ANY GIVEN FRIDAY
Ogni Maledetto Venerdì #23

 
5 Febbraio 2021
 

È di nuovo venerdì e seguendo la traiettoria del volo di un moscone – dal ronzio più emozionante di tante cose sentite ultimamente – ho percepito l’esigenza, da parte dell’Universo, di sapere (anche) la mia sulle ultime pubblicazioni musicali del Belpaese; è per questo che, signore e signori, ho deciso di comunicare urbi et orbi il mio bollettino del giorno sulle nuove uscite del pop italiano. Sì, quel tragico, ribollente pentolone traboccante degli sguardi impietosi di chi dice che la musica nostrana fa schifo, di chi “parti Afterhours, finisci XFactor”, di “Iosonouncane meno male che esisti“, di “Niccolò Contessa ma quando ritorni”, di Vans, libri citati mai letti e film repostati mai visti che ogni venerdì rinfoltisce la sua schiera di capipopolo di cuori infranti con una nuova kermesse di offerte per tutti i gusti e i disgusti. Ecco, di questo calderone faccio parte come il sedano del soffritto, quindi non prendete come un j’accuse quello che avete letto finora: è solo un mea culpa consapevole ed autoironico – ridiamoci su! che una risata ci seppellirà, per fortuna, prima o poi – a preparare lo sfortunato lettore alla breve somma di vaneggi e presuntosi giudizi che darò qui di seguito, quando vi parlerò delle mie tre uscite preferite del weekend, e della mia delusione di questo venerdì. Sperando di non infastidire nessuno, o forse sì.

TOP


MARCO CASTELLO
Contenta tu (album)

E vabbè, manco a dirvelo, aspettavo questo momento da quasi un anno. Marco Castello, sono stato il primo (o quanto meno, uno dei primi) a decidere – e quasi a scatola chiusa – di amarti con tutto me stesso: tu non hai mai risposto alle mie dichiarazioni d’amore, ma io lo so che leggendo le mie confessioni a cuore aperto un po’ gongoli e, diciamocelo, se oggi non avessi inserito “Contenta tu” – il sorprendente disco d’esordio (semicit.) di Castello per 42 Records – all’apice del mio bollettino chiacchierone sono sicuro!, ci saresti rimasto male. No? Mi sto immaginando tutto, perché sono un narciso pelato con croniche carenze d’affetto? E chissene frega, l’amore ricambiato è un lusso per pochi ma amare comunque è un obbligo morale nell’era dell’anestesia collettiva, della mercificazione del sentimento. Ecco, a proposito di merci e prodotti: se siete degli amanti dei discount musicali e della produzione seriale di musica digeribile, state lontani dal disco di Castello (e magari anche dal mio bollettino: fuori dal mio minuscolo giardino!), perché per gustare appieno le dieci tracce di “Contenta tu” serve tempo, allenamento e una buona dose di competenze (sì, cristoddio!, restituiamo alla musica la sua dignità di linguaggio storico, che può essere compreso a fondo solo se si conosce la sintassi e la storia) per non rischiare di schiantarsi contro una corazzata musicale che attinge a piene mani dalla tradizione italiana, mescolando a Caputo, Sorrenti, Fortis, Graziani, De Gregori e chi più ne ha più ne metta l’approccio elettroacustico contemporaneo mutuato dall’ascolto di tanta, tantissima musica internazionale (non smettono di balenarmi alla mente le atmosfere dei Kings of Convenience, o del più germinale Sufjan Stevens). Dietro all’impostazione mentale di Castello c’è l’attitudine rivoluzionaria ad una resistenza culturale necessaria, oggi, per dare un bagliore di speranza alla nostra innata tendenza alla rimozione e all’ignoranza; fare oggi “cultura” significa anche questo: rinunciare al prodotto per ritrovare un patrimonio che ci appartiene finché viene trasmesso e rigenerato nei suoi codici. Ecco allora che “Luca” diventa il nuovo “Sabato Italiano” della mia generazione, “Palla” riscopre la vena scoperta ormai cinquant’anni fa dall’arrivo in Italia di Chico Buarque e dalle collaborazioni tra Vanoni/De Moraes/Toquinho ammiccando in certi momenti al Principe di “Bufalo Bill” (che fa ciaociao anche tra le linee di “Marchesa”), mentre “Contenta tu” ha già l’aria dello standard jazz; “Addiu”, invece, fa capire a tutti che il dialetto, come la bella musica, è un patrimonio da preservare, tramandandolo e rigenerandolo (ma siamo sicuri che il giovane cantautore siciliano abbia davvero l’età che dice di avere? Davvero siamo solo ad un esordio?). Per avere informazioni sugli altri brani del disco, spulciate i vecchi bollettini. Sogno un pianobar in cui si suoni solo Castello, con pubblico presente in silenzio e io, in un angolo ubriaco, a godermi la bellezza di questi nuovi anni Venti che in Marco sembrano aver trovato il proprio nuovo ruggentissimo alfiere. “Venisse il pescatore, e mi pescasse” da questo mare di pericoloso ottimismo in cui oggi sento di annegare; e sì, il naufragar m’è dolcissimo in Marco Castello. Rieducare il popolo, per fare la Rivoluzione: Gramsci (e qui la politica c’entra fino ad un certo punto: a buon intenditor poche parole) sarebbe fiero di te, caro Marco.


