ANY GIVEN FRIDAY
Ogni Maledetto Venerdì #27

 
19 Marzo 2021
 

È di nuovo venerdì e seguendo la traiettoria del volo di un moscone – dal ronzio più emozionante di tante cose sentite ultimamente – ho percepito l’esigenza, da parte dell’Universo, di sapere (anche) la mia sulle ultime pubblicazioni musicali del Belpaese; è per questo che, signore e signori, ho deciso di comunicare urbi et orbi il mio bollettino del giorno sulle nuove uscite del pop italiano. Sì, quel tragico, ribollente pentolone traboccante degli sguardi impietosi di chi dice che la musica nostrana fa schifo, di chi “parti Afterhours, finisci XFactor”, di “Iosonouncane meno male che esisti“, di “Niccolò Contessa ma quando ritorni”, di Vans, libri citati mai letti e film repostati mai visti che ogni venerdì rinfoltisce la sua schiera di capipopolo di cuori infranti con una nuova kermesse di offerte per tutti i gusti e i disgusti. Ecco, di questo calderone faccio parte come il sedano del soffritto, quindi non prendete come un j’accuse quello che avete letto finora: è solo un mea culpa consapevole ed autoironico – ridiamoci su! che una risata ci seppellirà, per fortuna, prima o poi – a preparare lo sfortunato lettore alla breve somma di vaneggi e presuntosi giudizi che darò qui di seguito, quando vi parlerò delle mie tre uscite preferite del weekend, e della mia delusione di questo venerdì. Sperando di non infastidire nessuno, o forse sì.

TOP


BIANCO
Come se

Bianco è veramente forte e la cosa triste è che nel 2021 ci sia ancora bisogno di qualcuno che lo dice, come il bastardo che sta scrivendo questo bollettino in uno dei venerdì più qualitativamente sgonfi del nuovo anno (effetto centrifuga sanremese?). Bastano all’incirca trenta secondi per convincere chiunque che, in Italia, oggi, c’è davvero poco di meglio: Bianco si chiama per nome (“Io”) e reclama il possesso di una scena che gli appartiene, attraverso un inno all’auto-riflessione che procede attraverso un brain-storming di immagini catartiche (e a tratti dolcemente lisergiche) che ricordano un po’ Bersani, ma anche no. Mi ero ripromesso, e cercherò come possibile di rispettare la parola datami, di non azzardare più mortificanti accostamenti – che si rivelano tali non tanto per i riferimenti addotti, ma perché riferire qualcosa a qualcos’altro, il più delle volte, è limitarne la dignità d’esistenza e di autonomia – per artisti che dimostrano di aver interiorizzato creativamente la tradizione, rimpastandola e amalgamandola in qualcosa di nuovo che, tra una decina di anni, ci farà parlare di qualche giovanissima stella del nuovo cantautorato accostandola a Bianco (o forse no, se avremo imparato la lezione); oggi, il cantautore torinese è già per me parte integrante di una “nuova tradizione” che ogni giorno si aggiorna di (pochi) nuovi disobbedienti alla legge del branco, che ancora credono sia possibile insegnare alle pecore come cantare con consapevolezza, mentre intorno a loro il gregge continua a belare in coro le stesse canzoni di merda. Che ve devo dì, il bollettino acido è il mio e ne faccio quel che mi pare. Sì, dico anche le parolacce!


