I 25 “BRAND NEW” PIU’ PREGIATI DEL 2020 (CON LO SGUARDO GIA’ AL 2021)

 
5 Gennaio 2021
 

Ascolta su Spotify la playlist dei migliori “Brand New” del 2020

I 5 BN di Anban

TRACK: PASTEL – She Waits for Me
I fan dei The Stone Roses, Charlatans, Ride e i primi e più lisergici The Verve non potranno non gradire questa giovane band con sede operativa a Manchester che risponde al nome di Pastel. I ragazzi capitanati dal cantante Jack Yates, sotto l’etichetta indipendente della Spirit of Spike Island Recordings (e già il nome ha un richiamo più che iconico…) hanno già piazzato un singolo, “She Waits For Me”, ma ci aspettiamo altro materiale per il 2021.

TRACK: THE SNUTS – ALWAYS
Finire nel soundtrack di Fifa 21 di casa EA Sports sarà stata una bella soddisfazione per gli scozzesi The Snuts, ciononostante i ragazzi non si sono certo adagiati sugli allori, e recentemente hanno piazzato un nuovo singolo, “Always”. Il brano si esalta con un riff di chitarra elettrica a dir poco contagioso (“preso in prestito” da “Otra Era” della cilena Javiera Mena?) e accende ancora più luce sulla giovane band britannica già in orbita Warner.
Trovata una propria e personale direzione stilistica, la fan base è già abbastanza numerosa per aspettarsi il salto di qualità…

TRACK: ALFIE TEMPLEMAN – Shady
In tempi non sospetti avevamo battezzato Alfie Templeman come nuovo potenziale principino del (indie)pop: ed ogni passo che fa ormai va in quella direzione.
L’ultimo singolo è questa “Shady”, scritta e co-prodotta con Tom McFarland dei Jungle, che in comune hanno anche la stessa etichetta (la Chess Club Records): un soul bianco profondo, vagamente ipnotico ed elettrificato, dal tamburellare funky, nel quale si intarsia alla grande il talentuoso incedere del giovanissimo Alfie.

TRACK: AFFLECKS PALACE – Ripley Jean
Chiamate il loro genere nu-madchester, madchester revival, come volete, ma gli Afflecks Palace viaggiano spediti come treni. Due EP nel 2020 e nessuna voglia di fermarsi: e quell’etichetta di novelli The Stone Roses sempre più calzante.

ALBUM: DOGLEG – Melee
Amanti del punk più emo ed hardcore fatevi avanti.

Alex Stoitsiadis e i suoi Dogleg, già attivi dal 2015, mettono sul piatto questo album, “Melee”, fatto di 10 tracce rabbiose ed incendiarie (le acque si calmano, illudendoci, solo un attimo nella parte finale del lotto).

Attingendo a vecchie mani dalla vecchia scuola, i detroiers piazzano un lavoro dal sapore DIY che non potrà che solleticare l’attenzione degli appassionati del genere, come avvicinare allo stesso chi ne è stato finora un po’ più distante.

Pogo assicurato.

I 5 BN di Antonio Paolo Zucchelli

EP: HAMBURGER – Teenage Terrified
Di stanza a Bristol, gli Hamburger si sono formati nel 2018, ma solo ora è arrivato il loro primo EP, realizzato dalla Specialist Subject Records, deliziosa etichetta locale, che più volte ci ha già regalato soddisfazioni in passato (Jeff Rosenstock, Hovvdy, Fresh, Muncie Girls, solo per citarne alcuni). La leggera malinconia del singolone “Supersad”, con i toni cristallini delle sue chitarre e le sue deliziose melodie, è solo un’altra ciliegina sulla torta. Un EP di debutto che ci sa emozionare e ci regala ottime sensazioni, questo “Teenage Terrified” mette in luce le buone potenzialità degli Hamburger e ci lascia sperare per un futuro davvero promettente: nel frattempo torniamo a schiacciare play su Spotify (o a mettere la puntina sul loro vinile 12”) e a goderci questi venti minuti davvero gustosi.

