ANY GIVEN FRIDAY
Ogni Maledetto Venerdì #30

 
9 Aprile 2021
 

È di nuovo venerdì e seguendo la traiettoria del volo di un moscone – dal ronzio più emozionante di tante cose sentite ultimamente – ho percepito l’esigenza, da parte dell’Universo, di sapere (anche) la mia sulle ultime pubblicazioni musicali del Belpaese; è per questo che, signore e signori, ho deciso di comunicare urbi et orbi il mio bollettino del giorno sulle nuove uscite del pop italiano. Sì, quel tragico, ribollente pentolone traboccante degli sguardi impietosi di chi dice che la musica nostrana fa schifo, di chi “parti Afterhours, finisci XFactor”, di “Iosonouncane meno male che esisti“, di “Niccolò Contessa ma quando ritorni”, di Vans, libri citati mai letti e film repostati mai visti che ogni venerdì rinfoltisce la sua schiera di capipopolo di cuori infranti con una nuova kermesse di offerte per tutti i gusti e i disgusti. Ecco, di questo calderone faccio parte come il sedano del soffritto, quindi non prendete come un j’accuse quello che avete letto finora: è solo un mea culpa consapevole ed autoironico – ridiamoci su! che una risata ci seppellirà, per fortuna, prima o poi – a preparare lo sfortunato lettore alla breve somma di vaneggi e presuntosi giudizi che darò qui di seguito, quando vi parlerò delle mie tre uscite preferite del weekend, e della mia delusione di questo venerdì. Sperando di non infastidire nessuno, o forse sì.

TOP


GOLDEN YEARS, LAILA AL HABASH
Sale

Metti insieme Golden Years e Laila Al Habash, trovi me felice che saltello di venerdì notte sentendomi come una vera fangirl pronta a strapparsi i capelli (che non ho) per un po’ di musica bella. Ecco, questo è il primo pensiero soggiunto ieri ascoltando “Sale”, duetto che – in virtù di omonimie nel titolo? O perché il nome di Mina viene esplicitamente inserito nel testo? – riporta la mente ad “Acqua e Sale” e a tante belle cose che succedevano in un passato che, fino a qualche mese fa, sembrava lontanissimo e che oggi si sta avvicinando con passi di gigante ad essere riscoperto e rimpastato a sonorità più elettroniche, certo, che però non smorzano l’aspetto deliziosamente morbido e deciso degli originali Sessanta. Sì, perché me li immagino così, gli anni Sessanta, attraverso la proiezione onirica di una ragazza pin-up che, dalla sua copertina patinata, respira l’odore del Sessantotto e cerca di togliersi di dosso i detriti di una rivoluzione passata – quanto miseramente fallita, e già in odore di sfruttamento capitalistico – per proiettarsi nel futuro, vestendo i panni dell’eroina glamour e riscoprendo la natura popolare di una poesia semplice, sì, e decisa a non sedersi più su scritture afasiche che, più che autorali, paiono decisamente pubblicitarie (W le canzoni, M gli slogan). Questo è quello che serve, oggi: smettere di fingere che tutto vada bene, dimenticare un boom economico che non abbiamo mai vissuto e sottrarsi al giogo del mercato (se mai fosse possibile, e sulla cosa ho i miei rancorosissimi dubbi) per tornare a fare qualcosa che, oltre ad essere vero, sia anche bello. L’ordine degli addendi, qui, è fondamentale: perché con questa stronzata della “verità” a tutti i costi, della “nudità” e del “va bene tutto, basta che hai una scheda audio per registrarti e che c’hai le good vibes, broh” si è cancellata con un colpo di spugna la memoria della natura linguistica e tecnica della musica, che per essere “parlata” necessita di conoscenza, studio e gusto. Tutte cose, queste, che si affinano con l’impegno e la volontà di non fermarsi al bignamino compresso del producer improvvisato, che domani, ahimè, continuerà ad essere primo su Scuola Indie di Spotify, in barba al mio moralismo da quattro soldi e al mio ottimismo esagerato. Ma io mi ascolto “Sale”, e non ci penso su.


