ANY GIVEN FRIDAY
Discorsone di Natale (un giorno dopo)

 
26 Dicembre 2020
 

A IFB piace da matti mettermi in posizioni scomode (e grazie al cielo).

Credo di averlo capito sin dagli esordi della mia collaborazione con la redazione più cool dell’etere (sì, abbiate pazienza: nell’era dell’aridità emotiva e dell’agonismo disperato abbiamo il dovere di ricordarci da soli chi siamo, da dove veniamo e quanti fiorini vale il nostro passaggio, affinché non ci resti che piangere), quando come un bambino a Natale chiesi la possibilità di sparare sentenze rabbiose e presuntuose sulla (ri)nascente scena pop italiana e in risposta ricevetti un mitra, da caricare ogni maledetto venerdì in concomitanza con il refresh delle principali playlist nazionali.

Mi ci volle qualche tempo per capire che un gioco è bello, sì, a patto che duri poco, e che la guerra può essere divertente solo laddove simulata; anche io, come il malato immaginario di Molière, a forza di raffiche e detonazioni da weekend ho cominciato pian piano a confondere i piani, convincendomi di essere il soldato – sempre più solitario, e disperato – di una missione suicida, quanto essenziale e necessaria: difendere la mia onestà intellettuale dall’attacco dei vandali, dalla barbarie di un sistema che punta a livellare il gusto, a definire (limitandone il potenziale eversivo) la creatività in una lista di dosaggi giusti che portino ad esplosioni controllate, mai utili a trasformare la struttura di fondo ma solo a confermare la fittizia indistruttibilità delle sue fondamenta.

Sì, perché come ogni organismo malato che si rispetti, anche il sistema discografico ha bisogno delle sue terapie d’urto per sopravvivere: chemio a base di veleni dosati con attenzione, capaci di rafforzare la fibra spossata dell’abusato, dando a noi ribelli da cortile l’appagamento di sentirci in guerra contro un colosso sul punto di cadere, che puntualmente non cade mai; provocazioni sterili, avanguardie vuote, rivoluzioni part-time diventano il vaccino (auto-prodotto) di quel Moloch sornione che, dietro alle stesse scrivanie dorate di sessant’anni fa, riuscita cavia di continue plastiche facciali utili a coprire le rughe ma non l’odore della menzogna, continua a decidere il meteo giocando a dadi come una sadica divinità con le nostre ambizioni di ascoltatori (sì, anche il pubblico avrebbe il dovere di essere ambizioso: chiedi e ti sarà dato, ma se smetti di chiedere allora non lamentarti della merda che, muro o non muro, continui ad ingoiare), con le loro aspirazioni di artisti emergenti. E lo strumento usato dal padrone per mettere a tacere il latrato dei cani è lo stesso di sempre: la paura.

Che senso ha pensare (sì, perché la paura sembra fungere sempre di più da inibitore non soltanto sull’azione, ma anche sull’intenzione stessa) parole e melodie che, al vaglio dell’omino inamidato che preme il pulsantino “Sì” o “No” alla voce “Inserimento in playlist”, risulteranno troppo diverse dallo standard deciso per la grande mangiatoia di Spotify, sempre più simile ad un allevamento intensivo di polli da ingrasso che alla terra delle opportunità che gli ottimisti per vocazione e i buonisti per mestiere continuano a propinarci nei loro epinici al web? Se il pubblico impigrito e sistematicamente disabituato all’intraprendenza personale non cerca l’alternativa all’intramontabile comfort del “concesso”, quale altro modo esiste per far sì che l’emergenza eversiva possa farsi trovare, se non ambendo al posticino riscaldato in playlist a prova di stupidi? E allora, ha ancora senso tentare un dialogo che non troverà un destinatario, un interlocutore capace di spingersi al di fuori della “zona di consenso” illuminando quel cono d’ombra che, attraverso i secoli, ha assicurato il processo evolutivo dell’uomo portando luce nell’oscurità, sfamando e affamando virtuosamente l’atavica condizione di “curiosità” che contraddistingue l’essere umano?

Sono interrogativi, questi, che credo essere alla base del processo artistico di chiunque provi oggi a “creare” qualcosa in un sistema che sta manomettendo la genetica dell’individuo, privandolo dello slancio necessario al volo e sabotandone l’iniziativa al cambiamento, alla trasformazione adattiva ad un contesto che, come ogni codice che si rispetti, non ne vuol sapere di cambiare sé stesso; al confine del deserto, sembra estendersi altra sabbia, e altra sabbia ancora, al punto tale che essere qui o altrove non fa differenza: sempre di sete ci toccherà morire.