FAST ANIMALS AND SLOW KID
Come un animale

I FASK sono tornati allo stato brado senza perdere la consapevolezza derivata dall’esperienza, facendo ulteriori passi in avanti rispetto alle ultime declinazioni della band perugina verso una sintesi interessante tra lo slancio rock’n’roll delle origini (a livello di poetica e manifesto sottinteso tra i versi delle loro prime produzioni) e la chiamata alle armi del pop che, negli ultimi brani pubblicati, sembrava aver educato fin troppo i cuccioli del nuovo maggio italiano. Aimone e soci, a chi li credeva trasformati in comodissima musica domestica da far dormire nelle cuccette calde di villoni con piscina, ingrassata ai buffet di apericene sui Navigli, tirando fuori il muso dalla gabbia solo per la pisciatina bimensile sulle principali piattaforme di streaming; ecco, a tutti noi novelli censori inflessibili e frustrati i FASK hanno risposto mostrando i denti e ringhiando (ma con rabbia più calibrata, più matura, più efficace) il richiamo di una giungla che non ha mai smesso di gridare tutta la sua confusione nella testa randagia degli Animali umbri. “Come un animale” è il manifesto di una rinascita che è conferma, e carezza sulla testolina di tutti noi chihuahua isterici, pronti a scattare in modo scomposto appena una foglia cade giusto a qualche centimetro di distanza da dove ci saremmo aspettati di raccoglierla. Bau.



ENDRIGO
Korale

Che brano particolare, quello degli Endrigo. Una canzone che sa di altri tempi, che non sai bene se sono già passati o ancora da venire: una sezione intensa di fiati a disegnare fin dai primi momenti del brano un’atmosfera sospesa, ordita attraverso accenni di contrappunto che impressionano il profano e soddisfano l’esteta, sembra essere il leitmotiv centrale di una composizione particolare, diversa e da decodificare, che trova nello scampanellio di un pianoforte lisergico e nelle trame melodiche del basso i giusti dialoganti di un discorso musicale (finalmente!) all’altezza. Tutto il brano ruota intorno a pochi elementi, che però si incastrano alla perfezione nella restituzione musicale di un pensiero poetico che si fa divergente, nell’era dell’amnesia collettiva: esistono ancora degli arrangiamenti che non si sfibrino in tappeti asettici di  pad e accordi mutuati dai primi della classe (che sono tali solo per la logica del “big fish in small pound”: manco gli idoli sappiamo sceglierci per bene!), in batterie elettroniche disegnate da altri e trasferite sulle voci di tutti grazie a pazienti e funzionali copia/incolla musicali, in idee preconfezionate dall’industria del consumo e distribuiti in comodi pacchetti da dieci produzioni per artista da smaltire nel giro di massimo tre mesi perché dai, se non pubblichi una cagata ogni venti giorni Spotify poi crede che tu sia diventato stitico e allora si mette in cerca di qualcuno che abbia lo sfintere più allenato del tuo (parafrasi delle parole di Mister Ek della Spoty Family, pronunciate giusto qualche mese fa). Ecco, nell’era degli sfinteri al collasso saranno le idee giuste a salvarci dalla musica di merda. Ovviamente, il testo dà al tutto il giusto livello di slancio onirico (e a tratti, distopico) necessario ad obbligare l’ascoltatore alla riproduzione ripetuta, senza capirci molto ma non riuscendo a smettere di provarci comunque. Almeno, a me così è successo e sta succedendo anche adesso, mentre scrivo le ultime paroline di questa recensione entusiasta solo per chi non ha smesso di credere che esista un’alternativa alla semplicità popolana, agli artistini orgogliosi (pure!) del marchio di fabbrica che ostentano sulle natiche. E’ normale sia tutto così ostico: “Korale” è musica per gente sveglia, e noi stiamo appena riaprendo gli occhi. Forse.

FLOP

Che vi devo dire, anche oggi niente che attirasse su di sé la mia rabbia a tal punto da farmi sprecare parole in zona FLOP. Ahimé, non so proprio sparare sulla folla – come fan tanti – solo per sfogare la mia repressione; preferisco costruir su macerie per mantenermi vivo, aspettando il momento giusto per non sprecare la mia preziosissima rabbia.

SEZIONE VIVAIO

Di fronte al nuovo che avanza ritrarci non è più possibile, se non assumendocene le pesanti responsabilità generazionali; ecco perché abbiamo bisogno oggi di dedicarci ai polmoni di domani, che hanno bisogno di ossigeno e di speranza. Nasce per questo la “Sezione Vivaio”, con le nostre segnalazioni dei più interessanti emergenti di giornata: solo i migliori fiori che la gioventù, come direbbe Fossati, fa ancora crescere per le strade.