ALBUM: BRAD STANK – Kinky Om
Si chiama Bradley Mullins, ma il suo moniker è Brad Stank, proviene da Liverpool e, ai tempi dell’università, suonava in una band insieme ai due componenti dei compianti Her: questo weekend il musicista inglese ha realizzato, via Heist Or Hit, il suo primo album, che arriva a un anno e mezzo di distanza dall’EP d’esordio “Eternal Slowdown”. Sulla sua pagina Facebook definisce il suo sound come “Sexistential Pop”: in “Kinky Om” Brad prende idee dalle religioni orientali (come si puo’ anche notare dalla copertina del suo disco) e le fonde con i suoi suoni sexy, sornioni, malinconici, perfettamente poppy a-la-Mac De Marco (grazie anche all’ottima produzione di Saam Jafarzadeh, che aveva lavorato su entrambi gli LP degli Her), ma anche estremamente raffinati.

Un disco magico, affascinante, mistico, riflessivo che, in poco più di mezz’ora, è capace di fondere con garbo, raffinatezza e disinvoltura elementi provenienti da mondi diversi senza per questo perdere mai la direzione: un esordio davvero molto positivo per Brad Stank, che pensiamo potrà trovare importanti riscontri nelle classifiche di fine anno.

EP: HANYA – Sea Shoes
Gli Hanya sono una band dream-pop proveniente dalla sempre fertile scena indipendente di Brighton, città universitaria sempre vivace e interessante: dopo aver pubblicato un EP, “I Used To Love You, Now I Don’t”, nel 2018, il gruppo inglese é tornato nei mesi scorsi con questo nuovo lavoro, realizzato proprio in questi giorni anche in cassetta in edizione limitata dalla Austerity Records, indie-label con sede proprio nella nota città della costa sud del Regno Unito, per il suo C60 Club. “Sea Shoes” è una prova molto gradevole che, in meno di un quarto d’ora, ci riesce ad affascinare con le sue atmosfere sognanti e morbide e con le sue ottime sensazioni melodiche: per gli Hanya il futuro potrebbe essere davvero interessante.

EP: KATE BOLLINGER – A Word Becomes A Sound
Kate Bollinger è una giovanissima musicista proveniente dalla Virginia: questo weekend la statunitense, da noi recentemente intervistata, ha realizzato il suo terzo EP, “A Word Becomes A Sound”, uscito per House Arrest. Cinque canzoni per appena quattordici minuti, registrate insieme al suo collaboratore di lunga data John Trainum: il viaggio si apre con una nuova versione di “A Couple Things”, vecchio singolo del 2018. E’ stata proprio questa canzone a farci conoscere e innamorare della musica di Kate: con la sua gentilezza e quel suo velo di malinconia, ci ha colpito con la raffinatezza dei suoi arrangiamenti dal profumo jazz disegnati con una chitarra leggerissima e un drumming altrettanto morbido.

Un EP molto raffinato e prezioso questo “A Word Becomes A Sound”, che ci emoziona, ci conquista con le sue soffici e godibili melodie e soprattutto ci regala un quarto d’ora di ottimo relax: per il momento non ci rimane che schiacciare di nuovo il tasto play su Spotify e riascoltarlo per l’ennesima volta, nella speranza che presto Kate possa produrre nuovo materiale di questa elevata qualità.

EP: LE REN – Morning & Melancholia
L’occhio lungo e sapiente della Secretly Canadian ci fa fermare in Canada per scoprire il nuovo EP di Le Ren. Si tratta del primo lavoro ufficiale di Lauren Spear, musicista di stanza a Montreal (anche se in realtà esistono due ormai introvabili EP autoprodotti precedenti a questo): nata nell’isola di Bowen, British Columbia, la ventiseienne canadese ha perso due anni fa il suo fidanzato in un incidente d’auto e ha dovuto lottare contro il peso di essere la sola custode dei loro ricordi, ma ciò è stato trasformato in musica e ora tutti noi possiamo goderne. Consapevoli delle atmosfere malinconiche che pervadono questo lavoro, schiacciamo il tasto play su Spotify e cominciamo a emozionarci con “Love Can’t Be The Only Reason To Stay”, un folk acustico e minimale di rara bellezza: davvero impossibile non rimanere incantati dalla sua leggerezza e da quella sua preziosa intimità.

Nonostante il dolore dietro a questo lavoro, Le Ren ha costruito un EP molto sincero e di grande bellezza emotiva attraverso il quale riesce a trasmettere i suoi sentimenti in maniera poetica: un esordio davvero convincente per la giovane canadese. La sua carriera potrebbe regalarle davvero tante soddisfazioni.

