ANY GIVEN FRIDAY
Ogni Maledetto Venerdì #28 (Speciale Green Selection)

 
26 Marzo 2021
 

È di nuovo venerdì e seguendo la traiettoria del volo di un moscone – dal ronzio più emozionante di tante cose sentite ultimamente – ho percepito l’esigenza, da parte dell’Universo, di sapere (anche) la mia sulle ultime pubblicazioni musicali del Belpaese; è per questo che, signore e signori, ho deciso di comunicare urbi et orbi il mio bollettino del giorno sulle nuove uscite del pop italiano. Sì, quel tragico, ribollente pentolone traboccante degli sguardi impietosi di chi dice che la musica nostrana fa schifo, di chi “parti Afterhours, finisci XFactor”, di “Iosonouncane meno male che esisti“, di “Niccolò Contessa ma quando ritorni”, di Vans, libri citati mai letti e film repostati mai visti che ogni venerdì rinfoltisce la sua schiera di capipopolo di cuori infranti con una nuova kermesse di offerte per tutti i gusti e i disgusti. Ecco, di questo calderone faccio parte come il sedano del soffritto, quindi non prendete come un j’accuse quello che avete letto finora: è solo un mea culpa consapevole ed autoironico – ridiamoci su! che una risata ci seppellirà, per fortuna, prima o poi – a preparare lo sfortunato lettore alla breve somma di vaneggi e presuntosi giudizi che darò qui di seguito, quando vi parlerò delle mie tre uscite preferite del weekend, e della mia delusione di questo venerdì. Sperando di non infastidire nessuno, o forse sì.

SPECIALE GREEN SELECTION

MESA, Animale

Mèsa, ormai lo saprà chi segue il bollettino del venerdì, è uno dei miei pallini fissi. La cantautrice scuola Bomba Dischi aveva fatto capolino qualche settimana tra i nomi dei BIG, e la sua presenza oggi nel vivaio non deve far pensare ad una retrocessione; anzi, se è qui è perché, nonostante l’insufficienza numerica di proposte “affermate” (che brutto modo, questo, per parlare di musica: me lo dico da solo), non mi andava proprio di lasciarla fuori dai miei consigli musicali per il vostro pandemico venerdì. Sono onesto, e dico che “Animale” non mi ha forse convinto come i lavori precedenti, seppur la fattura rimanga ottima: un po’ troppo simile a Levante, e ad una serie di cose altrui che nascondo la luminosità identitaria di Mèsa. Ma poco importa: rimane una delle pubblicazioni più riuscite del weekend. Però ‘arridatece Mèsa, che la preferiamo al naturale, quando non assomiglia a nessuno se non a se stessa.

DAVIDE AMATI, Lenzuola

Davide Amati è uno che di certo non ha problemi a fare le cose come piaccono a lui. Sì, oggi come oggi è un dato che va sottolineato, perché ciò che dovrebbe essere la “conditio sine qua non” di ogni impresa creativa è diventato un valore aggiunto che di rado si può constatare nelle produzioni emergenti che affastellano la scena del venerdì. Invece Davide fa ciò che gli piace (e gli piacciono un sacco i cantautori, e sopratutto Battisti, Graziani e, tra i nuovi alfieri della musica d’autore, sicuramente Giorgio Poi) ed è per questo che piace. L’urgenza genera sincerità, la sincerità diventa autentica quando incontra una tecnica capace di sostenerne la necessità di espressione; ciò che è autentico, oggi, è ciò che manca. Per sillogismo aristotelico, ascoltare Amati potrebbe essere una buona soluzione alla depressione e al vuoto cosmico di quest’altro maledetto venerdì.

FRAMBO, Tour Effeil

Frambo (per gli amici Frambetto) è mio figlio. No, non è vero ma potrebbe esserlo. Se lo fosse, ne sarei orgoglioso. Citare mezza scuola d’autore dopo i primi dieci secondi del pezzo fa arrossire le sbarbine e anche i barbosi – come me. Anche perché, nell’aggiornamento necessario che la nuova critica deve perseguire in merito ai propri strumenti di comprensione musicale, quella che fa Frambo è davvero musica d’autore 2.0; Frambo scrive, suona, fischia e canta (la tentazione era troppo forte) e nei due singoli fin qui pubblicati dimostra di avere identità da vendere nonostante la giovane, giovanissima età. Ora per testa all’esame di maturità. In bocca al lupo!

