“RUBIAMO COSE DAPPERTUTTO E CREIAMO LA NOSTRA COMBINAZIONE”: I NOTWIST E L’IMPORTANZA DI LASCIARSI CONTAMINARE

 
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22 Febbraio 2021
 

Abbiamo raggiunto via Zoom Markus Acher, frontman dei Notwist da più di 30 anni (recupera la nostra top 10 brani dedicata al progetto), e Cico Beck, unitosi alla formazione tedesca nel 2015. Ci hanno raccontato molte cose a proposito di “Vertigo Days”, il loro nuovo album, e delle persone che l’hanno influenzato.

Partiamo da una domanda semplice: qual è la pronuncia corretta, “No-twist” o “Not-wist?”
Markus: Noi diciamo “No-twist”, ma in realtà non è importante, come preferisci.

Ma l’origine del nome sono le parole inglesi “No Twist”?
Markus: Sì, era un nome nonsense. Per divertirci suonavamo in questa band punk-rock e abbiamo pensato a un nome che suonasse underground, con “The” all’inizio, perché tutte le band punk avevano “The” all’inizio. Poi “No” suonava bene, ovviamente, e siamo arrivati a “Notwist”. Era un nome che tutti si ricordavano, così l’abbiamo tenuto.

Sono passati quasi 30 anni. Vi eravate immaginati che la band e quel nome sarebbero durati così a lungo?
Markus: No, no! (ride)

Avete appena pubblicato un nuovo disco. Penso che sia un ottimo disco, per alcuni versi un classico disco dei Notwist, ma anche un disco che introduce elementi nuovi. Proverò a farvi delle domande relative soprattutto a degli elementi che mi sembrano diversi rispetto ai vostri dischi precedenti. Innanzitutto volevo capire meglio come è nato il disco. È stato registrato tra il 2018 e il 2020, quindi un processo durato tre anni, ma avete detto che avevate delle idee risalenti al periodo del disco precedente, quindi 2014-2015. Come sono cresciute queste idee durante gli anni e quando avete deciso che era il momento di fare un nuovo disco dei Notwist?
Cico: Il piano in realtà era di partire il più rapidamente possibile. Abbiamo iniziato nel 2015 con le prime registrazioni, perché volevamo fare della musica nuova. Erano soprattutto sessioni di improvvisazione, ma non siamo mai arrivati a un punto in cui eravamo completamente soddisfatti, così abbiamo cominciato a scrivere musica con altre band e a fare delle colonne sonore per il cinema e per il teatro.

Ho visto che avete pubblicato un sacco di altre cose nel frattempo.
Cico: Mi sembra che abbiamo ricominciato a registrare con tutta la band nel 2018, poi negli ultimi due anni ci è venuta questa idea del “mixtape” e degli ospiti, e il disco ha preso la forma che ha ora. Non sono molte le cose rimaste dalle idee che avevamo nel 2015. “Avalanche”, un pezzo strumentale incluso nel 10 pollici di “Ship”, è piuttosto vecchio, ma la maggior parte del disco l’abbiamo scritta negli ultimi due o tre anni, quando avevamo un’idea più precisa di cosa volevamo fare.

Avete un sacco di altri progetti, alcuni che coinvolgono voi due, altri anche con Micha e ovviamente altre persone ancora. Quando vi incontrate in studio per suonare sapete già se state scrivendo qualcosa per un progetto specifico, oppure all’inizio sono soltanto idee e poi decidete “Questo potrebbe essere un pezzo dei Notwist”, “Questo potrebbe essere un pezzo degli Spirit Fest”, “Questa potrebbe essere una colonna sonora”?
Cico: Direi che quando ci incontriamo di solito è per uno scopo, per un progetto specifico, ma ovviamente può succedere che alcune idee e canzoni si spostino da una band all’altra. Con il progetto Spirit Fest è diverso, perché è molto collegato a Saya e Ueno, ma scriviamo musica per il cinema e una canzone che era nata per una serie TV in Germania adesso è sul disco con delle parti aggiuntive. Quindi può succedere che alcune cose si spostino.