I 5 BN di Zacky Appiani

EP: THE BATTERY FARM – Endless Unstoppable Pain 🙂
Se Dublino e Bristol chiamano con Fountaines D.C e Idles, Manchester risponde senza esitazione. E a noi questi The Battery Farm sembrano davvero la band che ha le carte in regola per portare alta la bandiera mancuniana nei prossimi (e speriamo non troppo lontani) festival in giro per l’Europa. Post punk pregno di pura energia, testi impegnati e quel carisma che ai fratelli Corry non manca. Gli ingredienti ci sono. Non deluderanno.

TRACK: ANTONIONI – Malcomer
Sono di Seattle e si hanno le prime notizie di Sarah Pasillas nella primavera del 2017 – usciva il primo singolo “Lullablaze” – e da allora la songwriter che si ispira a Kurt Cobain e Elliott Smith ha trovato i giusti compagni per formare una band di tutto rispetto e sfornato una serie invidiabile di singoli ed EP che non possono che attirare la nostra attenzione. Una sapiente capacità di miscelare una forte energia a tratti più delicati e dolci, dà ai brani freschezza e un naturale magnetismo che ci attrae senza possibilità di fuggire, non ci resta che arrenderci.

TRACK: BLANKETMAN – Taking You With Me
I Blanketman sono una giovanissima band di Manchester. Hanno all’attivo solo tre singoli ma da questi ragazzi ci aspettiamo grandi cose. Dopo il debutto “Taking You With Me” che avevamo associato a sonorità Devo e Talking Heads, la band del frontman Adam Hopper ha registrato un altro paio di singoli – “Beach Body” e “Harold” – che ridisegnano i confini musicali, post-punk con chitarre jangle e atmosfere più ruvide. Vedremo se il nuovo sarà l’anno della conferma. Noi lo speriamo.

ALBUM: TERRY VS. TORY – Heathers
Vengono da Siviglia e hanno già alle spalle una manciata di singoli ed EP ma con “Heathers” i Terry vs. Tori hanno confermato la loro buonissima predisposizione a scrivere brani di indiscussa qualità anche con il loro debut album. Una band che fa delle chitarre dialoganti, gli intrecci jangle, il basso e la batteria precisi e pulsanti la propria peculiarità. Il tutto ad accompagnare la voce di Erica Pender che spazia con estrema disinvoltura dalla malinconia shoegazer all’eterea atmosfera dream-pop.

EP: EGYPTIAN BLUE – Body of Itch
La band di Brighton guidata da Andy Buss ci ha sempre colpito per la grande energia che sanno creare e vederli dal vivo è davvero una grande esperienza. Peccato che il 2020 non sia stato l’anno ideale per i gruppi che amano esibirsi live, quei gruppi che riescono ad esprimere al massimo le proprie potenzialità quando sentono il fiato (che spesso puzza di birra) dei loro fan sotto il palco. Per ora ci accontentiamo dei loro EP con il loro sound che molto si avvicina a quello della scena post punk newyorchese d’inizio millennio.

I 5 BN di Riccardo Cavrioli

EP: GHOSTLY KISSES – Never Let Me Go
Anche in questo nuovo EP si rinnova la felice collaborazione con Louis-Étienne Santais e gli dei della musica sembrano davvero avere un occhio di riguardo per questo duo che piazzano 6 brani ad altissimo tasso emotivo. Morbide ballate che trovano spesso nel piano e nell’elettronica leggera la loro ragion d’essere, con la voce incantevole di Margaux che funge da musa, per noi fortunati ascoltatori. Arrangiamenti d’archi avvolgenti e toccanti spesso impreziosiscono le composizioni, così dolci e malinconiche, ma anche misteriose (“Barcelona Boy”, tanto per fare un esempio).

Dovessi fare un paragone mi verrebbe in mente l’eleganza magistrale di Sade o le cose più new age dei Clannad, inserita in un contesto dream-pop. Sorprendente la magnifica chiusura indie-pop di “Stay”, come se proprio in chiusura Margaux ci riservasse un saluto e un sorriso, con l’ultimo ballo in pista, dove potersi guardare e lasciarsi andare al ritmo. Per conservare di lei un ricordo etereo, ma non troppo.

Un EP affascinante.