ACHILLE LAURO
Marilù

Achille è stato tra le vittime sacrificali del bollettino di quale settimana fa, quando con “Solo noi” aveva riproposto al pubblico – forse sentendo l’odore di Sanremo 2021 – il solito remix e retext dei suoi grandi successi “Rolls Royce” e “Me ne frego” senza tema alcuna (o almeno così sembrava) di sembrare ormai un po’ retorico e annacquato, nel naufragio di questo suo preteso punk’n’roll estetico e puramente formale che aiuta certamente a vendere la sua immagine di ribelle in perenne rivoluzione, un po’ meno la sua musica. Insomma, pare che l’istrione romano più amato dalle famiglie italiane abbia ascoltato le nostre sommesse preghiere (che ogni venerdì si mescolano, senza timore di blasfemie, a bestemmie più o meno musicali) e abbia raccolto le esequie da bucolico showman per tornare a casa, in un terreno natìo – quella della canzone all’italiana, con malcelata verve cantautorale – in cui Lauro fin qui non aveva mai posseduto cittadinanza, aprendo una nuova fase della trasformazione del performer (perché sì, “ormai tutto è performance!”, compresi noi pennivendoli da quattro soldi che ogni venerdì diamo spettacolo arrabattandoci su quelle quattro o cinque briciole di musica leggerissimissima – quasi trasparente – che ci vengono concesse dal mercato per scrivere recensioni che il più delle volte hanno un valore artistico superiore a quello dei brani, solo per fingere di non trovarci davanti ad una delle più grandi crisi di contenuti che la storia dell’espressione artistica abbia mai vissuto; offtopic? Ni): “Marilù’” sa di borgata e sere d’estate, mentre Venditti in sottofondo prova a suonare qualcosa di suo disturbato da una chitarra che ossessivamente ammicca oltreoceano con quell’arpeggino alla Red Hot che fa subito anni Duemila; il testo si concede un crescendo narrativo che finisce con l’immagine di una Marilù abbandonata a gestire una natività solitaria che “Maria Vergine, spostate”, aiutando però il pubblico italiano a credere che Lauro sia risorto dalla sua croce di spine’n’roll, abbandonando (o almeno, si spera) il sudario – ormai un po’ troppo sudato e logoro – del rocker per vestirsi di un nuovo pop, che di nuovo ha poco ma di pop ha molto. Recensione positiva o negativa? Per distribuzione di spazi, dico positiva.



CMQMARTINA
Se mi pieghi non mi spezzi

Martina per me è un terreno scomodo su cui muovermi e scrivere, per diversi motivi. In primis, perché ho imparato a volerle bene nel corso degli ultimi due anni, da quando con “Lasciami andare” aveva mostrato al pubblico italiano che si potesse far muovere i culetti di tutti senza abbassare la pretesa verso un contenuto che fosse reale ed urgente (insomma, se quel pezzo ha girato non è solo perché nel ritornello c’è nascosto uno dei claim più riusciti di sempre come #alzastacazzodiradio, ma perché cela l’urgenza della confessione e della rinascita di una generazione di martiri e supereroi, che sa ritrovarsi solo nel rumore anestetizzante del dancefloor) fino al suo exploit ad X-Factor, che le ha permesso di bruciare tappe importanti verso l’esposizione mediatica che merita e che le auguro di riuscire a gestire come deve – con consapevolezza ed identità. In secundis (si dice così? Le mie reminiscenze liceali dicono di sì), perché cmqmartina si sta sempre più involando verso un terreno d’ascolto che non mi appartiene, ma che non per questo non si lascia apprezzare: in “Se mi pieghi non mi spezzi” c’è l’attenzione al particolare che distingue il dilettante dal professionista, lanciando ufficialmente il nome di Martina tra quelli da seguire per i prossimi dieci anni, e il giusto mix di cose che ti fa dire “oh“. Dietro c’è una struttura solida, è vero, e la mano di Zanotti in fase di produzione si dimostra pari a quella di Re Mida, ma la merda (oggi sono carico!) non si trasforma – quasi – mai in cioccolato. Se Martina funziona e continua a sganciare conferme, è perché sa farsi funzionare e ha capito che esiste un pubblico reale ed organico pronto a cercare un biglietto per un suo concerto (quando sarà) con la stessa foga che animava il piccolo Charlie del celebre romanzo di Roald Dahl: dentro la Fabbrica di Cioccolato, Martina ormai c’è già da un po’, e a pieno titolo; ora, dobbiamo solo confidare nel buon senso e nel coraggio di un’artista giovanissima quanto intelligente, nella speranza di non vederla impacchettata in confezioni 2×1 di musica ad alta digeribilità. Ma lei, a quanto dice, anche se la pieghi non la spezzi. E questo non può che essere incoraggiante. Almeno quanto vederla tra i BIG a distanza di poco più di un anno dalla sua prima comparsa nel mio presuntuoso bollettino del venerdì.

