 nato tra le mura creative di INRI, perché – aggrappato al ricordo nostalgico del passato – avrei voluto che il cantautore emiliano rimanesse per sempre mio, chiuso in quelle canzoni a metà che mi avevano fatto sbudellare la carne pensando all’amore, alle ragazze molto carine e ai pini schivati sulle superstrade. Con il tempo ho capito che l’amore è processuale, che il possesso cristallizza il sentimento in pose contratte che a Dente non appartengono e che – in generale – mi innamoro delle donne che ascoltano buona musica, e che solitamente hanno più gusto musicale del sottoscritto, ancorato – nella mia smodata auto-referenzialità – all’esigenza che le cose rimangano sempre come sono per paura di perderle; ecco perché ci ho messo un po’ a capire che, alla base di tutto ciò che il buon Giuseppe oggi propone, c’è il passato che riscrive sé stesso per moltiplicare i destinatari, conquistare nuove platee e distruggere altri cuori, diversi e uguali al mio: “Questa libertà” è la conferma che servivano nuove parole, e che Dente le ha trovate rimanendo sempre lo stesso, sempre diverso. Io, nel dubbio, in macchina ho deciso di non ascoltarlo più.


FRAH QUINTALE
Gabbiani

Bene, alle liste di canzoni accorate con le quali lasciare le ragazze molto carine di cui sopra (che solitamente ci lasciano prima che possiamo dedicar loro alcunché) c’è da aggiungere, oggi, anche “Gabbiani”, il nuovo singolo di Frah Quintale che stavolta non subisce le pene d’amore ma, nel guardare l’amore finito, sente piuttosto addosso la tenerezza del boia: di fronte ad un lavoro che andava fatto quel carnefice di Frah sembra chiedersi se la sua vita potrà essere mai qualcosa di diverso dal tagliare – ad ogni fine settimana – nuove teste. Similitudine ardita? Sì, ma è anche vero che oggi di vie di mezzo non ce ne sono più, e ogni venerdì di uscite diventa una ghigliottina utile a separare il grano dalla pula: progetti decapitati dalla riproduzione seriale di sé stessi in copie sbiadite da indigestione musicale, emulatori professionisti che rendono quasi impossibile – nella clonazione dell’originale – distinguere tra realtà e finzione, dive per un giorno che conquistano le playlist senza passare dai cuori, convinte che bastino due lustrini e un po’ di patina divergente per convincerci che non saranno le ennesime meteore glitterate. Ecco, Quintale è il BIG che ogni venerdì ti aspetti di vedere con la testa nella cesta del cliché, che ad ogni venerdì ti sorride sotto il cappuccio del carnefice mentre fa a pezzi la tua invidiosa pretesa di vederlo cadere: Frah è il sistema che non ha paura di modificarsi, e a fondo, per continuare ad essere tale. Tutti gli altri, invece, sono teste montate su corpi spaiati, accanimenti terapeutici e miracoli della chirurgia su carni destinate al macello del tempo.


ZIBBA
Don’t panic

Zibba, vuoi o non vuoi, lo diciamo e non lo diciamo, è uno dei riferimento della nuova scuola d’autore italiana: scrittura ad alto coefficiente di riconoscibilità, belle melodie e parole figlie di un labor lime ispirato e ispirante, eccome. Tanto percorso – di cui buona parte affrontato senza l’attenzione che meritava da media e pubblica -, maniche rimboccate di chi sa che la musica è un faticosissimo artigianato, sudore che sulla fronte testimonia l’impegno del mediano di qualità, che magari non ha i piedi di Pelé ma lì, in mezzo al campo, fa la differenza e scherma la difesa della deriva pericolosa del gioco avversario. Sì, perché quando uno come Zibba scrive e canta, lo fa difendendosi dal tempo che passa – e le prime rughe, al cantautore, stanno divinamente – e dal cattivo gusto musicale che in qualche modo sembra aver plagiato le nostre capacità di reazione al disgusto, inibendole: “Don’t Panic” è un pezzo bello, che sta in piedi da solo pur godendo di riferimenti a tratti fin troppo evidenti e ammiccanti ad una scena mainstream che già sta cedendo il passo ad un futuro nebuloso – ma da incoraggiare, per il bene di tutti; le parole, tuttavia, sono quelle che appartengono solo a Zibba, e che solo Zibba sa usare così: è qui che sta la cifra stilistica di un progetto musicale che nelle sue sfumature extra-musicali (anche se esiste qualcosa che non suona, che in qualche modo non sia corpo sonoro e risonante?) trova la forza letteraria che, a gente come me – cioè che ama schiantarsi contro i muri ascoltando Dente – fa credere ancora che un’altra musica sia possibile. Anzi, sia un dovere.


