DI GIUDIZI, FILM ED ERRORI DI GIOVENTU’: INTERVISTA AI FAST ANIMALS AND SLOW KIDS

 
26 Aprile 2021
 

Secondo alcuni il 2021 non sarebbe stato poi tanto diverso dall’anno scorso; per fortuna, i Fast Animals and Slow Kids sono tornati con l’esatto scopo di dimostrarci che non è così. Dopo dieci, lunghi quanto intensi anni di carriera, la band perugina è tornata alla ribalta con un singolo dal messaggio molto forte, con un colpo di scena in cui nessuno ormai sperava più: un featuring. E come se non bastasse, nientepopodimeno che con Willie Peyote, l’artista letteralmente meno quotato per un’eventuale collaborazione con un gruppo come i FASK. Eppure, contro ogni aspettativa, “Cosa ci direbbe” si è rivelato un pezzo vincente. Rap e melodia si uniscono in maniera magistrale, dandoci conferma del fatto che le sperimentazioni e la continua voglia di colpire nel segno, sia di Peyote sia dei FASK, non deludono davvero mai.

Abbiamo intervistato con piacere Aimone Romizi e Alessandro Guercini, scavando a fondo nel significato di “Cosa ci direbbe” e della storia dei FASK.

Partiamo dal vostro ultimo singolo, “Cosa ci direbbe”. Come mai avete deciso di fare un featuring? Non era per niente scontato, soprattutto per il periodo in cui ci troviamo.
Aimone: Sai che forse la risposta è nella domanda stessa? Nel senso che è proprio nei periodi in cui non ci si vede che c’è bisogno di vedersi, che c’è voglia di fare qualcosa che unisca. Noi ci siamo chiesti in questi giorni perché dopo tanto tempo ci è venuta la voglia di fare qualcosa estendendo la nostra produzione musicale anche ad altri artisti. Abbiamo fatto collaborazioni, ma mai davvero un feat in cui un altro artista metteva tutto se stesso. Forse, in parte, questo davvero deriva dal periodo storico in cui ci troviamo: ci siamo resi conto che c’è bisogno di incontrarsi, di parlare di musica. Abbiamo fatto da poco le prove tutti insieme e trovarsi in sala prove con altre persone è una cosa proprio fisicamente bella. 

Quindi sì, direi che questo ha dato il via a questo processo che ci ha portato a sperimentare e fare qualcosa con qualcun altro, perché quando quando senti la mancanza, quando c’è distanza (e distanziamento sociale. a proposito) senti la voglia invece di riavvicinarti. È un po’ come quando impongono le regole e tu hai voglia di romperle, no? Allo stesso modo, qui dobbiamo stare distanziati e forse anche per questo ci siamo tuffati nella collaborazione insomma. In più poi c’è un discorso di affinità profonda con Willie, è un amico con cui ci sentiamo e parliamo di musica – abbiamo molta affinità anche in termini di pensiero su tanti aspetti.

Sentivamo che il pezzo aveva bisogno di una sintesi, di un momento di approfondimento che spiegasse, che desse anche una panoramica leggermente più chiara di quello che è la nostra visione sempre un po’ criptica delle cose – e con Willie questa roba è successa. Abbiamo collaborato sotto ogni punto di vista, e questa è un’altra cosa bella perché quando hai un amico e fai una cosa con lui viene tutto più spontaneo e sereno, perché dici le cose in maniera chiara. Prima esperienza con un featuring ma super bella.

C’è da dire poi che quando si parlava di una vostra possibile collaborazione nessuno effettivamente ha pensato a Willie, anzi: tutti sembravano puntare sui The Zen Circus… 
Aimone: Certo, era normale pensare questo. Se andiamo ad analizzare le cose, effettivamente da un punto di vista musicale siamo più vicini agli Zen o ai Ministri – band di amici storici a cui vogliamo benissimo e con cui abbiamo collaborato e condiviso palchi per una vita. Ovviamente, non vedremo l’ora anche di collaborare con loro, ma in questo caso stavamo cercando qualcosa di inusuale. Che fosse anche più rischioso, in un certo senso. Questo perché quando suoni da tanto tempo la roba che ricerchi è quella freschezza primigenia e quella voglia di sentirsi sul bordo del burrone – e con Willie questa cosa c’è perché lui è un rapper, ha uno stile diverso.

