ANY GIVEN FRIDAY
Ogni Maledetto Venerdì #25 (speciale Green Selection)

 
26 Febbraio 2021
 

È di nuovo venerdì e seguendo la traiettoria del volo di un moscone – dal ronzio più emozionante di tante cose sentite ultimamente – ho percepito l’esigenza, da parte dell’Universo, di sapere (anche) la mia sulle ultime pubblicazioni musicali del Belpaese; è per questo che, signore e signori, ho deciso di comunicare urbi et orbi il mio bollettino del giorno sulle nuove uscite del pop italiano. Sì, quel tragico, ribollente pentolone traboccante degli sguardi impietosi di chi dice che la musica nostrana fa schifo, di chi “parti Afterhours, finisci XFactor”, di “Iosonouncane meno male che esisti“, di “Niccolò Contessa ma quando ritorni”, di Vans, libri citati mai letti e film repostati mai visti che ogni venerdì rinfoltisce la sua schiera di capipopolo di cuori infranti con una nuova kermesse di offerte per tutti i gusti e i disgusti. Ecco, di questo calderone faccio parte come il sedano del soffritto, quindi non prendete come un j’accuse quello che avete letto finora: è solo un mea culpa consapevole ed autoironico – ridiamoci su! che una risata ci seppellirà, per fortuna, prima o poi – a preparare lo sfortunato lettore alla breve somma di vaneggi e presuntosi giudizi che darò qui di seguito, quando vi parlerò delle mie tre uscite preferite del weekend, e della mia delusione di questo venerdì. Sperando di non infastidire nessuno, o forse sì.

SPECIALE GREEN SELECTION

L’imminenza della kermesse sanremese spaventa i BIG e incoraggia gli emergenti, anche quando chiamarli emergenti – per alcuni di loro – sembra essere ormai restrittivo. Con buona pace degli amanti delle scatole chiuse, oggi vi racconto le uscite più interessanti del weekend, cresciute all’ombra di numeri ancora incapaci di suffragare, agli occhi e alle orecchie del popolo di Spotify, il coefficiente di qualità di un venerdì all’insegna delle speranze verdi per un futuro migliore; già, perché certi “emergenti” fanno un culo a stelle e strisce a tanti chiacchierati BIG che spesso non si dimostrano all’altezza delle corone d’alloro che il mercato pone sulle loro teste. Eccone la prova.

GERMANO’ e JESSE THE FACCIO, Sapiens

Mamma mia che pezzo che hanno tirato fuori Germanò e Jesse The Faccio, utile (oggi più che mai) a ricordare a tutti come si possa ancora scrivere, nell’era dell’ipersemplificazione da fast-food musicale, qualcosa che sia ancora tangibile e magico, continuando ad appartenere con semplicità a tutti. Sì, perché nella leggerezza immune alla superficialità di “Sapiens” emerge la chiara e urgente volontà di parlare ad un pubblico speciale, elevando il discorso generazionale a qualcosa di più allargato e capace di aprirsi ad una vera e propria riflessione a-temporale sul concetto di specie umana; nelle tenebre del momento più globalmente buio della storia recente, l’inedito duo ricorda all’homo sapiens le radici della propria umanità, affinché ciò che resta non vada perso nella distorsione sociologica della contemporaneità. Provate solo a immaginare, come cantano Germanò e Jesse, quale potrebbe essere il destino dell’uomo senza canzoni capaci di consumarci, come “Sapiens”, senza farsi consumare: nello slancio creativo e genuino dell’urgenza di riflessione antropologica del brano sta l’efficacia pop di un singolo che sfugge a definizioni, per liberare l’ascoltatore da risposte semplici alimentando un dubbio che, finalmente, torni ad essere evolutivo.

LAILA AL HABASH, Moquette (EP)