L’anno scorso, quando è iniziato il lockdown per il Covid, avete provato a registrare delle parti online, ma poi avete dovuto trovarvi nella stessa stanza perché le cose funzionassero davvero. Naturalmente, però, tutti gli ospiti vi hanno dovuto mandare del materiale via internet. Avete trovato un equilibrio tra l’essere in studio e il collaborare da remoto o avete l’impressione che le idee migliori nascano comunque quando siete tutti nello stesso posto?
Markus: Penso che essere nella stessa stanza sia la cosa migliore, ovviamente. Sia con gli Spirit Fest sia le ultime registrazioni dei Notwist sono state fatte nella stessa stanza e abbiamo anche registrato in presa diretta, suonando insieme. È sempre la cosa migliore perché puoi reagire a quello che fanno gli altri, c’è comunicazione. Per questo disco durante il lockdown non è stato possibile, ma la canzone con gli Zayaendo è stata registrata tutti insieme ed è sul disco così come l’abbiamo registrata, abbiamo fatto qualche sovraincisione ma per la maggior parte è tutta suonata insieme nella stessa stanza. È stato molto importante per questo pezzo. Con gli altri ospiti avevamo un’idea diversa che non avremmo potuto realizzare insieme, perché avevamo pensato che sarebbe stato bello se Juana Molina, Ben LaMar Gay e Angel Bat Dawid avessero potuto fare quello che volevano, senza che noi dicessimo nulla. Abbiamo detto loro di registrare quello che volevano, Juana Molina aveva solo degli elementi di base, una linea di basso, una batteria e dei suoni elettronici e ha costruito una canzone a partire da questi elementi. Ci piaceva molto l’idea che altre persone potessero lavorare senza sentire la nostra opinione, senza sapere cosa avremmo voluto, e Juana Molina ha davvero scritto una sua canzone in un certo senso, è una vera miscela tra i nostri elementi e i suoi elementi, la miscela perfetta, penso. Angel Bat Dawid ha suonato il clarinetto, era quello che speravamo, ma ha comunque aggiunto una nuova sensazione e un nuovo strato, che ha reso la canzone speciale. Da Ben LaMar Gay non sapevamo cosa aspettarci, poteva suonare la tromba, strumenti elettronici, cantare o avrebbe potuto scrivere una poesia… siamo rimasti davvero sorpresi quando ci ha mandato questa bellissima parte vocale e questo testo.

Penso che il pezzo con Juana Molina e quello con Ben LaMar Gay siano due delle migliori canzoni del disco e, come stavi dicendo, non sono veramente degli ospiti, sono i protagonisti di queste due canzoni. Gli ospiti sono i Notwist, in un certo senso. Ci vuole del coraggio per delegare il processo creativo del proprio disco ad altri artisti. Nella cartella stampa avete scritto che volevate mettere in dubbio sia il concetto di band sia il concetto di identità nazionale. È una dichiarazione piuttosto politica. Vanno insieme le due cose? Invitare altre persone nel vostro disco era anche un modo per dire che dovremmo imparare a mescolarci con le altre culture?
Markus: Sì, volevamo mettere in dubbio il concetto di band perché c’è ancora questa leggenda del genio creativo che, totalmente da solo, crea queste opere uniche e geniali, ed è qualcosa in cui non crediamo per nulla. Rubiamo cose dappertutto e creiamo la nostra combinazione, è più simile al mescolare tutte le influenze che abbiamo dagli altri e, a livello molto subconscio, creare qualcosa a partire da quegli ingredienti. Come Notwist teniamo molto alla comunità e alle reti, non ci siamo solo noi, ci sono anche molte altre band che ascoltiamo o delle quali facciamo parte, ci sono sempre così tante influenze che i Notwist sono solo una parte. Stavolta volevamo mostrarlo dando spazio a queste persone nel nostro disco, a indicare che i Notwist non siamo solo noi, sono anche altre persone che contribuiscono alla nostra musica, anche quando non li sentite ci sono sempre. Siamo contenti che questa volta si possano anche sentire. L’altra cosa, che è stata anche un tema del festival Alien Disko che organizziamo a Monaco da quattro anni e che speriamo di continuare a fare quando sarà di nuovo possibile, è che volevamo reagire all’atmosfera sempre più nazionalista e conservatrice in Germania e nel resto del mondo, dove sempre più nazioni vogliono chiudersi. La gestione dei rifugiati è stata un tema importante in Germania, è stato detto che non dovrebbero più essere accolti in Germania, ma la Germania è un paese così ricco e c’è così tanto spazio per le persone che devono fuggire da altri paesi che è ridicolo che la gente di colpo sia preoccupata che qualcuno possa toglierci qualcosa. Questo ha fatto arrabbiare molte persone, noi compresi, perché diversi politici hanno detto cose molto stupide. Ma questo è possibile osservarlo in tutto il mondo…