FRANCO 126
Che senso ha

Allora, che dire, Franco 126, se non – appunto – “ma chi l’avrebbe mai detto”? Chi l’avrebbe mai detto, una manciata di anni fa, che lo sbarbatellissimo rapper romano avrebbe pian piano assestato il suo terreno di inferenza nel campo storicamente ben arato (quanto ormai fin troppo intensivamente sfruttato) della canzone d’autore, senza per questo perdere il suo piglio street? Certo, street inteso in senso un po’ diverso da quanto fanno, ad esempio, gli amici Ketama o Borghetti, più vicino al pop di Carlo Coraggio ma arricchito di una sensazione di ricerca autorale che ti fa riscoprire, ad esempio, quanto fosse street il grande Franco Califano (forse, il più street di tutti). Sì, perché ascoltando l’ultimo singolo di Franco – complice, anche qui, l’omonimia? chissà – non ho fatto altro che pensare a “La mia libertà”, il capolavoro di Califano del 1981 che, quarant’anni dopo, torna a respirare (e far respirare) le strade di Roma nella prosa poetica (e sempre più melodicamente convincente) di “Che senso ha”, lasciando che il nostro Franchino (no, qui l’omonimia con il Franchino a cui pensate voi non c’entra nulla) appaia sempre più simile e vicino all’ideale del bohémien scapigliato che all’icona moderna e tutta glitterata del rapper di oggi. C’è sentimento, c’è la romantica (ma mica melensa) sfacciataggine romanesca, c’è l’odore dei sampietrini che sudano al sole per le vie deserte di una Città Eterna che chiede a gran voce di essere ripopolata e vissuta; c’è soprattutto tanto Franco 126, seppur sbrodolando un po’ sul finale, complice una struttura scelta per non incastrarsi a tutti i costi nei tempi della discografia. Date un occhiata alle durate dei singoli proposti oggi; forse, stiamo finalmente sfondando il time-limiter fissato qualche anno fa a tre minuti di durata massima? Che non sia l’anticamera, questa, di una nuova ricerca di contenuti, incapace di trovare spazio nella compressione radiofonica dei centottanta secondi da playlist?


SELTON, MARGHERITA VICARIO
Karma Sutra

I Selton e Margherita Vicario mettono in musica la “conversazione tipo” di me con tutte le mie ex, o meglio, rendono accettabile il ricordo di ciò che è dolorosamente stato attraverso la fotografia (che, come direbbe la Sontag, è sempre dolore a metà) impeccabile quanto impietosa del nostro insanabile e irriducibile individualismo narcisista. Al di là della bellezza delle parti melodiche, che attraverso il gusto brasileiro dei Selton combinano Joao Gilberto e Jobim a Calcutta, le vere chicche sono le parti parlate (anche qui, in pieno stile sixties) che contrappuntano con sardonica e caustica ironia il cantato lirico di chi, alla ricerca di una scusa, cerca parole giuste per confezionare un addio. Il gioco recitativo arricchisce il senso del tutto, attraverso una presenza vocale che, a maggior ragione oggi, dimostra che non basta la buona volontà per fare arte ma anche un pizzico di allineamento astrale, tanto impegno e una continua vocazione al gioco quanto allo studio. Sì, oggi mi sento un vero professore infelice del liceo.

FLOP


MOTTA
E poi finisco per amarti

Prima di scrivere questo flop (la mia accidia vi era mancata, ‘nevvero? pusillanimi bastardi!), ho contato fino a dieci. Per almeno mille volte. Ci ho dormito su, ho fatto incubi in cui Motta saltellava sul mio letto cantando un brano anche un po’ troppo forzatamente melodico, in un modo che sì, sembrava anche quasi intonato ma qualcosa di “storto” si avvertiva, al ritmo di una marcetta da banda di paese che a colpi di fanfara sembrava annunciare il ritorno della squadra locale di majorette piuttosto che una qualsivoglia nuova ispirazione autorale di Francesco; un incubo tremendo, che in effetti rassomigliava molto all’ultimo singolo del cantautore toscano, “E poi finisco per amarti”, che stamattina ho riascoltato tra i fumi tossici del mio sonno acido per convincermi, una volta per tutte, a scriverne qualcosa. Sì, perché effettivamente è solo “qualcosa” ciò che può essere detto sulla nuova fase compositivo/esistenziale di Motta, che fin qui appare fin troppo lontana da una sua nuova ridefinizione quanto piuttosto impigliata nella rete pericolosa di un brano neutro, che parla d’amore senza troppa emozione e alla lunga, nel suo costante rilanciarsi sulla spinta di una sezione percussiva che pare davvero strappata agli esercizi giovanili di un ancora inesperto Giuseppe Verdi (e qui, non volendo, mi sento di aver fatto un inopportuno sgarbo al Maestro di Busseto) e che tuttavia non riesce a ridurre – anzi, semmai, incoraggia – la sensazione di trovarci di fronte a qualcosa di immobile, ai limiti dell’inespressivo: nella texture ritmica bandistica di “E poi finisco per amarti” le parole perdono la capacità tutta mottiana di farsi colpi di fucile, preferendo piuttosto sedersi su immagini che, diciamoci la verità, fossero state pensate da un nome meno altisonante si sarebbero perse tra le anse sinuose del Grande Fiume Spotify. Si avverte, di certo, la necessità di Motta di distaccarsi da ciò che fin qui ci aveva abituato a cercare in lui, e trovo che ciò sia un bene – oltre che un sacrosanto diritto dell’artista, da tutelare e difendere in qualità di pubblico critico; allo stesso tempo, il primo singolo del nuovo annunciato corso sembra incapace di proporsi come manifesto programmatico di un movimento evolutivo che, al momento, pare ancora incastrato nella sua dimensione più larvale di potenza senz’atto. Il risultato è una canzone indecisa, che cerca nel lirismo melodico la forza per ovviare alla germinale trasformazione del linguaggio e dei contenuti, trasformando però Motta in quello che non è – un cantante: ottima la ricerca di nuove melodie, ma se si sposta l’ago della bilancia verso quel lato della luna allora non si può più camuffare la stonatura (a me sembra tutto molto “crescente”, francamente) con l’alibi dell’intensità espressiva; è una scusa fin troppo anacronistica, oramai – restituendo un brano che non scalda né riesce a scaldarsi, perso alla ricerca di un sé che pare, ad oggi, essere ancora in via di definizione. L’arrangiamento non aiuta, facendo riaffiorare nella memoria gli sbandieratori portati dagli Zen al Sanremo di qualche anno fa; su Spotify, però, l’aspetto più potenzialmente coreografico del brano di Motta si perde nel gesto di un play, e a noi non rimane che fare i conti con le majorette psichedeliche che non smettono di disturbarci il sonno.