Laila Al Habash è uno dei punti deboli del mio indurito cuore di censore, e chi segue i bollettini del venerdì lo sa: la cantautrice di origini palestinesi è una delle mie fissazioni più irriducibili, capace di confermare ad ogni nuova uscita i confini in espansione dell’indefessa e mai delusa fiducia che, sin dagli esordi del progetto, ripongo nell’artista. Ecco, a peggiorare le cose (in termini di dipendenza da ascolto ossessivo) è sopraggiunto oggi a colpi di scrittura ispirata e produzione di gusto l’EP d’esordio di Laila per Undamento, che in “Moquette” conferma tutte le aspettative nutrite nei suoi confronti fin qui attraverso un percorso in cinque tappe capaci di mettere a nudo l’ispirazione di una penna ispirata, esaltata dagli arrangiamenti dell’ormai infallibile Niccolò Contessa e Stabber; nel mood in bilico tra elettronica, dancefloor e canzone d’autore di Laila trova spazio la sensazione di trovarci davanti ad una sinergia riuscita tra Maria Antonietta (e già il cuore s’invola), Levante, Margherita Vicario, Venerus e quella somma di nuove proposte che trova in cmqmartina (versione “Disco“), Elasi, Joan Thiele e la stessa Laila le principali rappresentanti di una rivoluzione tutta femminile che forse, finalmente, potrà portare il Belpaese un po’ più vicino alla contemporaneità estetica del mercato internazionale. Gran prodotto del vivaio nazionale, la nostra Laila, destinata a ricavarsi da qui in poi un meritatissimo posto tra i BIG. Pezzo preferito: “Paranoia”, ma anche “Soffice” non scherza.

CARDO, Quante volte che ho di te

È tornato Cardo, che a questo punto sembra più pronto che mai a consacrare la sua seconda fase solistica (dopo l’EP d’esordio uscito ormai due anni fa per Futura Dischi) con un nuovo traguardo discografico più corposo; dopo i quattro singoli pubblicati tra 2019 e 2020, il cantautore di scuola Dischi Rurali conferma la sua estetica cult con “Quante volte che ho di te”, riprendendo le sonorità già proposte in “Presto lo vedrai” e “Unità” e declinandole in una ballad ben scritta, capace di coniugare alla delicatezza poetica del testo (a certe nudità, Cardo ci ormai abituato) la struttura e il piglio perforante del tormentone. Che Cardo abbia i numeri per sfondare, insomma, lo sappiamo dai giorni dei Botanici; oggi, i tempi sembrano maturi per far capire al pubblico italiano che certe cose non passano mai di moda, e che nell’approccio rock’n’roll alla vita di Cardo si nasconde la tenerezza di un cuore cantautorale che, per urgenza e genuinità, merita di essere valorizzato e sostenuto nel suo processo di incessante evoluzione.

RIVIERE, Quando parlano di te

Riviere, invece, è un nome nuovo per la scena indipendente: spalle rese robuste da una preparazione autorale da far invidia ai veterani, capace di mettere già le cose in chiaro sin dal primo singolo d’esordio per Revubs Dischi. Riviere sceglie un vestito minimale, intimo e giusto a dar sfogo e risalto ad una condensazione poetica di contenuti altissimi espressi con la semplicità del bambino, mescolando amore ed esistenzialismo nel giro di viscere di un inno alle domande, che svincolano dalle pose e dalle posizioni e aprono alla crescita dell’individuo nell’esperienza dell’altro da sé (e del mistero irrisolvibile che ad essa si accompagna). Siamo monadi che si sfiorano, scambiandosi punti interrogativi che ci tengono vivi, nella ricerca di una risposta che – per una volta – possa essere liberatoria, senza rivelarsi gabbia definitoria e definitiva.

FOTOMOSSE, Come una festa

Ottimo ritorno per Fotomosse, che con “Come una festa” porta a galla l’anima più romantica e lirica di sé stesso obnubilata, in “Bene così”, dalla potenza ossessiva del tormentone (e non che questo fosse allora un limite, anzi): il cantautore mostra i denti per proteggere la tenerezza di un cuore dolcemente vulnerabile, esposto alle staffilate del destino ma incapace di arrendersi alla capitolazione di un amore che, a quanto pare, ha lasciato segni profondi di sé. La scrittura come terapia, dopotutto, sembra essere l’aspetto centrale di un progetto artistico che con “Come una festa” dimostra a sé stesso e al mondo di sapersi tenere in equilibrio fra cantautorato e mainstream senza scadere nella riproposizione ossessiva di stilemi riusciti, di dosaggi ormai abusati: nello sfumare del piglio più Itpop (che comunque trova ampio spazio anche tra le trame di “Come una festa”), l’ispirazione lirica di Fotomosse trova spazio per emergere, lasciandoci in attesa di altre conferme circa la versatilità di una proposta da tenere d’occhio.