Poi lui tra tutti i rapper è anche quello che suona di più, nel senso che un suo concerto ha tanto di suonato dietro. Effettivamente però da una parte c’è una band rock e dall’altra c’è un rapper, quindi è una cosa che, per quanto ormai sdoganatissima, poteva sembrare strana. In realtà secondo me nel pezzo c’è un’ottima sintesi tra le due parti anche perché è un pezzo cantato; comunque sia, c’è una parte rappata ma all’interno di una grande melodicità. Secondo me non è non è la “Walk This Way” insomma (ride). 

Alessandro: Non è un pezzo crossover, diciamo.

Aimone: È semplicemente un pezzo scritto a più mani, siamo tutti all’interno di quella che è la melodicità del brano. Non si è stravolto il concetto però era bello perché era inusuale, ci dava quel brio che che volevamo provare.

Direste che avete visto la composizione del pezzo più come una sfida oppure come qualcosa di naturale?

Aimone: Un po’ entrambe, anche se non l’abbiamo pensata più di tanto come una sfida. Abbiamo pensato più che altro che questo pezzo si presta anche a qualcosa che sia leggermente più lontano (musicalmente parlando) dal nostro stile. Quindi sperimentiamo, facciamolo, proviamoci, no? Direi che c’è stata una grande curiosità più che una sfida, poi dall’altro lato comunque è l’amicizia che ci lega, come con gli Zen, i Ministri o lo Stato, per dire. È la stessa amicizia che ci lega a Willie, sono amici, dopodiché quando si è trattato di andare a far le cose bene o male è la stessa situazione. Ci si parla, si fanno le cose insieme e si chiacchiera di musica. Il mondo della musica è quello, è un mondo che comunica orizzontalmente, senza barriere. Per chi vive la musica in maniera molto personale e profonda alla fine la musica è una sola, non ce ne sono 100. Quindi anche la “barriera” di genere musicale non esiste.

In “Cosa ci direbbe” Willie canta:“cosa diresti di te stesso ti vedessi da fuori?”. Vedendo tutto il vostro percorso finora, che direste?
Aimone: Io direi “bravi!” in maniera tamarra. 

Alessandro: Sì, facendo noi stessi la nostra musica ovvio che ci diremmo bravi, forse in maniera tamarra come diceva Aimo. Astraendoci dal fatto che siamo musicisti, penso che una cosa che si nota nel nostro percorso è l’affiatamento che ci ha sempre contraddistinto. È una roba fondamentale per far sì che una band duri tutti gli anni che è durata la nostra, con gli stessi componenti e quant’altro. Poi, cambiando genere nel corso di questi 10 anni ovviamente ognuno ha il suo periodo FASK preferito, immagino, però io penso che questa cosa qui sia abbastanza oggettiva – anche per chi magari non si trova più nel nostro sound.

Aimone: Ma infatti, a parte le cazzate, l’affermazione di prima non era ego riferita. Era più per il fatto che siamo stati bravi a saper gestire le nostre pulsioni musicali mantenendo sempre al centro la sintesi dei quattro pensieri. Le cose che stiamo facendo ci piacciono? Ci rappresentano ora in questo preciso istante? Se la risposta era sì da parte di tutti e quattro allora la cosa progrediva. Questa modalità in effetti ci ha salvato la vita, siamo stati bravi perché abbiamo tutelato il bene della band, la sua unità e l’amicizia. Il che non è scontato, soprattutto in un periodo come questo – in cui le band praticamente quasi non esistono più, se vai ad analizzare un mercato musicale un pochino più ampio in Italia. Ogni volta che facevamo qualcosa di leggermente diverso da prima dovevamo essere tutti e quattro convinti; secondo me è proprio una cosa di cui dovremmo andare orgogliosi. Quindi, se dovessimo riassumere questi 10 anni sicuramente un “bravi” ce lo metteremmo da un punto di vista umano, etico.

