GODSPEED YOU! BLACK EMPEROR
G_d’s Pee AT STATE’S END!

[ Constellation Records - 2021 ]
8.5
 
Genere: Post-Rock, Avantgarde Music
 
6 Aprile 2021
 

Non esiste alcuna democrazia, né libertà, né giustizia; i diversi governi hanno fallito, tutti, senza alcuna eccezione. Non solo, quindi, quelli che qui, in Occidente, amiamo definire stati canaglia, dittature militari, teocrazie assolutiste, regimi dispotici o autoritari, ma anche i nostri stessi parlamenti, le nostre istituzioni civili e militari, le nostre forze di polizia e tutto ciò che è connesso, direttamente o indirettamente, al sistema di potere/controllo dominante, compresi i vecchi ed i nuovi media. Sono tutti ugualmente responsabili del baratro nel quale il pianeta sta per cadere e adesso che il processo di auto-distruzione è irreversibile, non ci resta che prenderne atto ed attendere l’auspicabile fine. Anzi, nel frattempo, per rendere le cose ancora più veloci e favorire quella che sarà la nuova alba del mondo, i Godspeed You! Black Emperor dettano i punti di quella che è una sorta di agenda sociale, economica e politica:

  • svuotare le prigioni;
  • togliere ogni potere alla polizia, trasferendolo alle persone che vivono in quei quartieri marginali che, solitamente, i poliziotti amano brutalizzare e prendere di mira;
  • combattere i nuovi imperialismi e colonialismi, mettendo fine alle guerre decennali che essi alimentano e sovvenzionano – per i loro scopi – in diverse regioni del mondo;
  • fare in modo che nessuno possa più concentrare nelle proprie mani ingenti risorse e ricchezze.

Un messaggio, quello del collettivo canadese, che richiama un po’ la dichiarazione dei diritti di stampo clashiano, “Know Your Rights”, rendendola, però, più caustica ed estrema – soprattutto alla luce della angosciosa constatazione che non possiamo più salvarci, né essere salvati – e trasformandola in una sorta di proclama anarco-punk che non vuole fare aperture, né concedere alcuna speranza, a coloro che si sono compromessi.

Un disco che, di conseguenza, si sottrae a qualsiasi logica commerciale, radiofonica o di mercato, ponendosi, il più possibile, in antitesi col mondo dei social, con la rete globale, con le piattaforme di streaming audio, con le potenti ed influenti multinazionali e con le grandi reti di distribuzione e vendita. Quattro brani di musica introspettiva, claustrofobica e viscerale, che spostano i confini del post-rock verso sonorità di matrice sperimentale, noise, acida e d’avanguardia, inglobando anche elementi più etnici, provenienti dai luoghi e dagli scenari più marginalizzati, sfruttati e brutalizzati. Quattro brani che ampliano le nostre percezioni consuete, travolgendo tutto ciò che di artificiale, finto e malevolo abbiamo costruito dentro e fuori di noi, annientando ogni inutile e complessa sovrastruttura, nel nome di quella parte più selvaggia, indomita e istintiva esistente in ciascuno di noi: suo deve essere il controllo, sue debbono essere le scelte.

L’album è una sorta di ultimatum sonoro da parte di una band che è stata sempre coerente con le proprie idee: pochissime interviste, nessuna scorciatoia, zero spazio alla mondanità o alle apparenze, persino poche testimonianze fotografiche, ma una volontà precisa, concreta e determinata a rioccupare gli spazi perduti, verso i quali non sono più possibili dialoghi, accordi o compromessi, ma vi è l’urgenza – e nel disco si respira – di riappropriarsene in maniera veemente, immediata e vigorosa, perché il tempo a disposizione di questo mondo e dei suoi attuali governanti è agli sgoccioli.

Tempo che, invece, non viene risparmiato, ovviamente, alle loro divagazioni strumentali. I venti minuti d’apertura, “A Military Alphabet”, sono uno sfogo ossessivo ed agguerrito, uno scatto d’orgoglio pervaso da atmosfere lisergiche, persuasive, psichedeliche e noise rock, concepite per sintonizzarsi sia con la parte più razionale, che con quella più emotiva, delle nostre personalità. Suoni che possono apparire sinistri e drammatici, intervallati da rumori naturali, rumori metropolitani, voci ultraterrene, emarginate e dolenti, in modo da evocare un senso di smarrimento ed abbandono che si trasforma nella miccia da cui prende origine l’incendio finale, un incendio che riduce in cenere le nostre città, la nostra ostentata tecnologia, la nostra futile superiorità, gli oscuri, vacui ed ostili fantasmi di “Government Came”.

Intanto le campane annunciano il nuovo giorno, le nostre anime si espandono negli spazi lasciati finalmente liberi, muovendosi tra sonorità rarefatte e post-moderne, seducenti e profonde, verso un redivivo e ritrovato orizzonte post-rock. “Our Side Has To Win” è la vera terra promessa, il punto d’arrivo di quest’album concettuale e tormentato, la nuova possibilità data all’umanità di ricostruire una società, una politica, una famiglia, una scuola, delle istituzioni, un’economia, delle interazioni, un mondo del lavoro che non abbiano più nulla a che vedere con quello che abbiamo fatto finora, con i limiti e le barriere ideologiche attorno alle quali ci siamo soffocati, in modo da rendere, finalmente, reali, attuali e concrete le visioni lennoniane di “Imagine”.

Tracklist
1. A Military Alphabet (five eyes all blind) (4521.0kHz 6730.0kHz 4109.09kHz) / Job’s Lament / First of the Last Glaciers / where we break how we shine (ROCKETS FOR MARY)
2. Fire at Static Valley
3. “GOVERNMENT CAME” (9980.0kHz 3617.1kHz 4521.0 kHz) / Cliffs Gaze / cliffs’ gaze at empty waters’ rise / ASHES TO SEA or NEARER TO THEE
4. OUR SIDE HAS TO WIN (for D.H.) 06:30
 
 

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