ANY GIVEN FRIDAY
Ogni Maledetto Venerdì #24

 
19 Febbraio 2021
 

È di nuovo venerdì e seguendo la traiettoria del volo di un moscone – dal ronzio più emozionante di tante cose sentite ultimamente – ho percepito l’esigenza, da parte dell’Universo, di sapere (anche) la mia sulle ultime pubblicazioni musicali del Belpaese; è per questo che, signore e signori, ho deciso di comunicare urbi et orbi il mio bollettino del giorno sulle nuove uscite del pop italiano. Sì, quel tragico, ribollente pentolone traboccante degli sguardi impietosi di chi dice che la musica nostrana fa schifo, di chi “parti Afterhours, finisci XFactor”, di “Iosonouncane meno male che esisti“, di “Niccolò Contessa ma quando ritorni”, di Vans, libri citati mai letti e film repostati mai visti che ogni venerdì rinfoltisce la sua schiera di capipopolo di cuori infranti con una nuova kermesse di offerte per tutti i gusti e i disgusti. Ecco, di questo calderone faccio parte come il sedano del soffritto, quindi non prendete come un j’accuse quello che avete letto finora: è solo un mea culpa consapevole ed autoironico – ridiamoci su! che una risata ci seppellirà, per fortuna, prima o poi – a preparare lo sfortunato lettore alla breve somma di vaneggi e presuntosi giudizi che darò qui di seguito, quando vi parlerò delle mie tre uscite preferite del weekend, e della mia delusione di questo venerdì. Sperando di non infastidire nessuno, o forse sì.

TOP


MARGHERITA VICARIO
Orango Tango

E’ tornata Margherita ed è subito di nuovo amore. Come sempre, e in modo ormai piuttosto preoccupante vista la fenomenologia amorosa che nel sottoscritto si scatena ad ogni nuova pubblicazione dell’Anna Magnani (sì, lasciatemi dire blasfemie in pace: che ve devo dì, se la Vicario mi ricorda una femminilità esplosiva da pellicola felliniana…) del mainstream contemporaneo: aumento della sudorazione, sforzo mostruoso per seguire ogni singola parola proferita nelle mitragliate dense di senso di Margherita, godimento puro di fronte ad ogni volata della sua voce. Non c’è mai nulla di prevedibile, nella scrittura della Vicario; sì, gli ultimi singoli hanno sicuramente spalancato la porta alla sensazione sempre più concreta di trovarci di fronte ad un’evoluzione musicale e stilistica che sta portando la cantautrice romana sempre più vicina alle coste sudamericane, declinando in ritmi provocanti la provocazione stordente di una personalità esuberante che sa parlare pane al pane, vino al vino. Ma allo stesso tempo, pur muovendosi nell’alveo di un’estetica sempre più definita (che, chissà, magari vedremo confermata presto in un disco dal sabor latino), Vicario spiazza l’ascoltatore attraverso un patchwork fortemente autorale di immagini e parole giuste, che con cipiglio a tratti rabbioso (senza mai perdere di dolcezza, nella sua vibrante e lucidissima fermezza: che delizioso ossimoro!) descrive una contemporaneità che appare distorta e distopica solo a chi non vuole trovare il coraggio di accettarla come drammaticamente reale. Margherita è showgirl, perché sa inchiodare orecchie e sguardi su di lei, ma una volta ottenuta l’attenzione ti fa pentire di aver abbassato le difese attraverso lo stilo (e lo stile) di una penna affilatissima, che non lascia la possibilità alle nostre piccole ipocrisie quotidiane di suturare gli strappi inferti. Un confronto con la realtà che spiazza ammaliando; una mano e una voce che pò esse fero e pò esse piuma, contemporaneamente.