IMMUNE, Origami (album)

Immune è uno dei miei cantautori preferiti, e lui lo sa. Gliel’ho detto diverse volte, e diverse volte ne ho scritto nei miei bollettini. Un talento, con due spalle larghe così e utili a sorreggere su di sé le frustrazioni di una vita di sudate e porte chiuse, perché oggi fare musica è un lusso che è per pochi – nonostante, oramai, chiunque creda di poter fare musica. Immune non si è mai fermato, e dopo una gestazione durata diciotto mesi ha partorito il suo primo figlio, tenuto per mano da Revubs Dischi. Dieci doglie che si trasformano in risate e pianti liberatori sin dal primo ascolto di “Origami”, un disco che ti piega e ti lascia prendere il volo – senza farti dimenticare l’importanza di tenere i piedi per terra, sempre. Ne parleremo nei prossimi giorni, in modo più approfondito, qui su IFB. Per ora, spizzatevelo e fatevi del bene.

A-LEX GATTI, Lost in your smile

A-lex Gatti, la passione per il rock’n’roll e questo mondo infame che stacca gli amplificatori alla creatività divergente in modo più o meno simile a quando le vecchie di paese (ciao, dolci vecchine paesane che leggete IFB!) si bardano di tutto punto con manganelli e dentiere per staccare la corrente alle feste in piazza. A-lex, che di corrente ne ha da vendere facendo concorrenza all’Enel, continua comunque a cantare come piace a lui, a sfondare l’ipocrisia del mercato a colpi di riff e distorsione, a scrivere canzoni che, per una volta, ci permettono ancora di credere che un’alternativa sia possibile. “Lost in you smile” respira e fa respirare, rilassando le spalle di chi, ogni venerdì notte, è più attento a controllare le playlist editoriali che ad ascoltare ciò che realmente contengono.

CASPIO, Mai

Mica male il nuovo singolo di Caspio, che mette in chiaro le cose sin dai primi secondi del brano; sonorità elettroniche in linea con un certo gusto alla Cosmo che si incupisce di tinte dark, più vicine ai Massive Attack e alla dance di gusto di inizio anni 2000 (sì, i 2000 hanno fatto anche cose buone) che alla scena italiana di oggi. La produzione è una chicca, che si permette il lusso intelligente di mescolare sintetizzatori e distorsioni senza cadere nel cliché del retorico e dell’abusato; alla base di tutto, però, c’è un testo che funziona e che ricorda ad ogni produttore di oggi che senza canzone non esiste hit. Sembra un dato banale e scontato, un’informazione ovvia e assodata; tristemente, non lo è.

GUIDOBALDI, Pontevecchio

Guidobaldi è un nome che non conoscevo, e che ora seguirò con attenzione. “Pontevecchio” racconta di una ex che parla un po’ con tutti male del povero Guido, mentre lui le manda un sacco di cartoline da posti diversi che però non bastano a sollevarlo dal naufragio della sua malinconia. Firenze è una canzone triste, diceva più o meno Ivan Graziani, e Guidobaldi gli fa il verso (in senso buono) con un pezzo che parte alla Canova e alla fine si trasforma (forse con entusiasmo un po’ troppo arrembante, seppur genuino) in una coda alla Joe Cocker. Non male, da seguire con attenzione.

STEFANELLI, La rota

Stefanelli, ciao. Sei tornato eh? Lo sentivo. Quando torna Stefanelli, nei giorni precedenti all’uscita, la mia percezione delle cose subisce delle trasformazioni strane: le pareti si stretchano, la vista si deforma e mi sento tutto preda di un delirio lisergico che annulla ogni possibilità di riferimento e di appiglio. E mi succede sempre. Diciamo che a ‘sto giro, il tutto è stato ancora più intenso, complice un brano, “La rota”, che dopotutto canta proprio di disorientamento e smarrimento dei punti cardinali; Stefanelli è uno che idealizza, ed io di certo condivido con lui tale ginnastica autolesionista: per esempio, non riesco più a non adorare tutto ciò che esce dalla sua testa. Idealizzazione o estrema lucidità critica? Non lo so. Ma “sto a rota” per Luca e mi va bene così.

SUDESTRADA, Nuove percezioni (Capitolo uno)

La prima recensione che ho scritto nella mia breve vita di improvvisato critico musicale è stata a riguardo di un disco dei Sudestrada (l’ultimo pubblicato, per l’esattezza). Quindi oggi, al loro ritorno, è stato un po’ come fare un salto nel recente passato, rendendomi conto di quanto io sia invecchiato – a differenza loro, che mantengono un ottimo smalto, e se possibile lo migliorano ad ogni nuova pubblicazione. “Nuove percezioni” è una follia lucidissima, che priva l’ascoltatore di ogni riferimento perché questo amano fare i ragazzi romagnoli, attraverso una proposta che obbliga al rifiuto del proprio etnocentrismo mediante una continua liturgia di suoni e gesti che si fanno sacri e quasi rituali, nell’approccio interculturale dei Sudestrada. Io la chiamo musica mediterranea, e subito mi vengono in mente maestri indiscussi del genere che sicuramente, oggi, guardano con orgoglio alla band di Cesena.