BLUEM, Lunedì

Wow, che roba l’esordio della giovanissima cantautrice sarda Bluem, che in “Lunedì” supera tutte le barriere dello spazio-tempo proponendo un’alternativa valida alla lobotomia da venerdì discografico: ad inizio settimana, infatti, ascoltando il primo singolo dell’artista, ho subito pensato che alzare l’asticella raggiunta sarebbe stato difficile, arrivati al weekend. E così è stato, vien da dire più per merito di Bluem che per demerito della scena: “Lunedì” s’invola nell’aria come un peana rassegnato e lisergico, attraverso giochi di voci che ricordano certe sperimentazioni (che oltreoceano, oggi, sono più che normalità) utili a configurare la nostra cantautrice come un ibrido riuscito (anche se da mettere ancora totalmente a fuoco) tra Rosalìa, Enya, Billie Eilish e Joan Thiele, supportato da un’immaginario estetico che convince sin dalla copertina e da una scrittura pregna di belle immagini. Insomma, elettronica, folklore e canzone d’autore trovano una convergenza interessante nella religiosità quasi sacrale del nuovo singolo di Bluem, che nella germinalità dell’esordio fa già capire a tutta la scena e a noi consumatori incalliti che non ci libereremo presto di lei; certe cose vanno limate, certo, e alleggerite qua e là per non sfibrare l’ascolto, ma davanti abbiamo un diamante grezzo che aspetta solo di brillare.

AIGI’, Notte sul Pianeta Terra

Aigì, si vede e si sente, è all’esordio ma non è un esordiente: scrittura chiaramente influenzata da ascolti autorali (su tutti, emerge una certa atmosfera battiatiana che ricorda brani come “Povera patria”, o “Aria di Rivoluzione”) e un piglio pop deciso a non porsi confini linguistici ed estetici paiono essere gli ingredienti principali di un brano come “Notte sul Pianeta Terra”, capace di cantare la contemporaneità senza precludersi uno sguardo sul futuro. L’uso dell’autotune (per una volta intelligentemente espressivo) valorizza l’attualità di un inno alla riflessione, che lancia il cantautore calabrese fra i nuovi nomi da seguire in questo già denso 2021.

SPERA, Cobain

Gajardo il singolo d’esordio di Spera, capace di risvegliare nell’ascoltatore quella vena sopita di distruzione rock’n’roll che da tempo mancava ai nostri venerdì musicali. Certo, il titolo del brano già in qualche modo preannunciava il piglio eversivo di un brano che rispolvera (finalmente!) le chitarre elettriche per dar vita ad un wall of sound sporco e grezzo nel modo giusto, come piace a noi figli del rock: il testo è un incontro tra Vasco, Achille Lauro e un certo tipo di scrittura più indipendente che a tratti, per genuinità caustica e irriverenza sorniona, ricorda il Bugo ispiratissimo degli esordi. “Cobain” fa bene all’entusiasmo, senza privare il fruitore medio della sensazione che, sotto le distorsioni ostinate dei powerchord di Spera, si celi un’anima poetica e fortemente intimista che farà parlare di sé.

GRACE N KAOS, Addio

Doppia release per Grace N Kaos, che per evitarsi rimorsi e tagli da necessità radiofonica decidono di pubblicare il loro ultimo singolo “Addio” sia nella versione estesa che “compressa” nei tre minuti e mezzo da playlist. C’è qualcosa della scena pop melodica nostrana dei primi anni Dieci in “Addio”, a dar forza ad un testo ben scritto e valorizzato dal calore espressivo di un timbro caldo e mai impreciso, che nelle sue volute più spinte ricorda la vocalità da Danilo Sacco de I Nomadi ancora ispirati (quelli, per intenderci, che non erano già diventati la cover band di sé stessi); il brano è una lettera, appunto, di addio dolcissima, che sembra voler sostenere la speranza che morire serva sempre per rinascere. Ottimo ritorno.

SOLO, Don’t shoot the piano player

Bel tuffo nel passato (che non smette di guardare al futuro) per SOLO, che dopo le sperimentazioni elettroniche dell’ultima release mostra al mondo discografico l’estrema versatilità di un progetto che trova nella competenza storiografica oltreché tecnica la propria forza espressiva. Contro il movimento centrifugo e annacquante delle produzioni contemporanee, SOLO propone un ritorno evolutivo alle radici, recuperando sonorità psichedeliche di fine anni Sessanta tipiche della scena brit storica (con chiari riferimenti, nell’intenzione della voce come nella strutturazione del materiale melodico, ai Beatles e ai primi Pink Floyd di “Piper at the Gates of Dawn”) ammiccando a quell’instabilità magmatica e creativa alla “Pet Sounds” dei Beach Boys. Insomma, un melpot deliziosamente retrò che slancia SOLO verso il futuro, interrogando l’ascoltatore circa le future declinazioni di un progetto multiforme, per una volta privo di quella smania di “successo” che ha reso negli ultimi anni la musica pop sempre più popolana e sempre meno popolare. Che non sia propria questa, la chiave giusta?

 

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