FLOP

Oggi non mi sono indignato più di tanto (o forse ho solo abbassato le aspettative?). Nessuno da scannare. Amen, sarà per la prossima. O speriamo di no, dai.

SEZIONE VIVAIO

Di fronte al nuovo che avanza ritrarci non è più possibile, se non assumendocene le pesanti responsabilità generazionali; ecco perché abbiamo bisogno oggi di dedicarci ai polmoni di domani, che hanno bisogno di ossigeno e di speranza. Nasce per questo la “Sezione Vivaio”, con le nostre segnalazioni dei più interessanti emergenti di giornata: solo i migliori fiori che la gioventù, come direbbe Fossati, fa ancora crescere per le strade.

ZERELLA, All’una con te

Ciao Ciro, so che stai leggendo, volevo dirti che sei mancato e non solo a me. Sei mancato a chiunque in questi anni abbia sofferto la depressione contenutistica di una scena sempre più narcisa ed impegnata a specchiarsi, da brava allodola, in playlist sempre più vuote, meschine e capaci di dare espressione solo a ciò che la musica non dice perché incapace di farlo; Zerella, che agli specchi ha sempre preferito i pezzi di vetro, torna dopo due anni (o quasi) di assenza con l’impeto del fachiro, passeggiando sui cocci di una contemporaneità che ferisce chi ancora ha il coraggio della consapevolezza. In mezzo a colleghi che piangono a comando per amori immaginari, Ciro asciuga le lacrime e per amore verso la propria onestà intellettuale incide nella carne di tutti l’orario giusto di un brano che sa di appuntamento con qualcosa di più vero e concreto di tutti gli stream che potrà mai ottenere. Anche se superassero, come gli auguro, il milione. Ciro è oltre i numeri, e per questo è impossibile contarlo nella medesima lista di chi fa musica con la testa, mai col cuore: c’è ancora, per dirla alla Bertoli, chi ama masturbarsi per il gusto e non per calibrare i dosaggi giusti degli esperti su canzoni che nemmeno l’accanimento terapeutico potrebbe illudersi di salvare dall’oblio – playlist, o non playlist.

BOETTI, Loreto

Alla mezzanotte di ieri sera, sono stato preda di attacchi compulsivi strani. Stavo ascoltando il nuovo singolo di Boetti, e non so come mi sono trovato assalito da quella strana voglia di scendere per strada e distruggere lampioni. Con la mazza da baseball. Poi ho capito che, data la zona rossa bolognese, farlo sarebbe stato impossibile (il mio dovere civico-sanitario resiste anche alla mia fame di distruzione) e quindi ho ripiegato su una recensione che da sola non varrà mai la rabbia genuina che i Boetti riescono a far traspirare da ogni loro brano, contagiando l’ascoltatore; con verve futuristica, avrei potuto scrivere, nel tentativo di rievocare quella sensazione di “primigeno scatenamento”, una serie di accostamenti gutturali di consonanti e onomotopee varie, ma non mi avrebbe reso (e non avrebbe restituito a voi) quella genuinità di cui sopra parlavo. Quindi, fatevi un favore: ascoltate “Loreto”, compratevi una mazza da baseball e cominciate a fare ciò che sentite di fare – ma in casa vostra. Io ho fatto così. Con buona pace di tutte le ceramiche di casa.