TRACK: MASHMELLOW – Share It
Pronti ad innamorarvi? Il guitar-pop dolce e iperzuccheroso dei Mashmellow entrerà subito nella vostra testa e nel vostro cuore. La band nasce nel 2018 a Mosca e si basa sulla sinergia tra Masha Shurygina e Egor Berdnikov (già membro del grppo Hospital). Il primo singolo pubblicato dal duo è questa dolcissima “Share It” e ci avvolge di quel magico profumo che avvolgeva le squisitezze più accattivanti di Tanya Donelly e dei suoi Belly, ma con una importante punta di dream-pop (Lush in primis), giusto per farci soccombere definitivamente e, lasciatecelo dire, pure la dolcezza della mitica Natalie Imbruglia. Una favola in musica.

EP: EGOISM – On Our Minds
Dall’Australia con una maestria pop da 10 e lode. Stiamo parlando degli Egoism, già nostri favoriti da un bel po’ di tempo. Il nuovo EP li conferma ancora attivissimi a creare melodie e canzoni a presa rapida, in bilico tra anni ’80 e ’90, con le chitarre sempre gentili che strizzano l’occhio a elettronica mai invadente.

In 5 brani è la varietà a farla da padrona, dalla morbidezza di “Here’s The Thing” ai riverberi che rimandano alla deliziosa Hatchie di canzoni come “You You” e “Never Leave”, per passare agli arpeggi di “What Are We Doing?” che ci mettono addosso una malinconia da pelle d’oca con queste chitarre che nel ritornello si vestono di leggero shoegaze. Con “Happy” il ritmo si rialza e si viaggia forte con un brano indie-pop che in radio potrebbe fare il botto: immediato e diretto!

EP: DUMMY – Dummy
Attenzione massima per i Dummy. La formazione di Los Angeles produce qualcosa di inebriante, magico e mesmerico nello stesso tempo. L’EP che porta il loro stesso nome sembra bruciare di un fuoco sacro che abbraccia tanto gli Stereolab quanto pulsioni shoegaze, con l’aggiunta di acqua santa psichedelica che turba la nostra mente.

La partenza con “Angel’s Gear” è qualcosa che toglie il fiato: krautrock che guarda al noise, ma con una melodia limpidissima e le voci che ci mandano in estasi. Bordate chitarristiche che si aggrappano a synth in crescendo. Dio che meraviglia. “Avant-Garde Gas Station” è deliziosamente stratificata e si arriva al delirio sonico finale dopo un climax costruito in modo sublime. “Slacker Mask” ci inebria di onde soniche, poi parte con questo organo mentre voci sublimi entrano in campo e poi ancora la chitarra, violenta, rabbiosa, bastarda, deragliante. Dopo 3 canzoni abbiamo bisogno di pace, che arriva con la magia folk di “Folk Song”, che pare davvero uscire dagli anni ’60, ma attenzione perché anche qui i riverberi fanno capolino. “Touch The Chimes” è l’estasi perfetta: 8 minuti in cui letteralmente fluttuare nello spazio e assaporare quanto di splendido abbiamo sentito fino ad ora.

TRACK: THE BLUE HERONS – In The Skies
La gioia nel vedere Andy Jossi che riprende in mano il suo progetto The Blue Herons, lasciato in disparte per più di un anno ormai. Al suo fianco troviamo Gretchen DeVault che si occupa dei testi in questa delizia jangle-pop, così dolce e fragile ma nello stesso tempo accattivante ed emozionante.
Un magico ritorno…

I 5 BN di Alessandro Tartarino

EP: GAYGIRL – Pleasure Head
Con un intro ed una base oscura e quasi “orientaleggiante” della traccia d’apertura “MNausea”, il duo di South London si affaccia sulla scena indie con un ottima mescolanza di grunge anni 90 con la title track “Pleasurehead”, con punte intrise di post-punk in “Mikkel” fino allo schizofrenico noise-pop del singolo “Killing it”.
Le urla della cantante Bex Morrison, assoluta dominatrice dei brani, si imbattono in chitarre illuminate per regalarci questo interessantissimo debutto della coppia londinese. Non seguirli, diventerebbe un errore imperdonabile.