LE NOTTI BIANCHE, Inverno 3310

Buona anche la quinta per Le Notti Bianche, oggi all’esordio con Revubs Dischi dopo un filotto interessante di pubblicazioni da autoprodotti che, fin qui, avevano già mostrato i muscoli del progetto campano. “Inverno 3310”, però, sembra aver portato lo sguardo dei ragazzi oltre la linea dell’orizzonte, per farsi megafono di un disagio generazionale che respira e trasuda dalle immagini poetiche di un testo mai banale, slanciato dalle scelte giuste di una produzione efficace perché discreta ed equilibrata nel farsi mix di sonorità diverse, che dal cantautorato (terreno natio di partenza de Le Notti Bianche) spinge forte verso il mainstream senza diventare per questo scontato. Al populismo di tanti, Le Notti Bianche contrappongono il concetto di “popolare” utile a ricordare che la musica può ancora “servire” (che brutta parola, ma sinteticamente funzionale a far trasparire il senso qui inteso) a chi sa ascoltare. Un buon grido di dolore che si fa motivo di speranza, nell’attesa di una rinascita collettiva che, ne sono sicuro, avrà Le Notti Bianche tra le sue eminenze tutt’altro che grigie. O almeno, così ci auguriamo.

TONYNO, Takikardia

Ottimo ritorno anche quello di Tonyno per Dischi Rurali, che dopo lo scoppiettante esordio di “L’odore delle rose” riprende la via soul e lo fa con un brano che sa di big band, ben orchestrato e pensato per arrivare a tutti, su diversi livelli di godimento sensoriale: se infatti l’arrangiamento si fa trampolino, anche qui, per il timbro “nero” di Tony, il testo dimostra le capacità poetiche e aurorali di un artista calato perfettamente nel suo tempo seppur diretto verso linguaggi differenti da quelli sposati dalla massa. Insomma, un ottima conferma in attesa di un disco che farà parlare di sé.

TUASORELLAMINORE, Fahrenheit

Continua l’epopea autoprodotta dell’artista pugliese, che in “Fahrenheit” torna a praticare l’arte come farmakos contro le derive anestetizzate di una realtà sempre più distante da sé stessa. Il testo si fa denuncia di un disagio che si fa reazione, e presa di posizione contro la superficialità e la disonestà emotiva del nostro tempo: la produzione si arricchisce di spunti provenienti da tradizioni diverse (all’idea melodica che ricorda un po’ la Vicario e un po’ Elodie si coniuga una declinazione del pop tipicamente d’oltreoceano, con sguardo rivolto verso le regine delle classifiche americane), rendendo godibile e a tratti godereccio l’andamento da dancefloor di un testo ben scritto, sincero e intelligente. Ottima conferma.

DARTE, Calzini

Niente male il nuovo singolo di Darte per Aurora Dischi, che in “Calzini” mescola abilmente una serie di immagini giuste e utili ad inquadrare efficacemente tra i nomi da seguire del nuovo mainstream. Echi di Thegiornalisti, Aiello e Calcutta si articolano sulle trame di un testo ben costruito, con incastri rimici e ritmici che si fanno trampolino di slancio per l’assetto da hit del brano, senza stuccare e convincendo in merito alla bontà di una proposta sicuramente ben confezionata. In merito al segno che Darte potrà lasciare sulla scena aspettiamo tempi più maturi, che possano portare con sé conferme circa la totale emancipazione del progetto dai suoi riferimenti più evidenti.

AMO’, Caviale (disco)

Attenzione anche al disco di Amò’, che in “Caviale” condensano il senso di una ricerca musicale cominciata mesi fa e che oggi trova la sua enunciazione completa in un lavoro complessivamente interessante, e abile nel districarsi tra le inclinazioni pop della scena senza perdere identità e originalità. Nelle sei tracce dell’opera si articola il manifesto generazionale di una leva di inadatti cronici alla vita, che nelle linee melodiche efficaci degli Amò trova il proprio refrain ricorrente: nel complesso, “Caviale” sottolinea la crescita artistica ed intellettuale di un progetto fresco, che sembra aver ormai le idee chiare. Brano preferito: “Gazometro”.

CREPALDI, Oceano

Singolo d’esordio per il cantautore, a mettere fin da subito le cose in chiaro con la scena. Il timbro di Crepaldi si fa carezza violenta su un inno alla vita e all’amore che ammicca alla rinascita, alla primavera che segue l’inverno. Interessante il mix delle voci, a rendere efficacemente la distorsione di un tempo indecifrabile perché confuso, come noi; manca forse un’idea davvero forte che permetta al ritornello di spiccare il volo dopo la preparazione della strofa, ma nel complesso, per essere un esordio, sembra possedere già tutti i numeri per farci aspettare presto conferme. Ottima penna, occhio a qualche sporcatura (minima, sia chiaro) sull’intonazione che rischia di non restituire alla bella pasta timbrica di Crepaldi l’attenzione che merita.

 

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