FRANCO 126
Nessun perché

Francone, c’hai preso! Sarà la chitarrina tanto “La mia banda suona il rock” che apre il brano, sarà la scrittura puntualmente ficcante che correda le belle melodie del giusto senso, sarà che in “Nessun perché” Franco 126 ricorda un po’ anche Rino Gaetano per certe metriche ed immagini azzeccate; insomma, sarà quel sarà, ma il pezzo spacca e di brutto. Il groove funky dà al motore del ritmo una fonte di benzina che sembra inesauribile, lasciando involare la litania ipnotica di una preghiera dimessa, sì, ma mai rassegnata: il piglio positivo dell’arrangiamento calmiera quella malinconia tipicamente franchiana che da “Stanza singola” in poi ha fatto sì che i paragoni tra il fu rapper romano e la scuola cantautorale si moltiplicassero esponenzialmente. E a ragion veduta: non c’è mai un calo di tensione nella texture ordinata, pulita e ben ponderata della scrittura di Franco che, da abile tessitore, punta la cruna dell’ago nel punto più tenero del cuore: quello che ancora riesce a stupirsi con semplicità, senza sovrastrutturare l’emozione camuffandola in abiti eleganti, ben confezionati, equilibrati quanto dannatamente freddi, retorici e sbagliati. Bravo Franco, ce sei piaciuto.



MESA
Romantica

Inserendo Mèsa nel mio bollettino, spezzo la mia personale lancia in favore di un progetto che seguo da sempre e che, negli ultimi mesi, ha fatto sentire la sua mancanza; i numeri ancora non rendono giustizia alla concretezza poetica ed identitaria di una scrittura delicata, sì, ma mai banale, pensata e realizzata con gusto e attenzione: Mèsa, insomma, è una delle voci importanti della scena femminile che per troppo tempo abbiamo lasciato a prendere polvere nello spazio angusto della nicchia, e che merita ora la fiducia necessaria a spiccare il volo. “Romantica” è un post-it sul frigorifero ricco di frasi giuste e utili a ricordare a chiunque il proprio nome – che poi è il nome di tutti noi, potenze in atto perennemente sull’orlo della crisi; nella confessione gentile di Mèsa si rispecchia il senso di smarrimento e l’ansia di ritrovarsi di una generazione di sconvolti (eh sì, i figli diventano padri e i drammi che furono dei padri sono i medesimi dei figli!) che la cantautrice scuola Bomba Dischi racconta con una semplicità tanto disarmante da far tenerezza. L’investimento, ovviamente, è quello che lascerà profilare la bontà dell’azzardo sulla lunga durata: “Romantica” forse non è ancora il brano utile a consacrare Mèsa ai livelli a cui sembra poter ambire, ma diventa l’occasione perfetta per puntare su uno dei migliori prodotti della cantera nazionale prima che sia la Storia ad imporcelo.

FLOP


ACHILLE LAURO
Solo noi

Premetto che quello che segue non sarà un flop come gli altri, perché a questo giro – e forse, per la prima volta – parlare del brano scelto con la solita cattiveria repressa mi risulta difficile per il rapporto d’intesa (ovviamente, come sempre, unilaterale e segretamente coccolata nella segretezza delle mie stanze mentali) che negli anni ho creato con il buon Achille. Lauro, per quanto mi riguarda, è una delle esperienze artistiche più complesse degli ultimi anni, capace di dividere le fila e spartire le acque, dando l’idea di poter attraverso come Mosé (e senza “bagnarsi” affatto) il flusso ininterrotto di preghiere idolatranti e caustiche critiche che pubblico e addetti al settore hanno da sempre riversato sul nuovo chiacchierato profeta del glam. Il rapper romano – e chiamarlo rapper, oggi, sembra davvero riduttivo di fronte all’eclettismo performativo dell’artista – ha trovato una chiave di lettura di sé stesso che ad ogni uscita pare poter offrire nuova luce al prisma di rifrazione di una personalità sfaccettata, affascinante e instabile perché camaleontica, cangiante e magmatica; ecco, almeno fino ad oggi. Sì, perché “Solo noi” sembra voler dire al mondo che anche gli eroi cadono, e che se la candela ad un certo punto non ci si ricorda di spegnerla (accendendone magari un’altra, diversa, prima che tutto si sciolga) rischia di consumarsi liquefacendosi e rivelando tutta l’inconsistenza di un qualcosa che – fino a poco prima – sembrava essere solido e luminoso. Ed è qui che ogni alibi prende fuoco, e nella ripetizione dell’uguale e della medesima formula musicale e poetica evidentemente valutata vincente (siamo tornati alle sonorità sanremesi di “Rolls Royce” e “Me ne frego”: sarà il periodo dell’anno?) si inaridisce la fertilità di un progetto corale – perché tante sono le voci che albergano dentro e intorno al buon Lauro – che non può permettere di sedersi sulla sua declinazione più prevedibile. Il pubblico ammaestrato applaudirà, ma con la sensazione di star imparando a memoria qualcosa che già sapeva, e che alla fine poteva evitare di ripetere ancora. Asciugo le lacrime, e aspetto un ritorno che sia all’altezza dell’incensazione dei placet e della violenza delle condanne che, anche a questo giro, Achille raccoglierà dal sempre rigoglioso orticello della polemica musicale, con la consapevolezza che forse, a questo giro, il profeta abbia deciso di portare una croce un po’ troppo abusata per poter reggere il peso della sua tanto glorificato quanto vituperata santità.