FLOP

Che devo dirvi, vi lascio a bocca asciutta anche questa settimana. Vi sfido però – nell’era dell’omologazione e degli Dei a scadenza – a trovare qualcuno o qualcosa che, oggi, riesce ancora ad indignarvi davvero. Non che non vi siano i presupposti, ad ogni venerdì, per nuove indignazioni: sono partito, ormai quasi sei mesi fa, con l’idea di farmi paladino della giustizia e del buonsenso musicale (calibrato, ovviamente, sui miei parametri di spocchia e presunzione) e convinto che la categoria FLOP sarebbe stata di certo la più fornita, vista la mia vocazione al massacro. Invece, oggi, non esistono nemmeno più i super-cattivi: tutto sembra essere omogenizzato in una paludosa stagnazione dell’identità e del gusto, in cui eroi e antieroi si confondono accettando la propria indistinguibile regressione ad uno stato di indefinitezza formale, oltre che di vuotezza di contenuto. Insomma, in un mondo musicale che ha esaurito le cose da dire non sembrano esistere più possibilità di reazione, terreni di scontro e arene di discussione di fronte all’estinzione della matrice stessa del dibattito, ovvero l’identità personale o una qualche forma di propria weltanschauung: ogni venerdì diventa la laconica dimostrazione dell’assoluta assenza di movimento che priva la cultura di tutto ciò di cui necessita davvero, per aggiornarsi e rigenerarsi; senza identità non c’è dialettica, senza dialettica non c’è scontro, senza scontro non c’è moto e senza moto, ahinoi, non c’è vita. Aspettiamo fiduciosi il 2021, e l’insorgere non solo di una musica che possa sconvolgere in positivo ma anche di qualcosa che sappia finalmente riattivare quell’essenziale reazione di sopravvivenza che è il disgusto. Perché oggi, davvero, sembra non esserci più nessuno capace di “non piacere“, nell’abuso quasi rituale di quei dosaggi giusti che valgono solo nella cucina da dopo-lavoro e che in musica producono tutt’al più zuppe riscaldate, buone solo per l’allyoucaneat da playlist Spotify. Che tanto, all’allyoucaneat, cazzo ti frega di che stai a magnà.

SEZIONE VIVAIO

Di fronte al nuovo che avanza ritrarci non è più possibile, se non assumendocene le pesanti responsabilità generazionali; ecco perché abbiamo bisogno oggi di dedicarci ai polmoni di domani, che hanno bisogno di ossigeno e di speranza. Nasce per questo la “Sezione Vivaio”, con le nostre segnalazioni dei più interessanti emergenti di giornata: solo i migliori fiori che la gioventù, come direbbe Fossati, fa ancora crescere per le strade.

LOURDES, 46 CM

La nuova scommessa de La Clinica Dischi cala il terno con “42 cm”, la hit che da Lourdes ormai ti aspetti (cisti gli exploit di “Non ci vogliamo più” e “Incontrarci ancora”) e che in qualche modo conferma le belle sensazioni destate dall’esordio: il piglio è quello del rocker, imprigionato – o in esilio volontario – nelle fattezze di un nuovo idolo da playlist, grazie all’innata capacità di calibrare dosaggi e parole nell’amalgama riuscita di ogni nuova pubblicazione. La distanza tra il cervello e il cuore, tra l’inverno della ragione e l’inferno del cuore, è la medesima che sembra separare il cantautore lombardo dalla consacrazione definitiva: poi, ne siamo certi, una volta raggiunto il cuore del sistema, quel anima kurtcobainiana che trasuda da ogni poro di Lourdes tornerà a farsi sentire, a colpi di distorsore e rock’n’roll. Elementi che, va detto, comunque non mancano nel nuovo singolo del cantautore.

IMMUNE, Disco Party

Immune è una garanzia, ma allo stesso tempo non sa smettere di stupire ad ogni nuova pubblicazione: seguo Elia dai primi passi con Revubs Dischi, ed è stato incredibile – in questo anno di crescita, l’esordio è datato autunno/inverno 2019 – constatare la versatilità artistica di un progetto che dimostra costantemente di saper lavorare nello sporco, nella polvere dell’ingiusto anonimato che oggi ancora grava su una delle proposte più interessanti del panorama nazionale. “Scura”, il primo singolo di Immune, è un gioiellino dark, “Profondo Blu” riaccende la luce dell’elettronica che in “Prima di te” esplode senza freni, ma è in “Disco Party” che il cantautore piemontese trova la sintesi perfetta tra le parti, facendo leva sulla genialità del gioco di parole sotteso al titolo stesso: l’arrangiamento è rock, ma deriva dalla sovrascrittura delle parti e non dall’uterino desiderio di stravolgere le aspettative del pubblico; c’è tanta intelligenza e maturità artistica, in Immune, che sono convinto deflagrerà a breve, appena il disco d’esordio glielo permetterà. Provare – quando sarà il momento – per credere.

