TOP TEN ALBUM 2020 DI GIUSEPPE LORIS IENCO

 
15 Dicembre 2020
 

#10) POPPY
I Disagree
[Sumerian Records]

Dopo essersi fatta conoscere come tenera ma inquietante youtuber, l’enigmatica Poppy ha deciso di concentrarsi esclusivamente sulla carriera musicale. Con il suo terzo album, pubblicato all’inizio del 2020, ha abbandonato in maniera definitiva tutte le velleità di proporsi come la nuova Lady Gaga per inaugurare un percorso inaspettatamente heavy. Le dieci tracce di “I Disagree” sono tanto orecchiabili quanto pesanti; in esse coesistono in perfetta armonia elementi di nu metal, industrial, electropop e bubblegum pop. Vi sembra un casino? Può darsi che sia così. Per qualche inspiegabile ragione, però, riesce a farsi amare. A metà strada tra Marilyn Manson e Gwen Stefani.

#9) MOTORPSYCHO
The All Is One
[Stickman Records]
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I veterani  Motorpsycho non hanno bisogno di presentazioni. È da ormai trent’anni che la band norvegese ci sommerge di album tanto diversi tra loro dal punto di vista stilistico quanto incredibilmente ispirati. Il nuovo “The All Is One” probabilmente non avrà sorpreso nessuno: ottantaquattro minuti di anacronistico progressive rock tipicamente ’70s. A contare però sono la passione e il talento, e qui ce n’è a non finire. Da recuperare assolutamente l’imponente suite intitolata “N.O.X.”

#8) NAPALM DEATH
Throes Of Joy In The Jaws Of Defeatism 
[Century Media Records]
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I Napalm Death non sono più gli scapestrati e giovanissimi geniacci del grindcore di cui si innamorò John Peel sul finire degli anni ottanta. L’età e i cambi di formazione non hanno però inciso troppo sulla qualità degli album proposti dalla band britannica, ancora desiderosa di sperimentare, contaminare e sorprendere. Il nuovo “Throes Of Joy In The Jaws Of Defeatism” è la dimostrazione di quanto possa essere sfaccettata e ricca di sfumature la musica estrema.

#7) ANTI-FLAG
20/20 Vision
[Spinefarm Records]

Un urlo di rabbia e orgoglio contro le mille ipocrisie di un’America sull’orlo del collasso. È così che potrebbe essere descritto questo “20/20 Vision”, ultra-politicizzato album che gli immarcescibili Anti-Flag hanno voluto dedicare a uno dei peggiori presidenti nella storia degli Stati Uniti: Donald J. Trump, fortunatamente uscito sconfitto alle urne (con buona pace dei complottisti). Undici tracce di vibrante punk rock melodico che, alla luce dei risultati delle elezioni di novembre, forse hanno pure portato fortuna. Tre i pezzi da recuperare a ogni costo: “Hate Conquers All”, “Christian Nationalist” e “The Disease”.

#6) BRUCE HORNSBY 
Non-Secure Connection 

[Zappo Productions]

Vi ricordate di Bruce Hornsby? Negli anni ’80 ci regalò una hit epocale, la celebre “The Way It Is”. Da qualche tempo a questa parte è tornato a far parlare insistentemente di sé con una serie di lavori in cui tradizione e sperimentazione coesistono in perfetta armonia. “Non-Secure Connection” è un eccellente album che si divide tra la classe di un folk/pop dalle tinte rock e jazz e il fascino di una musica quanto mai colta e astratta, assai difficile da inquadrare. Tanti ospiti di lusso (James Mercer dei The Shins, Vernon Reid dei Living Colour e il compianto Leon Russell) per dieci splendidi brani. I migliori? “My Resolve”, “Shit’s Crazy Out Here” e “Porn Hour”.

#5) BORIS
NO
[Fangs Anal Satan]
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Dal Giappone con furore. In occasione della loro ventiseiesima fatica in studio i Boris, da sempre amanti della lentezza del doom e delle atmosfere sognanti del post-rock, hanno deciso improvvisamente di premere forte sull’acceleratore per proporci un brutale mix tra hardcore punk, thrash e sludge metal. Non serve scendere troppo nei particolari: “NO” è un album assolutamente devastante. Un pugno in faccia che ho preso molto volentieri.

#4) AUTECHRE
PLUS
[Warp Records]
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Con “PLUS” gli Autechre hanno deciso di scavare nella sfera grigia e fredda dell’IDM, conducendoci in quella che a tutti gli effetti è un’avventura nei meandri più astratti e alieni dell’elettronica sperimentale. Uscito a sorpresa appena dodici giorni dopo il precedente “SIGN”, l’album ci mostra in tutto il suo splendore l’efferata natura di un sound sì gelido e claustrofobico, ma anche inebriante nella sua affascinante indecifrabilità. Sul podio le lunghissime “ecol4”, “X4” e “TM1 open”: tre distinti flussi di note che confluiscono in un unico labirinto di suoni sintetici, glitchati e irreali.

#3) CARCASS
Despicable
[Nuclear Blast]

Non ha raccolto troppi consensi questo “Despicable”, un EP di quattro tracce che i Carcass hanno recentemente pubblicato a mo’ di antipasto per il nuovo, attesissimo album intitolato “Torn Arteries”. Ed effettivamente è vero che il meglio del quartetto di Liverpool è possibile trovarlo altrove. Come negare però il fascino delle stuzzicanti “The Living Dead At The Manchester Morgue”, “Under The Scalpel Blade” e “Slaughtered In Soho”? Nonostante tutto, il death metal di Jeff Walker e compagni continua a essere un esempio di putridume e perversione.

#2) PARADISE LOST
Obsidian
[Nuclear Blast]
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Arrivati al sedicesimo album i Paradise Lost riabbracciano con vigore le sonorità più pesanti del loro splendido passato, spingendosi persino a rispolverare le antiche origini death doom nei brani più “robusti”. Nell’anno del venticinquesimo anniversario del classico “Draconian Times”, il gothic metal della band britannica torna a farsi inebriante nel suo caratteristico mix tra chitarre infernali e oscure melodie. “Darker Thoughts”, “Fall From Grace” e “Ghosts” sono semplicemente spettacolari.

#1) JELLO BIAFRA AND THE GUANTANAMO SCHOOL OF MEDICINE
Tea Party Revenge Porn
[Alternative Tentacles]
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In un periodo storico quanto mai incerto e deprimente, segnato da rigurgiti di fascismo e crescenti diseguaglianze, la straordinaria verve satirica di Jello Biafra, noto ai più per essere stato il cantante dei Dead Kennedys, torna a brillare e a strapparci qualche amara risata. Un po’ come fossero le zanne del serpente ritratto in copertina, le dieci tracce di “Tea Party Revenge Porn” afferrano il cervello dell’ascoltatore e lo immergono in una miscela esplosiva a base di ritmiche veloci, sonorità aggressive e testi provocatori. Il tutto all’insegna di un punk tanto classico quanto innovativo perché ricco di influenze che vanno dal garage al surf, passando ancora per il reggae e l’hard rock. La band è in forma smagliante, non sbaglia un colpo per quarantacinque minuti filati e ci regala un disco destinato a passare agli annali.

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