Poi certo, le dinamiche dei conflitti ovviamente avvengono, è come in una coppia: è ovvio che discutiamo ogni 30 secondi, non è che c’è sempre pace, ci scanniamo pure. Il concetto è che alla fine prevale sempre la musica, cioè se alla fine qualcosa ci convince davvero e ci rappresenta allora va avanti, in un modo o nell’altro. È questa è un po’ la sintesi di cui parlo, una sintesi che comunque tiene sempre in alto l’aspetto musicale.  Magari il testo lo scrivo principalmente io, ma quel testo va bene a tutti? Se ne discute, da un punto di vista d’amicizia uno può dire Aimo questo è un pensiero del cazzo, non ce lo mettiamo”. C’è sempre questo aspetto che mi fa dire che è vincente come strategia per noi, perché comunque tutti noi siamo ancora carichi per continuare a lavorare insieme, non vediamo l’ora di andare a suonare, a fare un concerto o andare in sala prove, fare dei provini. C’è voglia di musica. L’idea con Willie poi ci ha caricato tutti, è davvero figa. Questa condivisione ti fa sentire anche meno solo e anche più forte, no?

Parliamo della copertina del singolo: perché queste foto che bruciano sotto un cielo di tempesta?
Aimone: Questa è veramente l’emblema di quanto cazzo siamo criptici, perché ci siamo resi conto che nessuno ovviamente ci poteva arrivare – ma a noi non interessa, e come al solito siamo andati avanti per la nostra idea. In realtà dietro c’è un pensiero connesso al senso del testo, perché prende posizione rispetto a quelli che sono gli atteggiamenti errati di giudizio nei confronti del prossimo. Si parla della coppia che al ristorante sta in silenzio, e allora tu dal tuo pulpito pensi che quello sia un silenzio pesante perché la coppia è in crisi, quando in realtà non sai un cazzo. La verità è che quella coppia si sta magari godendo un silenzio meritatissimo perché tra di loro c’è un’intesa totale che non necessita di dover parlare – e così tutta una serie di esempi simili. Quindi parliamo del principio del cercare di entrare in risonanza con le persone e vivere una collettività, vivendo l’empatia dello stare nella collettività. All’interno di questo discorso si è innestato un pensiero dentro la band, cioè: quand’è che noi per la prima volta abbiamo subito il giudizio esterno, quand’è che abbiamo sperimentato per la prima volta quel senso orrendo di sentirsi giudicati?

Alessandro: In modo più evidente, forse, piuttosto che per la prima volta.

Aimone: Esatto, in maniera più evidente, più chiara. Quand’è che siamo stati giudicati noi? Questo succede quando sei piccolo, perché ti capita sempre di essere giudicato perché sei il bambino più ciccione, il bambino più mingherlino, quello che non gioca a calcio. Ci siamo messi a pensare che probabilmente la volta in cui sperimenti il giudizio in maniera più chiara è proprio in quel periodo, perché dopo il giudizio diventa subdolo. Certo, rimane, ma molto spesso non lo riesci a vivere in maniera molto chiara: difficilmente una persona ti dirà in faccia “mi fai schifo”. Quando sei piccolo però questi giudizi te li becchi tutti perché i bambini sono puri, te lo dicono in maniera esplicita.

E quanto ti fa male quella roba lì? Moltissimo. Quindi ci è venuta in mente l’idea di riprendere delle foto del periodo in cui noi eravamo quelli a non essere giusti, quando noi sentivamo sulla nostra pelle il peso del giudizio degli altri – e quindi ridipingerle e bruciarle, perché l’idea era quella di esorcizzare. Dovevamo dar loro fuoco, bruciarle in un cielo in tempesta e metterle lì a monito non tanto per gli altri, quanto per noi stessi. In modo che, ogni volta che ci verrà da giudicare qualcuno, ci ricorderemo di quando è successo a noi, e che cazzo di sentimento orrendo abbiamo provato.