SEZIONE VIVAIO

Di fronte al nuovo che avanza ritrarci non è più possibile, se non assumendocene le pesanti responsabilità generazionali; ecco perché abbiamo bisogno oggi di dedicarci ai polmoni di domani, che hanno bisogno di ossigeno e di speranza. Nasce per questo la “Sezione Vivaio”, con le nostre segnalazioni dei più interessanti emergenti di giornata: solo i migliori fiori che la gioventù, come direbbe Fossati, fa ancora crescere per le strade.

MILELLA, Fondamentale

Ragazzi, poco da dire: Milella è cantautore e quindi niente, con me sfonda una porta aperta già prima ancora di intonare le prime note. “Fondamentale” è il prosieguo giusto di “Guerre Stellari”, utile a confermare l’innegabile vocazione al racconto e all’auto-riflessione di un progetto interessante perché vero, sincero: la tecnica, qui, diventa un orpello di cui comunque Milella si bea, senza però perdere d’occhio il valore letterario della sua ricerca. La guerra con sé stessi, quella che facciamo tutti i giorni per riuscire a scovare ciò che resta tra le macerie, è l’unica possibilità che abbiamo per crescere; Milella è un soldato della sua battaglia, e sembra non aver mai lasciato la trincea. I risultati si vedono, e al secondo singolo confermano il cantautore tra i nomi emergenti “fondamentali” di questo 2021.

LOOMY, America

Allora, io Loomy l’ho conosciuto ormai cinque anni fa su uno dei palchi più importanti d’Italia. O meglio, lui era su quel palco, io da casa lo guardavo cantare e ad ogni live mi stupivo che XFactor (erano tempi diversi, quelli) si fosse addirittura concesso il lusso di far arrivare un rapper fino al sesto live. Oggi, appunto, i tempi sono cambiati ed è meraviglioso scoprire che, apparentemente, l’unico che non ricorda il proprio storico, qui, sia proprio Loomy: è difficile reinventarsi dopo aver raggiunto certi livelli, e l’esordio del rapper piemontese per La Clinica Dischi dimostra che ci troviamo di fronte a qualcuno che nella testa ha delle hit, e poco importa che siano più o meno in linea con il suo passato televisivo (e non). “America”, c’è poco da fare, è un pezzaccio: può non piacerti il genere, puoi non avere orecchie utili a discernere la lana dalla seta, puoi anche inventarti scuse del tipo “Ah, ma sarà la solita roba mainstream, dopotutto è pur sempre un ex concorrente di XFactor…” ma il risultato non cambia: Loomy è ben oltre l’involucro in cui la sua biografia (parziale) potrebbe incastrarlo, e il suo primo singolo per l’etichetta spezzina è un lampo pop che si adatta con fatica allo spazio del vivaio. Chi vivrà, vedrà. Ad ora, l’America non sembra essere affatto lontana.

