SHAME
Drunk Tank Pink

[ Dead Oceans - 2021 ]
7
 
Genere: Post-punk
 
di
15 Gennaio 2021
 

Li avevamo messi alla prova qualcosa come due anni fa, gli Shame, con il loro esordio “Songs of Praise“, e in poco tempo i ragazzi inglesi erano riusciti ad entrare in quella cerchia di nuove leve del punk britannico (insieme a Fontaines D.C. ed affini) contribuendo a dare al movimento nuova linfa vitale e a catalizzare crescente attenzione su di sé.

Non deve essere stato facile per Steen e soci passare dall’incendiare palchi in qua e in là per venue di mezza Europa e non solo, scalando come gradini le gerarchie degli slot dei vari festival musicali, a rimanere bloccati in casa per via di questa, maledetta, pandemia mondiale.

Di necessità, ne fecero virtù, o almeno ci provarono. “Drunk Tank Pink” è il loro secondo album.

Dopo il tirato attacco di “Alphabet”, un altro singolo già diffuso prima dell’uscita del disco: “Nigel Hitter”, che oltre che con gli immancabili The Fall e Wire, flirta con trame più care a gente come Talking Heads e XTC (e ai più recenti Parquet Courts). Certo, una buona aliquota in termini di novità, rimasti al post-punk sudato e viscerale dell’esordio. E la seguente “Born in Luton” con i suoi inquieti cambi di passo e registro, l’irriverente “March Day” spinta arzilla dalle chitarre e il proto-punk smanioso di “Water in the Well” (con tanto di sguaiate grida da pub alle spalle) confermano questa variazione di forma.

Se a livello strumentale si notano buoni passi in avanti in termini di tecnica e stile, ci avrà messo del proprio sicuramente anche James Ford dalla cabina di produzione, il cui curriculum parla da solo nonostante l’ancora giovane età ed il cui nome è sinonimo di brillantezza ed intraprendenza: la resa appare sempre curata, ed ogni traiettoria trova la strada pronta per essere battuta.

Avanti con “Snow Day” che apparecchia invece su coordinate del post-punk più plumbeo e minimale per lo sprechgesang di Steen, per poi tarantolarsi ed intrecciare chiassose le chitarre alla sezione ritmica fino agli oltre 5 minuti della sua lunghezza, mentre le acque si calmano con la successiva, e maggiormente introspettiva, “Human, for a Minute”, per quindi riagitarsi poco dopo con la sciatta fiammata garage-punk di “Great Dog” e quella di “6/1”: quanto sarà mancata la dimensione live al cantante Charlie Steen (che dopo 3 canzoni si ritrovava inesorabilmente madido e a petto nudo), al bassista Josh Finerty (anche lui pronti-via saltellante sopra le casse ed agitato come un folletto su e giù per il palco) e alla band tutta, che aveva macinato un numero impressionante di date fino allo stop dei concerti, Dio solo lo sa.

Chiudono i giochi la nevrotica “Harsh Degrees” e soprattutto la foschia post-punk di “Station Wagon” tagliata solo da rasoiate di elettrica, che con qualche tocco di piano apre la propria seconda metà ad una crescente, tachicardica e rumoristica rabbia che, volutamente, non trova il minutaggio per deflagrare, fino a spengersi su se stessa.

Un album che riconsegna una band carica di voglia di fare, obbligata a gestire l’entropia alla quale è costretta dai tempi che corrono per dar suono e voce al proprio disagiato spleen da Generazione Z: e se siamo ben lungi da quella maturità, sia umana che artistica, che si cerca troppo spesso di appioppare ai giovanotti di turno già dal secondo album, gli Shame sono comunque lì, pronti a crescere ancora. Aspettano solo che la gabbia si apra di nuovo.

Photo By Holly Whitaker

Tracklist
1. Alphabet
2. Nigel Hitter
3. Born in Luton
4. March Day
5. Water in The Well
6. Snow Day
7. Human, for A Minute
8. Great Dog
9. 6/1
10. Harsh Degrees
11. Station Wagon
 
 

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