ALBUM: SCREAMING TOENAIL – Growth
Sfacciata e dotata questa queer punk band anticoloniale che in poco più di trenta minuti naviga in acque punk british di matrice seventies/eighties. Il gruppo, anche loro di stanza a Londra, è composto dalla trascinante voce del cantante Jacob, dalla batterista Alice, dalla bassista Natasha e dalla chitarrista Nadia e regala davvero momenti di eccelso punk-rock DIY, come nella potente “Crystal Queer” o nella frenetica “Swarm” con la sua linea di basso incalzante e sprazzi di synth a corredo che si ripropongono anche nella psichedelica “Get Cute”.
Il loro ribelle e politico sound, poi, si manifesta tutto nella perla del disco, “White Saviour” dove l’irriverente voce del frontman si adagia su un brusio di chitarre grezze, ovunque nel disco pungenti e penetranti. Anche la magnetica “Define and Conquer” si muove tra crudi riverberi e dosi intere di electropunk mentre la chiusura dell’album d’esordio è affidata alla cover di “Giant Woman” in versione punk d’ordinanza.
Sorprendente esordio, quindi, questo dei Screaming Toenail che di sicuro si meritano uno spazio importante tra i vostri ascolti.

ALBUM: BITCH FALCON – Staring At Clocks
Il trio dublinese dei Bitch Falcon arriva al debutto con dieci brani di pregiatissimo post-punk, grunge e scintille di shoegaze dove una solida base ritmica costruita dal bassista Barry O’Sullivan e dal batterista Nigel Kenny sorreggono la sognante voce della frontwoman Lizzie Fitzpatrick, che evoca una certa Siouxsie Sioux. Ed è proprio l’opener “I’m Ready Now” a tracciare quel confine tra post-punk e shoegaze laddove quest’ultimo si fa sempre più forbito nella successiva “Sold Youth” o nella traccia di chiusura “Harvester”.
La band irlandese colpisce nel segno anche quando ci trascina nel potentissimo grunge di “Gaslight” oppure nel tappeto dei synth della title-tack o, ancora meglio, nella coppia di brani composti dall’eterea “Turned to Gold” e dalla magnetica “How Did I Know” (dal refrain imperdibile) che riescono ad ottenere quell’incredibile effetto earworm. Insomma, un altro disco moderno e compatto che non avrà difficoltà a raggiungere la sfera mainstrem quanto prima.

EP: OCTOBER AND THE EYES – Dogs and Gods
Rimaniamo ancora nei confini del Regno Unito per il mio BN preferito di questo strambo 2020. La ventitreenne londinese nata in Nuova Zelanda sfoggia magnificamente quello che lei definisce un “collage-rock” ed, in effetti, la varietà dei brani di questa opera che cavalca sentieri post-punk, dapprima inizia con una cupa “Playing God” dove un tappeto di sintetizzatori rincorrono i riff di chitarra per poi proseguire con mire ipnotiche della successiva “All my love” fino alla “smithtiana” “You Deserve It” o all’acid rock di “The Unraveling” ma anche al psychobilly di “Wander Girl”.
Con il mood trascinante e minaccioso della spettacolare title-track, la giovane October and the Eyes riesce in maniera plastica e contemporanea ad offrire un debutto dal piglio immediato e magnetico, dove ogni singolo brano rimane agganciato al precedente nonostante le variopinte, seppur nostalgiche, sonorità. Debutto incredibile, nient’altro da aggiungere.

ALBUM: SPICE – Spice
Concludo col botto questa top five lasciandovi al debutto dall’impatto diretto, schiacciante e frenetico dei californiani Spice, band composta dal cantante Ross Farrar e dal batterista Jake Casarotti (entrambi dei Ceremony) dalla violinista Victoria Skudlarek, dal bassista Cody Sullivan (Sabertooth Zombie, No Sir) e dal chitarrista Ian Simpson (Creative Adult, No Sir).
Le nove tracce dell’omonimo esordio sono una fragorosa catena di episodi che spaziano tra i singoloni post-punk “First Feeling” e “All My Best Shit”, passando per il punk-rock di “Murder” e “Black Car” (unito alla sua variante un po’ più sofisticata di “I Don’t Wanne Die In New York”), senza che all’appello manchino tracce solenni e imperdibili come “26 Dogs” oppure i droni alt-rock di Catherine Wheel memoria come in “The Building Was Gone”, probabilmente la migliore del full-length. Disco necessario.

 

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