CON IL TWIGGY SE NE VA UN LUOGO DELL’ANIMA: RICORDI SPARSI SULLA CHIUSURA DELLO STORICO LOCALE VARESINO

 
di
31 Gennaio 2021
 

di Stefano Bartolotta

Con il Twiggy se ne va un luogo dell’anima

La prima volta in cui mi decisi ad andare al Twiggy fu per vedere i Canadians, che proprio quel giorno pubblicavano il secondo album “The Fall Of 1960” e lo presentavano nel locale legato a doppio filo alla loro etichetta, la Ghost Records. Già dire Twiggy, Canadians e Ghost Records nella stessa frase mi trasporta in un mondo che mi evoca solo ricordi stupendi, fatto non solo di ottima musica, ma anche, se non soprattutto, di belle persone, che facevano quello che facevano per amore e solo per amore. Ci vuol poco a riconoscere chi si limita al compitino e chi, invece, ci mette il cuore, soprattutto quando si parla di locali destinati ai concerti, e appena misi piede al Twiggy, capii subito che qui, di cuore, ce n’era tantissimo.

La parte superiore era curatissima in ogni dettaglio ma per niente fighetta, con gli spazi ottimamente organizzati, una selezione birraria interessante e, lo avrei scoperto più tardi, una cucina semplice ma attenta alla qualità. Quando poi scesi al piano di sotto, mi godetti un concerto svolto nelle migliori condizioni possibile, con un’ottima acustica, un ambiente certamente meno curato rispetto al piano superiore, ma non meno accogliente, anche qui con spazi ottimamente distribuiti, e una palpabile sensazione di cura per il pubblico, data anche da particolari apparentemente insignificanti come i colori, la pulizia e il senso di ariosità. Avevo deciso di muovermi da Milano per non perdermi la presentazione live di un disco che mi piaceva molto, ma alla fine della serata avevo chiaro in testa che in quel posto sarei voluto tornare il più possibile.

E così, per diversi anni, ogni volta che dovevo decidere come passare le mie serate nei weekend o nei prefestivi, per me il Twiggy era esattamente come un locale della mia città, perché era vero che ci voleva un’ora di guida per arrivarci, e che trovare parcheggio non era per niente facile, ma poi si veniva ricompensati da tutto ciò che ho esposto sopra, ed era ogni volta bello sentirsi accolti, in un posto che non lasciava nulla al caso e che puntava a far star bene tutti, ma senza ostentazione e con assoluta naturalezza. A quel punto, anche grazie a una direzione artistica illuminata, che più di una volta ha dato spazio a nomi che a Milano facevano molto più fatica a trovare un luogo dove poter suonare, decidere di andare al Twiggy era per me automatico in caso di un concerto a cui tenevo, e la distanza e la difficoltà di parcheggio non le prendevo nemmeno in considerazione.

Alla fine, un paio di volte, ho anche contravvenuto alla regola di cui sopra del weekend o prefestivi, e sono stato lì una domenica e un giovedì sera, con la sveglia per andare a lavorare la mattina dopo. Ma nemmeno in quei casi mi sono fatto problemi, e non solo perché, rispettivamente, Barzin e Laish da Milano non sarebbero passati, ma perché era il Twiggy.

Così mi sono goduto concerti indimenticabili, da solo o in compagnia di chi mi accompagnava da Milano e/o di chi incontravo lì. L’incredibile show di Robin Propper-Sheppard, il leader dei Sophia, e il primo che mi viene in mente, perché lui poi da Milano ci sarebbe passato solo pochi giorni dopo, ma vuoi mettere il Twiggy di sabato sera, mi ero detto, e avevo fatto bene. Robin aveva una sorta di microfono tondo che catturava il volume di chi parlava da sotto al palco con la stessa forza della sua voce, per cui, per assistere al concerto in grazia di Dio, bisognava stare muti. Quello rimane uno dei 4-5 live della mia vita con un silenzio particolarmente rispettoso e adorante, una sensazione incredibile e speciale. Poi mi vengono in mente i Wedding Present che suonano “Bizarro” e qui non penso di dover aggiungere altro. Poi ricordo Chris Brokaw, lui sì che a Milano suonava spesso, però, ancora una volta, il Twiggy era stato un motivo sufficiente per voler essere presente, e di quella sera ricordo di essere letteralmente impazzito per il cantautore di spalla, Rainstick Cowbell, che poi non ho più sentito.

Sul versante italiano, sono due le serate che ho particolarmente in testa. Gli Amor Fou in uno dei loro ultimi concerti, con me e il mio amico Raffaele che intervistiamo Raina prima del concerto e lui ci dice “se mai ci sarà un altro disco degli Amor Fou, sarà molto diverso” e noi abbiamo subito capito che non ci sarebbe mai più stato. Il concerto fu pazzesco, una bomba totale che stava detonando di fonte a un pubblico sparuto e poco partecipe (a parte me che ballavo esagitato da una parte dall’altra, ovviamente) e la dualità della sensazione di entusiasmo e allo stesso tempo frustrazione per l’evidente spreco di un progetto che avrebbe meritato miglior sorte me la ricordo ancora adesso. E poi non posso non citare Black Eyed Dog, concerto che stava quasi alla fine del mio imbattuto record di undici consecutivi (l’ultimo furono gli Spiritualized il giorno dopo) e insomma, uno potrebbe pensare che dopo nove serate in fila ad andare a concerti, non ci sia tutta questa voglia di andare fino a Varese per la decima, e invece ci andai e mi godetti una band compatta ed energica come non mai, una botta di elettricità e di acidità davvero fuori dal comune.

Ci vuole, poi, un capoverso a parte per i Peter Kernel, l’unica band che ho visto al Twiggy per più di una volta, ben tre per la precisione. Aris e Barbara erano di casa al Twiggy, anche perché il loro studio di fiducia era nelle vicinanze, e così ogni volta c’era un’atmosfera elettrizzante ai loro live, che onestamente non ho mai respirato né quando hanno suonato a Milano, o in Svizzera, dove comunque spesso c’era un pubblico all’altezza, ma la devozione e il senso proprio di vicinanza fisica che ho notato per loro al Twiggy c’era solo lì. La mia prima volta fu per la presentazione di “White Death Black Heart”, uno dei dischi dello scorso decennio che più mi ha colpito in assoluto, e il live rispettò le altissime aspettative, poi la seconda volta in cui di spalla c’erano gli Arirang e i Viruunga, tutti e due fenomenali al pari degli headliner, e la terza volta in cui finii il concerto sul palco, così che con loro mi era capitata altre volte, ma ripeto, non in modo così elettrizzante come lì.

L’ultimo concerto al Twiggy è stato uno dei miei ultimi in assoluto, in attesa che la pandemia si calmi, e anche qui non mi sono fatto problemi a decidere di andare a vedere Il Triangolo, con la mia dolce metà che mi ha accompagnato e alla fine era più esaltata di me. Il loro disco si è rivelato il mio preferito tra gli italiani nel 2020, e sono davvero felice di poter legare a esso il ricordo di una serata magnifica in un posto per me speciale come il Twiggy. Sono immensamente triste all’idea di non poterci più tornare, perché, lo ripeto, non si trattava solo di andare a un concerto, ma di coccolare la propria anima solo andando lì. Ma questo è uno di quei casi in cui la tristezza per la fine merita di essere superata dalla gioia di esserci stati, e per me sarà sempre così, per me sarà sempre una gioia ripensare al Twiggy, un luogo dell’anima che merita amore eterno.

 

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