GRANATO, La camera di Viola

C’è qualcosa di tremendamente affascinante, nella musica del duo Granato. Echi di Decibel (sì, la parte di migliore di Enrico Ruggeri) e reminiscenze di Bluvertigo incontrano l’ascetismo del Battiato più sperimentale (e quindi, trent’anni, già avanti di trent’anni sulla contemporaneità): è un’alchimia riuscita, quella di “La camera di Viola”, che tra sonorità sospese e litanie abbacinanti riportano nel 2021 la new wave con la sicurezza dei naviganti esperti. Nessuna deriva emulativa, per i Granato: il duo, questo è certo, merita di trovare il vento in poppa necessario per prendere il largo.

MICO AGIRO’ feat. ANDREA TARTAGLIA, Le Canzoni Divertenti

Non credete al titolo. Non è affatto un pezzo divertente, quello di Agirò, anzi. Non fa ridere manco per il belino (che bello quando il dialetto soccorre, con classe, la tua naturale propensione alla volgarità), rivelandosi autopsia tragica quanto utile ad inquadrare la deriva di un mercato sempre più impegnato a vincolare i propri figli ad un’ostentata e fintissima risata, per nascondere il vuoto cosmico che alberga dentro chiunque oggi provi a fare musica. Sì, perché nell’era delle playlist e delle direttive creative, la libertà d’espressione è diventato un lusso di chi, agli occhi del capitale (BOOM!), appare soltanto come l’ennesimo martire del proprio idealismo. Agirò sembra averlo capito, e aver deciso di prendere posizione in merito; senza spostarsi di una virgola dal suo giardino di rose in cui crescono solo belle poesie, che sono scritte per esistere e non obbligatoriamente per essere divorate dalla bulimia insaziabile di un pubblico sempre più pesante, obeso e immobile. Ricordando a tutti che l’essenziale, come la bellezza, spesso è invisibile agli occhi di chi non sa più cercarlo.

CARAVELLE, Muro di Berlino

Parte subito con un ottimo piglio, il nuovo singolo di Caravelle: il muro di sintetizzatori che apre il brano abbatte ogni resistenza dell’ascoltatore, e fa cadere quel muro di Berlino che circonda e isola il cuore di tutti noi, anestetizzati musicali. “Muro di Berlino” è una canzone d’amore che sa di ferite che si riaprono per non dimenticare ciò che è stato; c’è tanta canzone d’autore, tra gli ascolti di Caravelle, in una salsa tremendamente fresca che ricorda l’ItPop più ispirato, con un certo retrogusto anni 2000 che fa risultare il tutto un tormentone da rotazione radiofonica. Il ritornello rimane in testa, e questo è un goal non da poco.

GABE, Afferrarsi

A cosa somiglia, Gabe? Vengono in mente tanti riferimenti, è vero, ma nessuno è utile a definire – circoscrivendola – la musica della giovane cantautrice; e questo, ovviamente, non può che essere un bene. La cifra stilistica sta nella metrica densa delle strofe, risultato di incastri funambolici tra parole scelte con cura, nella direzione di creare qualcosa che assomiglia ad una confessione a cuore aperto. Perde un po’ di spinta sul ritornello, ma nel complesso il brano respira e fa respirare, rilassando le spalle di noi brontoloni musicali.

RUDY SAITTA, Buenos Aires

Mi mancava viaggiare, mi mancava Rudy Saitta. Che serve aspettare la fine della pandemia, per riprendere in mano la possibilità di volare oltreoceano? Non è un viaggio di piacere, quello che stavolta Rudy propone. C’è mestizia, malinconia e anche un pizzico di preoccupante disagio utile ad arricchire “Buenos Aires” di multiplanari livelli di lettura; a chi vuole andare a fondo, Rudy offre una scorciatoia verso gli abissi travestita da sentiero fiorito. Per chi invece cerca la leggerezza del tormentone, “Buenos Aires” funziona lo stesso. Ma non state dietro alle parole: potreste scoprire una profondità che spaventa chi non ha le orecchie e il cuore forti.

HOFMANN ORCHESTRA, Tutti i nudi vengon al petting

Regà, mi è partita l’epilessia da rock’n’roll appena è partito il primo singolo di questi folli scatenati. Ma che è ‘sta cosa? Non ero pronto per la scarica elettrica di “Tutti i nudi vengon al petting” (che, diciamocelo: che titolo meraviglioso è?!), che ricorda un sacco di cose belle ma comunque lontane anni luce dalla contemporaneità italiana. Sia chiaro che è un complimento. Grazie a Dio, a Gibson e Fender. Gasano, tanto. Ora mi inietto della valeriana nel cervello per non rischiare ictus a catena.

Ascolta “Any Given Week” la playlist spotify firmata IndieForBunnies che raccoglie i brani ‘raccontati’ nelle ultime settimane in “Any Given Friday”:

 

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