SEZIONE VIVAIO

Di fronte al nuovo che avanza ritrarci non è più possibile, se non assumendocene le pesanti responsabilità generazionali; ecco perché abbiamo bisogno oggi di dedicarci ai polmoni di domani, che hanno bisogno di ossigeno e di speranza. Nasce per questo la “Sezione Vivaio”, con le nostre segnalazioni dei più interessanti emergenti di giornata: solo i migliori fiori che la gioventù, come direbbe Fossati, fa ancora crescere per le strade.

AVARELLO, Mentre ballo mi annoio (album)

Avarello è uno dei più interessanti cantautori della sua generazione (che poi è anche la mia) e detto da uno che per una vita ha provato a scrivere canzonette è un’ammissione che si rivela, per una volta, scevra di qualsiasi forma di invidia repressa. Ci sono cose che brillano, e che fanno fatte brillare: far durare e dare spazio a quella parte d’inferno che inferno non è, come direbbe Calvino, rimane oggi l’unico antidoto ad un individualismo dilagante che sta trasformando l’umanità in una moltiplicazione seriale di monadi sole, per quanto sempre più inquietantemente identiche. In questo senso Avarello merita spazio, e di non essere più il solo a credere nell’ispirazione di una penna che sa raccontare, cucendo e suturando strappi così intimamente e profondamente umani da appartenere a tutti: scendendo all’origine del tutto, si apre lo sguardo sull’unità profonda di un qualcosa di irriducibile, capace di azzerare distanze e paure. Ecco, Avarello quella cosa l’ha individuata (anche se forse nemmeno se n’è reso conto: dopotutto, continuiamo a far sì che siano gli altri a raccontarci) e l’ha sezionata in sette tracce dall’alto coefficiente emotivo e musicale. Taglia dove deve tagliare, ripara quando riesce e costruisce come un folle su macerie: la citazione a Guccini, parlando della scrittura di Avarello, non è casuale. E’ un disco da non perdere, che magari avremo modo di raccontarvi ancora meglio nei prossimi tempi qui, su IFB. Per ora, divoratevelo. Sappiate che le fame, invece che passarvi, diventerà sempre più forte: la bellezza, dopotutto, chiama sempre altra bellezza.

LENA A., Pineta

Lena è una delle cantautrici che seguo con maggior attenzione da sempre: preparazione musicale, competenze storiche che potenziano mediante lo sguardo alla tradizione lo slancio verso il futuro dell’artista, identità da vendere che fa capolino anche attraverso la germinalità di una primavera che deve ancora sbocciare. “Pineta” conferma tutto questo: la delicatezza poetica della scrittura di Lena incontra il trampolino di una produzione capace di farsi discreta nel permettere alla voce di involarsi e superare le proprie paure; la centralità del corpo visto come terreno di battaglia, la ricerca di un contatto che possa salvare senza la narcisistica pretesa di farlo, il tentativo di trovare uno spazio polmonare utile a rilassare – per la prima volta – le spalle, senza guardare con superficialità alle cose ma piuttosto ricercando la leggerezza utile ad affrontare la profondità più vasta e paurosa: spunti poetici che trovano nell’estetica in via di definizione di Lena l’espressione più efficace di un’urgenza sincera, da curare con attenzione e da valorizzare con gusto.

BENESTARE, Se hai paura

Parte il brano, e subito alla mente si affacciano certi bei ricordi dei tempi che furono: un basso synth dalla giusta timbrica che ricorda un po’ i Decibel un po’ I Cani slancia con eleganza la nenia cullante e rinfrancante di “Se hai paura”, che attraverso la voce pulita e confortante di Benestare appacifica l’anima e distende i nervi. Benestare scrive bene, con semplicità: poche parole, che lasciano spazio all’intensità del sussurro e diventano balsamo per stress e incertezze di tutti, aprendo uno spioncino importante sulla sensibilità di un artista che, ne siamo sicuri, farà parlare di sé.