A-LEX GATTI, You & I

Che dire del buon Gatti, se non “coraggioso”? Sì, perché oggi ce ne vuole di coraggio per credere ancora nella via del rock’n’roll, nelle strade aperte a colpi di sei corde e nelle difficoltà ricettive di un brano cantato in inglese, perché se quella è la sonorità che si vuole ottenere allora perché cantare in italiano?; Gatti riprende il discorso lasciato in sospeso con “Inner Peace” abbassando i toni senza allentare la tensione, imbastendo il cantiere a vista di un progetto in crescita evidente che in “You & I” trova la giusta sintesi tra emozione ed efficacia cucendo le giuste sonorità (a cavallo tra Pearl Jam e John Mayer) su parole semplici ed immagini bel calibrate. La strada è lunga, gli ostacoli sono già tutti evidenti e il che sembra un bene: Gatti pare essere capace di superarli tutti, e di slancio. Intanto, lui va di corsa: provate a fermarlo, se ci riuscite. Io, personalmente, preferisco correre con lui.

RUBYWAVE, TempoFreddo

Sonorità d’oltreoceano (da primi anni 2000, vedete voi come interpretare la cosa) che fondono il folk al rock vecchia scuola – con tanto di bonghi e percussioni a dare quel tocco esotico al tutto, a tratti un po’ “Il Principe d’Egitto” sul ritornello – nella texture di un brano ipnotico che prende forza dall’unica sicurezza evidente sin dal primo ascolto del pezzo: Rubywave deve sicuramente crescere nell’originalità della proposta (che risulta venir in qualche modo indebolita dalla ripetitività di una struttura che al suo interno, quasi per reazione, ospita un po’ di tutto – compreso l’autotune, ach), tuttavia possiede il capitale estetico inalienabile di un’identità timbrica che manca a tante colleghe e colleghi sulla scena. C’è da lavorare, sicuramente, ma il profumo – fin dal primo impiattamento – è quello della cucina gourmet. Assaggiate, che male non fa.

DITONELLAPIAGA, Morphina

Ma quanto gasa, questo benedetto pezzo? Benedetto perché, di questi tempi, brani del genere vanno accolti come la cometa di Betlemme, come inaspettate annunciazioni di bellezza e freschezza; Ditonellapiaga infila la voce laddove nessuno osa più spingersi e lo fa senza pudore alcuno: “Morphina” ansima vita ed erotismo allo stato puro, ricordando un po’ Emanuelle, un po’ Donatella Rettore. Direi che i riferimenti non sono proprio da poco; Ditonellapiaga, sono sicuro, diventerà anch’essa riferimento per tanti, tra poco.

PROGETTO FANTOMATICO, Apatia

Parto subito dicendo che conosco la vera identità di Progetto Fantomatico e per mantenere alto l’hype di questa recensioncina da strapazzo manterrò il segreto fino alla fine del mio sproloquio: “Apatia” è un esordio che ha alle spalle un percorso di maturazione che mette nelle condizioni il buon recensore (quale non sono) di constatarne l’evidente gap (in positivo) che separa il primo brano del misterioso cantautore dal resto delle uscite emergenti del weekend. Sonorità baustelliane che ammiccano alla new wave e al synthpop, soluzioni armoniche disturbanti ad alterare il prevedibile patchwork da “brano del venerdì”: ogni previsione viene disattesa dal piglio identitario di una scrittura esperta, figlia di letture e letterature diverse e intrecciate. Il concetto di apatia lega in qualche modo il brano alla riflessione generazionale, che si fa concreta proprio perché raccontata attraverso la sincerità disincantata di una canzone che sa di nebbia, di stagnamento e paralisi. Tutto il contrario, insomma, delle qualità possedute dalla mobilità estrema e ispirata del volto (e della penna) che si nascondono dietro la maschera del Progetto Fantomatico. E sì, era tutta una trappola: quel nome, non ve lo dirò mai.

FILIPPO D’ERASMO, Le tue converse

Di Filippo abbiamo già parlato altrove: cantautore vecchia scuola (almeno, fino ad oggi, turning point della produzione recente di D’Erasmo) dotato di una poetica interessante alimentata dall’utilizzo di immagini giuste ed efficaci. “Le tue converse”, in questo senso, conferma le sicurezze del passato declinandole in una forma estetica adatta al presente: la concezione che sta alla base del brano è quella votata alla ricerca di una scrittura particolare che però sembra più contemporanea, senza perdere d’efficacia. Ottima trasformazione a colmare qualche lacuna che ancora azzoppava, in senso commerciale, il progetto autorale di Filippo.