BLUMOSSO, Nordest

Simone fa tutto. Suona, fischia, canta, scrive , produce, arrangia; ma sopratutto, ad ogni nuova pubblicazione (letteraria o discografica che sia) convince, e lo fa combattendo la battaglia con l’ascoltatore sul terreno che più gli è congeniale, quello della canzone d’autore che non intende chiudersi nella nicchia preferendo all’aria mesta del loculo il respiro arioso del pop. In questo senso “Nordest” è il brano che ti aspetti da Blumosso, sì, ma che non smette per questo di stupire: le pretese artistiche non si sono abbassate, e l’asticella si alza in cerca di un perfezionamento espressivo che riscopre sé stesso nell’intenzione di un’orchestrazione più umana, sincera e lontana dal confezionamento di mercato; c’è la sporcizia rock’n’roll che ricorda a tutti che “fare musica” significa “rimanere umani”, sopratutto se si vuol cantare d’amore senza dar sfogo ai soliti pianti di facciata da Release Friday. Insomma, un ottimo ritorno che apre la strada alla pubblicazione di un trittico che farà parlare di lui, se ancora ce ne fosse bisogno.

GIOVANNI CARNAZZA, Come poche cose al mondo

Quello di Carnazza è un nome conosciuto dalla scena; l’attenzione guadagnata dall’artista romano attraverso la sua attività di producer non oscura l’impatto che la sua produzione solistica continua ad avere sull’ascoltatore ad ogni nuova uscita: l’eleganza di un cantato minimale permette alla poetica di Giovanni di esprimere al meglio la densità di contenuto che ogni suo nuovo exploit offre ad un mercato abituato a digerire, come un Crono insaziabile, i tributi dei suoi figli sempre più impauriti dalla paura di scomparire; “Come poche cose al mondo” è il masso che affonda nel ventre della balena, chiedendo a gran voce un secondo e poi un terzo ascolto per poter essere compreso. Carnazza ha il suo stile e, che piaccia o no, continua a dimostrare di avere la coerenza estetica necessaria per non rendere il suo profilo artista Spotify un catalogo di inutili esercizi di stile, buoni solo a far sventolare bandiere che ad ogni pubblicazione cambiano colore e direzione.

FEDERICO FABI, Il raffreddore è bello perché me l’hai attaccato tu

Mi piace molto questo nuovo Federico Fabi, che di nuovo (rispetto al suo esordio da solista, ormai qualche anno fa) ha ben poco ma il giusto ad attirare su di lui le attenzioni anche dell’ascoltatore più ritroso. Il nuovo singolo della penna romana è un essere bicefalo che convince più nelle strofe (per lirismo e scrittura) che nel ritornello (anche se l’inciso, va detto, spacca di brutto), ma che riesce comunque a tenerti incollato al player di turno senza farti smettere di domandare a te stesso, ad ogni nuova immagina poetica proposta, dove il cantautore vorrà andare a parare. Alla fine, Fabi non va a parare da nessuna parte, almeno non in modo deciso: come per “Al Dente”, anche “Il raffreddore è bello perché me l’hai attaccato tu” (titolo che già di per sé riecheggia un certo gusto surrealista che non dispiace affatto) lascia aperto un discorso che troverà conferme circa la sua bontà nel giro delle prossime uscite. Fin qui, di certo, Fabi ha fatto salire in tutti la giusta voglia di ascoltarlo ancora, preferendo suscitare domande che facili risposte.

VINNIE JONEZ BAND, Il dilemma del Delay Lama (album)

La Vinnie Jonez Band ripesca Lenny Kravitz e lo combina con la voce di Pau dei Negrita, ammiccando alle ritmiche dei primi Red Hot Chili Peppers e ai Verdena più grunge; pochi riferimenti, più o meno giusti, per ricordare a tutti che il rock’n’roll resiste ancora grazie a dischi come “Il Dilemma del Delay Lama”, che solo a leggere il titolo convince tutti sulla sfrontata attitudine della band. Nove tracce infuocate che riducono in cenere tutti i consigli del mercato facendo musica per necessità ed urgenza, più che per speculazione di mercato. Niente di estremamente nuovo, è vero, ma che porta con sé la gioia sincera del suonare insieme, solo per il gusto di farlo.

 

 

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