MIKE ORANGE, Arancio (EP)

L’arancione è uno dei miei colori preferiti: la sua cromatica predisposizione all’accoglienza e al calore lo rende perfetto per consolare la mia naturale ed innata tendenza alla malinconia; di arance, invece, ne farei indigestione, sia di quelle dolci dolci (sono diventato negli ultimi anni, causa invecchiamento precoce, un fan delle spremute) che di quelle più amare, che regalano spunti di riflessione su quanto la vita sia un continuo barcamenarsi tra sapori forti. Tutto questo vi sembra fuori luogo, per introdurre l’ascolto di “Arancio“, il nuovo EP di Mike Orange? Giuro che non lo è. Nelle cinque tracce del disco, si articolano riflessioni esistenziali e spunti di introspezione che non si appesantiscono di retorica e frivolezze da cantautore: con semplicità, Mike inocula nell’ascoltatore le vitamine utili a non arenarsi sulle derive della semplificazione, senza diventare mai pedante o forzato. La sensazione che lascia l’approccio “live” con il quale tutto il progetto è realizzato restituisce quel sentimento di calore avvolgente che da sempre, per me, contraddistingue l’arancione (come vaneggiavo qui sopra): bravo Mike, il mio pezzo preferito rimane “Segrete”.

GIULIO LAROVERE, Road Sweet Home (album)

La segnalazione “esterofila” di oggi è per Giulio Larovere, che in “Road Sweet Home” intraprende un viaggio a metà tra Europa e States raccontando la vita di John Knewok, voce fuori coro (come tante, negli anni’60) della controcultura hippie e autore di un diario di bordo che certamente non gli ha restituito il successo riscosso da altri contemporanei ma che, dopo mezzo secolo, ha fatto innamorare perdutamente il cantautore milanese. Partendo dalle esperienze e dai racconti di Knewok, Larovere ricostruisce uno scenario musicale che del nostalgico ha poco, grazie alla genuinità di un’intenzione urgente, vera; il mood musicale è quello che ricorda la scena di San Francisco (sessant’anni dopo) attraverso una scelta di arrangiamento che viaggia in direzione ostinata e contraria rispetto alla deriva di oggi: tre quarti del godimento, ve lo assicuro, derivano dal calore di valvole e macchine alle quali il nostro orecchio, reso atrofico da almeno un decennio di omogenizzazione musicale, non è più abituato. L’idea c’è, il gusto anche. Ottimo lavoro.

FEDERICO FABI, Al dente

Che pezzo, che ha tirato fuori Federico Fabi, nome quasi iconico della scena indipendente grazie ad un disco che, qualche anno fa, mise in luce l’estro del cantautore. “Al dente”, in questo senso, mostra i passi in avanti di un evoluzione di consapevolezze, prima ancora che di linguaggio: Fabi è pronto per levarsi di dosso l’epiteto dell’enfant prodige, per consacrarsi come nuovo riferimento di una scena che ha un disperato bisogno di eroi. Il brano scivola via svincolandosi da tutti quegli orpelli artificiosi utili solo a sfamare nell’immediato l’ascoltatore per poi evaporare senza lasciar traccia: nella gentilezza di “Al dente”, sta tutta la rivoluzione personale di un artista che ha fatto della delicatezza la sua arma vincente, tornando in punta di piedi (ma senza per questo passare inosservato, affatto) per non andarsene più. O almeno, ci auguriamo sia così.

EDODACAPO, Mille cose

Esordio per Edodacapo, che oggi si presenta alla scena con “Mille cose”. Se l’incipit sembra preludiare all’ennesimo brano alla Tame Impala (l’Italia ha scoperto il progetto australiano con i soliti quindici anni di ritardo e ora, in un modo o nell’altro, quel basso e quelle chitarre suonate in quel modo lisergico sembrano sul punto di spodestare il fin qui indiscusso predominio delle sonorità alla Mac DeMarco), il brano trova il decisivo coraggio di spingersi ben oltre, attraverso una scrittura efficace e semplice, utile a mettere fin da subito in chiaro la forte attitudine pop di un progetto che, se saprà confermare le sensazioni dell’esordio, farà parlare di sé.

 

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