Parlando un po’ dei giudizi altrui, stavo ripensando a uno dei pezzi più fraintesi della vostra discografia: “Lei”. Secondo voi, quali altri brani sono stati particolarmente fraintesi dal pubblico?
Aimone: Abbiamo risolto un po’ il problema del fraintendimento, nel senso che a un certo punto abbiamo iniziato a comunicare in maniera più chiara cosa volevamo dire. Siamo rientrati nell’ambito dei sentimenti, in quello più astratto (e anche un po’ criptico) del bene, il male, il dolore, il crescere, nei quali qualsiasi interpretazione (seppur personale) poteva comunque rientrare nell’ambito di pensiero del pezzo. Dopo quindi non ci è più successo perché in “Lei” c’è una chiave strana, difficile da gestire, perché devi essere molto bravo per poterlo fare: l’ironia. Su “Cavalli” c’è molta ironia, e ovviamente se siamo stati fraintesi non siamo stati abbastanza chiari per spiegare il nostro concetto. Questo perché comunque quando uno si mette verso l’esterno deve prendersi la responsabilità della propria comunicazione, assolutamente. Proprio per questa mancanza di chiarezza c’è stato uno switch molto potente tra “Cavalli” e “Hybris“. Con “Hybris” difficilmente potevi sbagliarti; sicuramente ci sono state anche successivamente tante incomprensioni, ma sono magari più stupide. Per esempio una che mi viene è il pezzo “Troia”; ovviamente noi, ingenui imbecilli nel 2012 di vent’anni neanche, pensavamo che non avrebbe avuto quell’effetto “Troia!” – pensando ad un pubblico di cafoni o maschilisti osceni. 

Alessandro: È un testo che parte da una metafora, che è quella che fa riferimento all’Odissea, quindi parliamo di Troia nel senso di città. A me piace pensare che in realtà la maggior parte del nostro pubblico l’abbia capito da subito, però avere quel dubbio lì che possa essere mal interpretata in una maniera proprio brutta è uno di quei motivi per cui dal vivo adesso non la facciamo più (o se la suoniamo la facciamo in acustico, senza l’urlo). Forse per questo io ritengo questa ingenuità uno degli errori della nostra carriera.

Aimone: È un sotto pensiero, perché io spero e sono convinto che la gente che segue i FASK sia abbastanza cosciente, nel senso che comunque i FASK fanno anche un genere musicale che non è proprio quello più massivo del mondo. Quindi tu, bene o male, nel momento in cui entri nei Fast Animals sei probabilmente uno che scava, sei qualcuno che è alla ricerca di qualcosa un po’ diverso da quello che passa normalmente in radio. Sotto questo punto di vista sono piuttosto convinto che tutti hanno capito il senso di “Troia”, però non credo che il testo sia fraintendibile perché poi lo leggi e capisci. Vai nello specifico e ti rendi conto che parla di quello, insomma: “Se / Domani / Ancora / Di nuovo / Una grande tempesta / Ci logorerà” cazzo, si capisce! O almeno dovrebbe: non è un urlo così a caso, un matto che urla per la piazza “Troia!” e se ne va via. Ovviamente spero che chi ci ascolta abbia capito il senso, però quello è un piccolo fraintendimento, un esempio che forse che non rientra su “Lei” perché in quel caso fraintendevano proprio il concetto del testo, mentre su “Troia” no.

Alessandro: Magari tu fraintendi, però ce ne vuole insomma. (ride)

Aimone: A me sembrano due robe diverse, su “Lei” il problema era che pensavano fosse una canzone d’amore! D’altra parte invece in “Troia” difficilmente questa cosa succede, al massimo sei un cafone – però a quel punto il problema è tuo.

Se voi doveste scrivere un brano ispirandovi a un film che vi ha segnati particolarmente (un po’ come ha fatto Willie con “Truman Show”), quale scegliereste? 
Aimone: Io credo che dei film ci siano stati, alla fine tutta l’arte ispira altra arte. Adesso magari non mi sovviene, però sicuramente avrò visto un film e poi l’avrò rielaborato, avrò preso la mia nota sul cellulare e poi scartabellando magari mi è sembrata anche una mia idea successivamente – perché comunque io faccio vari step nell’elaborazione di testi. Parto dalla sensazione, la descrivo, la metto lì e poi la riprendo, la rielaboro, nel momento in cui viene fuori la musica la rimetto in metrica… È un processo abbastanza lungo.

Alessandro: Della nostra discografia ci sono due titoli che coincidono con titoli di film, però è abbastanza casuale come cosa. Un esempio è “Animali notturni”.

Aimone: Comunque penso sia un gran film “Animali notturni” di Tom Ford! A me è piaciuto molto.

Alessandro: O altrimenti “Novecento”, dallo stesso disco. È un film anche quello, però nel nostro caso quel titolo era più riferito al secolo, era una canzone che parlava di cambiamento. Il ‘900 è il secolo del cambiamento quindi il collegamento era questo, non tanto a livello cinematografico.

Aimone: Sì però, per rispondere alla domanda, che film sceglieremmo? Non lo so, ce ne sono tantissimi! 