Abbiamo sicuramente lo stesso problema in Italia.
Markus: Lo so, di colpo in un paese europeo dopo l’altro sono andati al potere dei politici terribili. Spero che ora, con la crisi del Coronavirus e tutto quello che è successo negli Stati Uniti, possiamo renderci conto che in buona parte è un risultato di questo modo miope di guardare le cose e di questo approccio capitalistico che pensa solo al profitto. Questo modo di pensare ha peggiorato la crisi, spero che ora la gente si accorga che è importante lavorare insieme, perché qualcosa come il Coronavirus è un problema di tutto il mondo e se una nazione lo affronta diversamente, il virus può tornare a diffondersi, quindi è necessario che ci parliamo al di là dei confini. A parte questo, siamo molto interessati a conoscere persone di altri paesi e a lavorare con loro. È bello essere in Germania, ma solo se si può anche andare da qualche altra parte.

Anche la canzone che ha scritto Ben LaMar Gay è piuttosto politica. Avete detto che è una canzone d’amore per questi tempi, parla di questa rivolta a cui partecipano due innamorati, è una canzone d’amore ma anche una canzone di rabbia. Ho letto in un’altra intervista che inizialmente questo disco era più personale e poi vi siete resi conto che alcuni dei temi, ad esempio che “l’impossibile può succedere in qualunque momento”, erano validi sia per situazioni personali che per quello che stava succedendo nel mondo.
Markus: Ho scritto il testo di “Into Love”, che è la prima canzone del disco, prima del Coronavirus, pensando a situazioni personali che tutti incontrano nella vita, quando succede qualcosa che cambia totalmente le cose da un momento all’altro e ti fa rendere conto che niente è davvero immobile e devi esserne cosciente, devi vivere il momento. Ma questo testo di colpo sembrava un testo sul Coronavirus perché, anche se questo non è un disco sul Coronavirus, era nelle nostre teste mentre lo registravamo e quindi parla anche di questo. La canzone di Ben LaMar Gay è stata scritta nel periodo delle manifestazioni Black Lives Matter e noi eravamo molto preoccupati seguendole tramite Internet, cercando di capire cosa stava succedendo. Ma per noi scrivere una canzone che parlasse di questo sarebbe stato molto difficile, perché non ne siamo parte, è in un’altra parte del mondo.

Come siete entrati in contatto con Ben LaMar Gay? Vi conoscevate già?
Markus: Lo conosciamo tramite il festival, lo abbiamo invitato ed è venuto a suonare. Quando ci siamo parlati ci siamo resi conto che avevamo un modo simile di fare musica, di pensare alla musica. A lui il festival è piaciuto ed è tornato l’anno dopo, abbiamo suonato insieme e abbiamo conosciuto meglio lui e il resto del suo gruppo. Eravamo in contatto e gli abbiamo chiesto di collaborare, non sapevamo cosa avrebbe fatto ma siamo stati molto contenti ed emozionati leggendo il testo.

Il festival ha fatto da collegamento anche con gli altri ospiti?
Markus: Avevamo già incontrato Saya e Ueno, ma anche loro li abbiamo conosciuti tramite il festival, perché i Tenniscoats sono la mia band preferita ed erano la prima band che volevo invitare. Volevamo invitare anche Juana Molina e Angel Bat Dawid ma non siamo riusciti perché avevano altri concerti o erano in tour, ma sono stati molto gentili e siamo rimasti in contatto, così è stato facile chiedere loro di collaborare.