EFFENBERG, Sirene Alate

E che fai, esce un pezzo di Effenberg e non lo ascolti? Facendo così un torto più a te che a lui? E allora eccomi qui a dire per l’ennesima volta che Effenberg è uno degli artisti più sottovalutati (me lo passate, questo poco lusinghiero aggettivo?) della scena indipendente e che meriterebbe certamente il quadruplo dello spazio che fin qui ha ottenuto. Ma questa via, dopotutto, se l’è scelta lui, sbarrando le porte in faccia a qualsiasi faciloneria del caso e sfornando brani che, dagli inizi ad oggi, testimoniano la resistenza culturale di una penna ispirata che non necessita di conferme da terze per sapersi tale. Rispetto all’appeal tipicamente battistiano del progetto, qui Effenberg raccoglie la lezione di Dimartino (o almeno, così pare) trasformandola, in realtà, nell’occasione migliore per recuperare quella scrittura alla Battiato che, mi ci gioco le appendici del mio apparato riproduttore (come sono spinto, mamma mia!), diventerà modello da qui a poco, filtrato dalla riproposizione stilistica offerta da “I Mortali” che tanto ha spopolato negli ultimi dodici mesi fino a “Musica Leggerissima”. Nonostante ciò, Effenberg non può certo essere definito epigono degli allievi: per quanto le sonorità del duo siciliano sembrano aver lasciato traccia evidente nell’impronta della penna toscana, il riferimento rimane diretto al Maestro catanese. E il risultato è, come sempre, un bel pezzo.

ALIC’E’, Fotografia

Torna il duo pugliese con un brano che stacca (eccome) dal primo singolo “Radio Rivoluzione”, riproponendosi in una veste decisamente meno intima senza però perdere il piglio giusto di chi ricerca un certo tipo di emotività. La produzione cuce intorno alle parole da vecchia scuola autorale del brano un’orchestrazione che cerca di tenersi in equilibrio sul filo del kitsch, riuscendo comunque a non capitombolare mai; certo, alcune scelte d’arrangiamento non incontrano propriamente il mio gusto, ma la voce femminile potente e declamatoria del duo risolleva quei cali di tensione un po’ pacchiani che qua e là, a mio parere, appesantiscono un po’ il brano su una deriva nazional-popolare che rischia di non valorizzare il progetto quanto piuttosto di disperderlo nella massa anonima di buoni prodotti dalla qualità standardizzata. Ho preferito l’esordio, ma questo non limita la potenzialità artistica del tutto.

RICCARDO ROMANO, Darth Father

Intimismo allo stato puro, il nuovo singolo (estratto dall’EP “Circuiti”) di Riccardo Romano, che in “Darth Father” mette a nudo tutta la propria sensibilità per raccontare ferite che provano in tutti i modi a sanarsi a colpi di lirismo e sincerità. Le strofe disegnano i contorni di un rapporto generazionale, in cui chiunque potrebbe un po’ specchiarsi, con semplicità e senza rincorsa retorica: il ritornello si bea di un piglio radiofonico che alza il livello del tutto, rendendo fruibile l’urgenza di un dolore catartico. Certe cose, si sa, è bene dirle quando si trova il coraggio di farlo, con il tempo dalla nostra parte. Bravo Riccardo Romano, in crescita.

WHITEMARY, Credo che tra un po’

Piglio a metà tra Myss Keta e cmqmartina, il nuovo singolo di Whitemary “Credo che tra un po’”, diventa viatico salfico all’attesa di un’estate che (si spera) permetterà di allentare le distanze e sbrigliare il nostro morso di cavalli impauriti a ritmo di casse in quattro e palchi un po’ meno vuoti di oggi. La scommessa femminile di 42 Records ha le spalle rese solide da una preparazione tecnica che trasuda dalla struttura a tenuta stagna del brano, e che trova nel mantra di un ritornello ossessivo il martello pneumatico utile a bucare la quarta parete immaginaria dell’ascoltatore costringendolo a muovere le chiappette, pur nella solitudine delle proprie stanze. Insomma, un brano che spacca per un progetto che pare avere tutte le carte in regola per convincere anche in futuro.

ALICE DI LAURO, ARE YOU REAL?, Hunt Me Down

Slot internazionale aggiudicatosi ai veneti Alice Di Lauro e Are You Real?, che oggi si presentano alla scena con una ballad eterea, sospesa tra echi elettronici e reminiscenze più darkwave che certamente delineano i contorni di una ricerca estetica ben precisa, lontana dalle scelte di comodo e tutta votata ad approccio sperimentale che trova espressione coerente nell’andamento onirico di “Hunt me down”. Sin dal primo ascolto, emerge nell’inedito duo la volontà di cercare una sintesi efficace tra vocalità differenti procedendo attraverso la via della contrapposizione, piuttosto che del forzato duetto: “Hunt me down” diventa un dialogo su più livelli “performativi”, che permette al brano di distaccarsi dalla sua veste prettamente musicale per innalzarsi ad una dimensione sinestetica capace di bearsi della tinta acquerellata di una ritmica essenziale, utile a valorizzare il mood rarefatto del brano. Ottima conferma.

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