Alessandro: “The Truman Show” era davvero bello, Willie ha avuto un’ottima idea. Adesso ne dico uno che sarà banalissimo ma è uno dei miei film preferiti: “Forrest Gump”. È uno dei film più famosi di sempre ma è sensazionale, è quasi una storia epica. 

Aimone: Davvero bello “Forrest Gump”, sono d’accordo anch’io.

Avete sperimentato un sacco nella vostra carriera, musicalmente e non – basta vedere la graphic novel “Come reagire al presente”. C’è un altro ambito (che non includa strettamente la musica) in cui vorreste cimentarvi?
Aimone: Non tanto (ride). In realtà non lo so, sicuramente io per esempio sono un chiacchierone quindi mi darebbe gusto fare qualche programma, magari televisivo, però che parli di musica. Comunque sia, alla fine questa è la nostra vita: abbiamo sempre parlato di musica, siamo sempre stati coinvolti nella musica, io anche nella mia vita privata organizzo festival. Vedere una vita senza pensare a qualcosa senza musica sarebbe decisamente strano. Il teatro sarebbe bello sicuramente, ma non ne ho le capacità, personalmente. Sarebbe però bello partecipare a uno spettacolo di teatro.

Alessandro: Diciamo solo che forse la musica è l’unica cosa su cui ci sentiamo abbastanza capaci, altrimenti siamo tutti fan di altre forme d’arte. Magari ti capita di leggere un bel libro e pensi “maronna, mi piacerebbe scriverne uno” oppure vedi anche un bel film, tornando alla domanda di prima. Tra l’altro penso che fare il regista sia tra una delle cose più difficili, richiede una capacità organizzativa che a me personalmente manca del tutto. 

Aimone: Sì, sono d’accordo, nel senso che ci piacerebbe sperimentare tutto ma questo perché siamo esseri umani curiosi. Alla fine, però, se poi dovessimo essere concreti nella risposta direi probabilmente di no. 

Alessandro: Scriveremmo un libro di musica o faremmo un film musicale probabilmente. 

Nel dubbio chiedete a Camilla di farvi da ghostwriter! 
Aimone: Sì, esatto! Devo dire che lei ha un’ottima capacità, è mega multitasking, può fare davvero tante cose. Noi, invece, siamo dei meri musicisti bastardi. 

Parlando di com’è nata “Come conchiglie”, avete parlato di “un oggetto così, apparentemente inutile, con una storia di affetto alle spalle diventa una cosa da conservare volentieri”. C’è una canzone che ritenete inutile (nel senso che ha avuto poco spazio), ma a cui siete molto affezionati?
Aimone: Io ce l’ho: è “Dove sei” (da “Hybris”). È una canzone che mi è sempre piaciuta tantissimo. Il suo testo poi era molto personale. Non ha mai avuto realmente copertura, l’abbiamo anche suonata poche volte dal vivo – soltanto durante il tour di “Hybris” credo, mai su quello di “Alaska” per esempio – però è una canzone che a me ha sempre dato molto. Un’altra è “Con chi pensi di parlare” (da “Alaska”). Questa in realtà ha avuto un pochino più successo, è stata più suonata e ne sono contento perché è davvero bella. 

Alessandro: Io pensavo a una canzone di “Animali notturni” che si chiamava “Chiediti di te”. In realtà l’abbiamo messa in quel disco lì un po’ così, non è il nostro pezzo preferito di questo album ma mettiamolo comunque come penultima traccia – e invece nel corso degli anni, da quando “Animali notturni” è stato registrato, mi è proprio cresciuto come pezzo.

Aimone: Sì, anche a me.

Alessandro: Sono contento di averlo messo ma sono anche dispiaciuto di non averlo mai fatto dal vivo, perché poi non c’è stata l’occasione per quello che è successo. Però sì, quel pezzo lì, per rispondere alla tua domanda, è abbastanza preciso dal punto di vista personale.