Un’altra cosa che è cambiata negli ultimi anni è la band stessa. Abbiamo parlato degli ospiti ma i membri della band e i collaboratori sono cambiati nel tempo. Il vostro attuale batterista Andi Haberl è arrivato nel 2007, Karl si è unito nel 2010 al vibrafono e alle percussioni, Cico è stato l’ultimo a diventare un membro permanente della band dopo che Martin Gretschmann se ne è andato. Come ha influito questo sul processo compositivo? Se pensate a quando avete registrato “Shrink” o “Neon Golden”, il gruppo di persone che ha registrato questo ultimo disco è abbastanza diverso, il nucleo rimane composto da Markus e Micha, ma quasi tutti gli altri sono cambiati.
Markus: Quando Andi, Karl e anche Max Punktezahl si sono uniti alla band, hanno cambiato molto il nostro modo di suonare dal vivo, perché sono tutti ottimi musicisti e persone dalla mente molto aperta, così abbiamo cominciato a cambiare sempre di più gli arrangiamenti durante i concerti, a improvvisare certe parti e a non suonare sempre tutto allo stesso modo, ma a trasformare invece lentamente le canzoni. Per questo disco la maggior parte della scrittura e delle registrazioni l’abbiamo fatto Micha, Cico e io, per colpa del lockdown, ma anche perché eravamo sempre nello studio a Monaco. La cosa buona di Cico è che ha la stessa conoscenza degli strumenti elettronici che aveva Martin Gretschmann, anche se ovviamente con il suo stile personale, ma è anche un ottimo polistrumentista, suona la batteria, le percussioni, le tastiere, la chitarra, tutto! Quindi è perfetto per quando suoniamo dal vivo. È stata una cosa molto positiva anche per le registrazioni di questo disco, perché volevamo allontanarci dall’usare troppo la programmazione e l’editing, come avevamo fatto nel disco precedente, perché rende tutto un po’ rigido. Volevamo suonare di più.

Questo disco sembra più simile alle vostre performance dal vivo, non c’è un confine rigido tra una canzone e la successiva e c’è anche un aspetto ruvido, grezzo. Non avete soltanto accettato le imperfezioni, sembra quasi che le abbiate ricercate per trovare la bellezza che si trova solo nelle imperfezioni. Siete d’accordo?
Cico: Sì, decisamente. Molte registrazioni le abbiamo fatte in modo semplice, in una stanza, con tutti che suonavano insieme, e spesso abbiamo preso il primo take perché magari aveva qualche errore ma era il più bello.

Markus: Abbiamo imparato molto dai Tenniscoats, penso. Loro hanno sempre detto che deve esserci almeno un errore in ogni disco. Penso che sia bello lavorare di nuovo in questo modo, cercando l’essenza e lo spirito, perché a volte la tecnica nasconde l’essenza della canzone.

Anche la fotografia della copertina riflette questa cosa. La trovo molto appropriata, l’ho confrontata con la copertina di “Close to the Glass”, che era come un tavolo da laboratorio con oggetti piccoli e precisi. Qui invece c’è la natura ed è una fotografia che ti confonde con un sacco di elementi differenti, ma anche una bellezza incredibile nel modo in cui questi elementi si uniscono. Quando avete visto la fotografia per la prima volta e quando avete scelto che sarebbe stata la copertina?
Markus: Ho trovato un libro della fotografa Lieko Shiga, una fotografa giapponese. Poi ne ho ordinato un altro e siamo entrati in contatto perché ha risposto direttamente lei alla mia mail per l’ordine, è stata molto gentile. Così ho scoperto che era anche amica dei Tenniscoats. Abbiamo cominciato a guardare alle sue fotografie perché la prima canzone che abbiamo completato mi ricordava una fotografia. Abbiamo scelto tre o quattro foto e le abbiamo chiesto se le piacesse l’idea. Da quel momento in poi le avevamo in testa e l’intero disco è diventato come una colonna sonora per le fotografie, potrebbero essere scene tratte da un film, surreali ma anche reali, costruite ma anche istantanee, una miscela molto speciale. Hanno avuto una grossa influenza sul disco. Lieko Shiga è diventata un’ospite anche lei, ha contribuito con qualcosa di più del semplice artwork.