La verità è che l’arte, al di fuori di ogni retorica, impernia il suo asse di rotazione sul dialogo, e non esiste dialogo laddove non c’è risposta, presenza; esiste uno scarto decisivo tra il concetto di pubblico e quello di spett-attore, conquista vitale della grande primavera sessantottina che oggi sembra resistere solo nelle mode seventies da mercatini vintage: anche se noi ci crediamo assolti siamo lo stesso coinvolti, eccome. Un esempio? Eccolo: fa più incazzare la consueta (ma per dio, ce ne stupiamo ancora?!) disattenzione delle istituzioni alla cultura – unico settore in lockdown completo dalla prima quarantena – o la mancata indignazione di una comunità che non sa più ritrovarsi perché diseducata (e se parliamo delle ultime generazioni, ineducata) a farlo, incapace di ergersi a tutela della propria libertà espressiva? Perché alle manifestazioni di protesta del settore culturale hanno partecipato solo gli operatori disoccupati, come se le istanze avanzate e il disagio provato fossero qualcosa che appartenesse solo ad una specifica categoria, mentre in piazza con i no-mask/no-vax/no-brain si sono sciolte le redini delle masse (oltre a quelle di noti esponenti politici, e come direbbe Canali se non lo capisci, fottiti)?

La risposta è drammaticamente semplice, ai limiti della banalità: perché la cultura, ormai, sembra interessare solo a chi la pratica, considerata unanimemente alla stregua di una ginnastica, una liturgia, una “rievocazione storica”. Perché laddove la musica, l’arte, il teatro, la poesia, il cinema, la fotografia, insomma, laddove il “prodotto culturale” diventa gratuito si finisce col darlo per scontato, come se ci appartenesse di diritto; nel meccanismo distorsivo e svilente della contemporaneità, non riusciamo a capire che, laddove il “prodotto” è gratis, il “prodotto” siamo  diventati noi, pacchetti di ascolti e di azioni manipolate utili ad accentrare il potere decisionale nelle mani dei soliti burattinai. E allora, vien da dirlo, ci meritiamo di essere abbindolati da talent show che parlano di qualità mandando al macello la creatività dei loro concorrenti (sì, le mani sporche di sangue sono anche le nostre: noi, che sappiamo partecipare solo quando si tratta, come nell’antica Roma, di fare “pollice verso” alla vita e alla morte del agnello sacrificale di turno), esultando come folli agli exit-poll di Sanremo 2021 senza renderci conto di trovarci davanti all’ennesima vaccinazione del sistema.

No, non datemi del pessimista; oggi è facile bollare così chiunque si preoccupi di azzardare tentativi di diagnosi per qualsivoglia forma di morbo, nell’era dell’anestesia e del camuffamento del dolore. Sono solo preoccupato per me, e per i figli che magari un domani avrò. E sento sulle spalle la responsabilità dei vostri, di figli, perché sono fatto così, e penso che la salvezza dei miei, di figli, dipenda anche da voi. Da noi. Noi: un pronome personale che si fa collettivo, che sa di ancestrale, di panismo, di dimenticato. Nel tripudio dell’Io, pensare al Noi diventa un atto rivoluzionario.

Tra i buoni propositi per il 2021, allora, mettiamoci la Rivoluzione. Basta poco: pensare al plurale, per dare un futuro non solo ai nostri figli e ai nostri artisti, ma alla nostra curiosità, alla nostra cultura, alla nostra residua umanità. Quel poco, che è tantissimo, che anche nel 2021 noi di IFB (e spero saprà perdonarmi, la redazione, se mi permetto qui di parlare a nome di terzi) continueremo a perseguire, senza la presunzione di dare risposte definitive, ma rimanendo alla costante ricerca di domande, dubbi e incertezze che abbattano definizioni, perché la vita scorre al di fuori di ogni scatola, di ogni bollettino del venerdì, di ogni playlist in cui il pensiero dominante di turno prova ad incastrarci. E allora, alla solidità della comfort zone, ben vegano le posizioni scomode.

Viva l’Italia, l’Italia che resiste. E viva noi, spettatori emergenti di un’emergenza artistica in emergenza, che ha bisogno di attenzione, di amore, di cura. Perché libertà, oggi più che mai, possa davvero tornare ad essere partecipazione.

 

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