Aimone: Concordo anche su quello, ma perché poi c’è anche altro discorso dietro: quando tu fai i pezzi, escono i singoli, eccetera, può esserci un interesse su qualcosa rispetto a qualcos’altro. A te però i pezzi piacciono uguale tutti – leggermente meno, leggermente più, ma bene o male sei sempre convinto di tutti. Quindi c’è sempre qualcosa che lasci dietro, se senti ogni singolo disco c’è sempre qualcosa che ti fa venir voglia di dire “cazzo che bella questa, ah però anche questa qui, no però questa…” 

Immaginate il primo concerto a cui potrete suonare dal vivo: come volete che sia?
Alessandro: Io faccio una piccola introduzione simpatica a questa domanda, che è il fatto che da poco ho sognato il nostro vero e proprio live dopo la pandemia… ed era terribile! Avevamo sbagliato tutte le parole, tutte le canzoni, mi ricordo proprio che mi sono svegliato con questa sensazione orrenda di aver cannato completamente il primo live post pandemia. Penso quindi che quando succederà ce lo studieremo bene.

Aimone: Beh comunque sarà una roba scioccante, perché semplicemente siamo una live band. Negli ultimi sette anni non abbiamo mai non fatto almeno un tour all’anno; abbiamo sempre suonato, e da quando questa roba è successa ci sentiamo quasi incompleti. Tornare lì, ritrovare davanti le persone che cantano sarà proprio pesante, qualcosa di sconvolgente. Non ti saprei dire veramente quale sarà la mia reazione, probabilmente parlerò per ore, ringrazierò tutti, al primo che mi dice qualcosa gli rispondo “sì, dimmi dimmi!” Probabilmente sarà una roba tipo un cane enorme che va in giro per il parco scodinzolando. Forse sarà patetico, credo, però a prescindere da tutto questo sarà comunque un’emozione meravigliosa per me, se serve le faccio tutte le canzoni!

Alessandro: Sarebbe bello effettivamente forse una volta fare tutte le canzoni di tutti i dischi, anzi far partire il concerto con magari una delle canzoni più famose, no? Magari durante la scaletta in tempi normali le tieni verso la fine e invece no, inizi proprio con la bomba.

Aimone: In realtà i nostri inizi sono più o meno sempre stati così, l’ultimo tour lo facevamo con “Radio radio” che era un casino mai visto. A me alla fine va bene tutto, non ho idee perché sono troppo concentrato sul fatto che sarà sconvolgente.

E anche in caso di fallimento probabilmente nessuno ci farà caso, saremo tutti ubriachi.
Alessandro: Noi in primis! (ride)

Se poteste tornare a prima della pandemia, c’è qualcosa che vorreste dire a voi stessi?
Alessandro: Forse direi di prendersela meno con i runners all’inizio perché c’era una polemica assurda sulla questione. 

Aimone: Quindi la cosa che diresti tu è proprio “non te la prendere con i runners”? Ma sei un grande! (ride)

Alessandro: No, più un “fai in modo che gli altri non se la prendano con i runners.” (ride) Io onestamente non ero contro di loro, essendo uno che va a correre pensavo proprio che ce l’avessero con me – quando in realtà non è tanto normale.

Aimone: Io avrei detto una roba tipo “preparatevi, sedetevi, sistemate casa, mettete un angolo per fare sport, cercate di andare in un posto dove c’è un po’ di verde, dove c’è un po’ di natura intorno (per quello che si può fare)”. Questo perché quando è iniziato il lockdown abbiamo iniziato a sentire la mancanza della natura, degli spazi – soprattutto chi vive nelle grandi città si è sentito soffocare come mai prima d’ora. 

Possiamo sicuramente parlare della vostra musica come autoanalisi. Qual è la cosa più sorprendente che avete scoperto su voi stessi?
Aimone: Io ho scoperto di essere più forte di quello che pensavo, forse grazie anche alla musica. La musica ha risolto tanti dei miei drammi mentali, e anche per questo mi sono reso conto che ho le spalle più larghe di quello che pensassi. Mi sono sempre sentito una persona mega fragile – e probabilmente sotto certi punti di vista personali lo sono ancora, però non così tanto. Posso reagire a quello che accade, anche al grande male, anche alle cose più pesanti, e questa è una cosa che mi ha dato sicurezza.

Alessandro: Devo dire che anche per me vale la stessa cosa, anche declinata da un punto di vista caratteriale mio. Io sono una persona molto timida, molto chiusa, ma questi 10 anni di musica mi hanno fatto capire che a volte riesco ad andare oltre quel lato della mia personalità.

Credit Foto: Alessio Albi

 

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