Parlando di colonne sonore, volevo chiedervi di una colonna sonora che Markus ha scritto, sotto lo pseudonimo “Rayon”, per la regista italiana Eleonora Danco, nel 2015. L’ho scoperta solo la scorsa settimana, non conosco la regista ma ero curioso di sapere come è successo e cosa ricordi della creazione di questa colonna sonora.
Markus: Eleonora e suo marito Marco mi hanno contattato perché conoscevano la musica dei Lali Puna e dei Notwist, così mi hanno chiesto se ero interessato a scrivere la colonna sonora per questo film. Eleonora mi ha mandato alcune scene e mi hanno subito interessato molto, perché il suo lavoro è molto bello e speciale. Le scene che ho visto erano molto surreali, con persone che venivano intervistate in scenografie molto strane. Mi hanno ricordato alcuni film sperimentali e surreali italiani e francesi degli anni ‘70, così ho cominciato a prendere dei sample da delle colonne sonore e cose così. Era una delle colonne sonore più interessanti che potessi fare, perché c’era una buona comunicazione con la regista. Non tramite le parole, non abbiamo parlato molto, ma tramite le immagini e la musica ci siamo incontrati molto in fretta. È un’artista molto affascinante, tutto quello che fa mi piace molto e sono molto orgoglioso di aver potuto scrivere la colonna sonora. Spero che un giorno faccia un altro film e magari potrò scrivere della musica anche per quello.

Un altro progetto che vi coinvolge entrambi è il disco “Songs from the Kathmandu Valley”, che ho ascoltato e ho trovato molto affascinante. Potete dirmi qualcosa di più su come è nato? Avete aggiunto della musica sopra a dei “field recording” fatti in Nepal, giusto?
Cico: Sì, il disco è basato su un viaggio di Johannes Haslinger, un nostro amico fotografo. Ha scattato anche le ultime foto ufficiali dei Notwist, quelle psichedeliche nella foresta. È stato in Nepal e ha fatto un sacco di foto, ma anche molti field recording, e quando è tornato ha avuto questa idea di creare un disco. Così Markus e io siamo stati coinvolti, ed è qualcosa che apprezziamo molto, mixare dei field recording, della musica “world”, musica dall’Asia, il gamelan e la musica elettronica… Un po’ come abbiamo fatto per il disco a nome “You + Your D. Metal Friend” che abbiamo fatto Markus e io. È stato molto divertente.

C’è qualcosa in comune con “Vertigo Days”, dove avete detto che volevate includere influenze musicali differenti, e il Nepal è certamente un mondo musicale differente. Anche questo è stato un modo di assorbire delle influenze da altre culture.
Cico: La musica asiatica è molto interessante per noi, in particolare il gamelan è qualcosa di molto importante e che ci dà molta ispirazione. Chiaramente il gamelan non arriva dal Nepal, ma tutto questo tipo di musica percussiva, grezza e ritmica, complessa.

L’anno prossimo sarà il ventesimo anniversario di “Neon Golden”. Avete dei progetti per festeggiare?
Markus: Al momento stiamo pensando al nuovo disco e speriamo il prossimo anno di poter tornare in tour e suonare le nuove canzoni, ma suoniamo sempre molti pezzi da “Neon Golden”. Cerchiamo di guardare avanti, magari se qualcuno ci chiederà di fare qualcosa di penseremo, ma non penso che da parte nostra organizzeremo nulla di speciale.

Qual è il vostro rapporto con quel disco? Rimane il vostro disco più famoso e molte persone lo considerano il vostro disco migliore. Siete d’accordo o pensate sia stato solo per caso che è diventato più famoso di altri?
Markus: Non so, penso abbia molto a che fare con il periodo, in quel momento quel tipo di musica ha catturato l’attenzione di molte persone, il fatto di mischiare l’elettronica e le canzoni. Ma eravamo influenzati da altri gruppi che l’avevano fatto prima di noi, come gli Stereolab, Mouse on Mars o i Tortoise, questo genere di band. Il disco ci piace molto, come anche le canzoni, perché sono belle da suonare. Ma per noi è parte di un continuum, è solo un passo in mezzo a tanti altri.