ALESSIO CICCOLO, Solo un dovere (EP)

Bello l’EP di Ciccolo, che in passato abbiamo saputo apprezzare con “La Marina” e che oggi tira fuori dal cilindro un ottima cinquina di brani, a ricordare a tutti che si possono ancora scrivere belle canzoni senza scadere nel prevedibile, nello scaduto: sonorità cantautorali pronte ad utilizzare lo slancio elettroniche e a non privarsi di ammiccamenti funzionali al mercato contemporaneo, non perdendo neanche un briciolo di impegno poetico. Bello, consacrante, incoraggiante.

ZAFA, Ma tu

Che carattere che ha, il nuovo brano del producer e cantautore Zafa, che con “Ma tu” fa capire alla scena come si scrive una hit che non stufi dopo i primi trenta secondi: il timbro è quello giusto, per un emotività esplosiva che trasuda da ogni poro del pezzo, in crescita e dilatazione costante attraverso il saggio utilizzo di dinamiche efficaci a rendere la spinta propulsiva della climax. Sul finale, Zafa si concede anche un solo di chitarra a levar via la polvere del pop posato dall’attitudine evidentemente rock dell’artista.

MATTEO ROMANO, Concedimi

Oh, diciott’anni. Serve altro? Lo ripeto, anche in numeri: 18 anni. Io col cavolo che a diciott’anni avevo già le idee chiare (e deliziosamente confusissime, come quelle di ogni adolescente) del cantautore romano, che con “Concedimi” mostra di avere una maturità musicale che manca a tanti coetanei e colleghi più esperti: il testo gode di buoni incastri ritmici che lanciano sorrisetti d’intesa alla scena capitolina e alle ultime produzioni di realtà (adolescenziali, c’è da dirlo) come PTN e Maneskin ma senza sedersi nell’emulazione della ricetta. Matteo Romano ha solo diciott’anni, e tante cose ancora da dimostrare, certo. Ma, all’esordio, le aspettative sono già altissime.

DAVIDE DIVA, Grigio Pedonale

Molto bello il nuovo singolo di Davide Diva, nome nuovo della scena a cavallo tra itpop, new soul e tanta scuola d’autore; “Grigio Pedonale” ha un ritornello che fa paura e va a colmare, in qualche modo, qualche problemino d’intensità sulle strofe. La scrittura è sempre interessante, magari la pressione qua e là si allenta un po’ troppo, ma per negazione lascia conflagrare ancor di più la potenza quasi jovanottiana dell’inciso. Da seguire con attenzione.

PABLO AMERICA, Garbowski / Noi non siamo il punk

Gustoso anche il doppio release del nuovo figlio di Maciste Dischi, che con “Garbowski” mostra un lato elettronico (alla Emanuelle e MYSS KETA, per capirci) che a me piace molto anche laddove lascia dubbi sulla reale ispirazione e originalità del progetto; forse per questo, quei furboni della Maciste, hanno allegato al brano – a mò di rilevantissima postilla – l’inno disagiato di “Noi non siamo il punk”, che oltre a mostrare il cuore rivela anche l’esistenza di un cervello autorale (da De Gregori a Vasco, passando per la prima scena indipendente vera fino a Gazzelle) interessante, che farà parlare di sé. Qualche dubbio sulla reale “pregnanza” e originalità della proposta rimane, ma di sicuro Pablo America è una delle cose più interessanti che potrete ascoltare in questo densissimo venerdì di dicembre.

FLEMMA, Piuttosto che

E poteva mai mancare dal mio bollettino Flemma, che a me piace tanto da sempre e che trova ogni volta – è incredibile – le parole giuste per non stancarmi mai? “Piuttosto che” ce la fa a superare tutte le aspettative (c’è da ammetterlo, piuttosto basse) nutrite verso il venerdì, e lo fa a colpi di poesia e belle melodie. Ottimo innesto per Aurora Dischi, che conferma di avere buon gusto e idee chiare sulla direzione che deve prendere la musica che conta, la musica che è bella.

RE DEL KENT, Sottocultura (EP)

Sembra davvero di stare nei cunicoli scuri e deserti di una metropolitana di città, magari quando tutti dormono e l’unico suono che si sente, oltre allo sfrecciare del treno sotterraneo, sono le chitarre elettriche e la batteria di quattro rockettari, come lo sono i Re del Kent. Con “Sottocultura”, il loro ultimo EP, il gruppo milanese riporta sulle vetrine del pop l’estetica tanto cara ai veri cultori nostalgici del rock anni Novanta; un gusto agrodolce lontano e vicino allo stesso tempo, che fa sempre bene ripescare nei meandri della memoria.

 

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