Pensate che il successo e i soldi che avete ottenuto da quel disco abbiano cambiato la vostra carriera? Vi ha permesso di essere più liberi o di avere più soldi per altri progetti, o non più di tanto?
Markus: In realtà non ci ha portato molti soldi! (ride) La cosa buona è che ci ha portato in altri paesi, perché questo disco ha avuto un sacco di attenzione internazionale e ne eravamo molto felici. Quando andiamo da qualche parte è il disco che la maggior parte della gente conosce. Ma d’altra parte è stato anche difficile continuare perché non ci avevamo riflettuto molto prima, ma quando abbiamo pubblicato “The Devil, You+Me”, il disco successivo, molte persone hanno detto “Neon Golden era migliore, questo disco non è altrettanto bello”, e abbiamo pensato “Oh davvero? Che strano.” Ma la cosa buona è che ormai avevamo fatto “il disco dopo Neon Golden”, quindi con “Close to the Glass” abbiamo potuto ricominciare da capo, ci siamo sentiti liberi perché eravamo già caduti in quella trappola. E “Messier Objects”, il disco strumentale di “collage”, è stato un altro passo in questa direzione. Adesso sentiamo che possiamo fare qualunque cosa vogliamo, non dobbiamo fare “Neon Golden” di nuovo.

Se poteste scegliere una band nella quale vorreste suonare come ospiti, quale sarebbe? Anche una band che non è sulla scena adesso, la vostra band preferita. Se poteste schioccare le dita e ritrovarvi sul palco a suonare con qualcuno, chi vorreste?
Cico: Ho avuto un incubo non molto tempo fa dove suonavo con Mica Levi e Moor Mother e tutti i miei strumenti erano rotti. Tutto andava storto, un’esperienza terribile!

Markus: Suonando con i Tenniscoats sto già suonando con la band dove vorrei suonare, spero di poter suonare di nuovo con loro al più presto. In questo momento sto ascoltando molto Arthur Russell, mi sarebbe piaciuto poter suonare con lui perché mi piace davvero molto come suona. Ma ho avuto anch’io un incubo simile! Quando abbiamo cominciato a Landsberg, questa piccola cittadina, c’erano molti fan di Johnny Cash. Ho avuto questo incubo che Johnny Cash era tornato a Landsberg — c’era stato durante la guerra, ma nel sogno c’era tornato — e tutti i miei amici megafan di Johnny Cash erano nelle prime file. D’improvviso dovevo suonare un assolo di chitarra per un pezzo di Johnny Cash e pensavo “Oh no, perché io?” e tutti mi guardavano e vedevo che i miei amici stavano pensando “Perché Markus deve essere sul palco con Johnny Cash e non noi?” Avevo la chitarra, Johnny Cash mi ha fatto un gesto per partire con l’assolo e tutte le note che suonavo erano completamente sbagliate, ogni singola nota. Un incubo terribile!

Ultima domanda: è difficile scoprire band tedesche in Italia e fuori dalla Germania in generale. Ci consigliate due o tre band tedesche in attività che dovremmo ascoltare?
Cico: Mi viene in mente questa band di Monaco, si chiamano Friends of Gas, sono molto attivi, e fanno musica perlopiù in tedesco. Fanno una specie di post-punk, musica molto fredda, molto energica. Molto speciale.

Markus: C’è anche un nostro amico a Monaco, un progetto solista, anche se a volte suona con altri musicisti. Si chiama LeRoy, ha fatto due dischi solisti fino ad ora e fa anche un sacco di edit elettronici di altre canzoni e molte altre cose, mi piace molto.

Grazie mille, è stato un vero piacere e buona fortuna per il nuovo disco! Spero che potremo vedervi presto di nuovo su un palco.
Cico: Speriamo presto!

Ascolta “Vertigo Days” ultimo disco dei Notwist:

Credit Foto: Johannes Maria Haslinger

 

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