ANY GIVEN FRIDAY
Ogni Maledetto Venerdì #33 (Speciale Green Selection)

 
30 Aprile 2021
 

È di nuovo venerdì e seguendo la traiettoria del volo di un moscone – dal ronzio più emozionante di tante cose sentite ultimamente – ho percepito l’esigenza, da parte dell’Universo, di sapere (anche) la mia sulle ultime pubblicazioni musicali del Belpaese; è per questo che, signore e signori, ho deciso di comunicare urbi et orbi il mio bollettino del giorno sulle nuove uscite del pop italiano. Sì, quel tragico, ribollente pentolone traboccante degli sguardi impietosi di chi dice che la musica nostrana fa schifo, di chi “parti Afterhours, finisci XFactor”, di “Iosonouncane meno male che esisti“, di “Niccolò Contessa ma quando ritorni”, di Vans, libri citati mai letti e film repostati mai visti che ogni venerdì rinfoltisce la sua schiera di capipopolo di cuori infranti con una nuova kermesse di offerte per tutti i gusti e i disgusti. Ecco, di questo calderone faccio parte come il sedano del soffritto, quindi non prendete come un j’accuse quello che avete letto finora: è solo un mea culpa consapevole ed autoironico – ridiamoci su! che una risata ci seppellirà, per fortuna, prima o poi – a preparare lo sfortunato lettore alla breve somma di vaneggi e presuntosi giudizi che darò qui di seguito, quando vi parlerò delle mie tre uscite preferite del weekend, e della mia delusione di questo venerdì. Sperando di non infastidire nessuno, o forse sì.

SPECIALE GREEN SELECTION

JOAN THIELE, Atto II – Disordinato Spazio

Joan Thiele è una delle voci nuove della rivoluzione cool del pop italiano, impegnato a scrollarsi di dosso il residuo di provincialismo che la globalizzazione musicale ha ormai ridotto a cenere utile per le rievocazioni storiche (tipo Sanremo). Thiele dispiega le vele di una vocalità capace di percorre chilometri nel giro di due brani, aggirandosi al largo del cool jazz per poi avvicinarsi con prepotenza alle derive di un nuovo pop che trova il suo correlativo italiano opportuno nelle ritmiche di Venerus (nel nuovo disco con MACE) e nelle melodie di Ghemon, ricordando un po’ Rosalìa un po’ Rihanna; l’obbligo della musica di oggi, per essere contemporanea, è quella di scoprirsi “world”: e in effetti in “Tuta blu” e “Scilla”, le due tracce che compongono l’anomalo EP di Joan Thiele a completamento (per ora) del precedente volume I dal titolo “Memoria del futuro”, le influenze sono così tante da non riuscirle più a distinguere nell’amalgama identitaria di un’esperienza estetica e cosmopolita che fa stare bene, sospendendo il tempo e comprimendo lo spazio in dieci minuti scarsi di musica leggerissima, ma intensa da morire.

IBISCO, Pianure

Se oggi ci fosse stata sufficiente carne da mettere al fuoco tra i BIG, Ibisco sarebbe stato tra i tre del mio podio personale. La mia sul cantautore emiliano, ormai lo saprete, è una scommessa di quelle che ti fanno prudere le mani in attesa del guadagno, che prima o poi arriverà. E’ scritto nelle stelle, che gli astri di Ibisco siano fatti per allinearsi al momento opportuno, mostrando la profondità di un cielo che da qui, adesso, sembra ancora troppo piccolo e grigio. Abbiamo tempo, diamo tempo. Oggi Ibisco aggiunge al suo firmamento personale una perla diversa, seguendo il tracciato di “Meduse” e “Ragazzi” e allo stesso tempo svicolando da qualsiasi immagine che l’ascoltatore potrebbe aver tracciato di Filippo: “Pianure” è un brano lisergico, che non smette di richiamare la tribalità del rito iniziatico per le atmosfere che dipinge, in cui la voce dell’artista si muove a tentoni, come un oracolo al buio. Immagini che fluttuano, evocate e poi disperse, che portano in loro una gravidare di stimolazioni sensoriali che vanno, come sempre, al di là dell’ascolto aprendosi ad una sinestesia inaspettata di percezioni diverse: la nebbia della pianura la puoi quasi toccare, mentre Ibisco ti racconta un sogno acido che sembra uscito da un quadro di Fuissli, da una memoria collettiva che affonda le radici nell’apotropaico, nell’ancestrale; nel rito comunitario, appunto, di una generazione alla ricerca di sé stessa tra i fumi densi della Padana e di questo tempo da lupi.

FRAMBO, Routine (EP)

Frambo, Frambetto per gli amici (io mi arrogo il diritto di rientrare, ormai, tra questi), enfant prodige per tutti. Dico solo una parolina magica, che a tutti farà rizzare i capelli sulla testa (tranne a me, per ovvi motivi di predisposizione naturale alla calvizie): Maturità. Ecco, mentre noi siamo ancora impegnati a digerirne il ricordo il giovane Frambo si appresta ad affrontare la sfida, ma nel frattempo, proprio perché fa parte di una Generazione coi superpoteri, pubblica anche un disco d’esordio e fa parlare di sé nei salotti giusti della musica italiana. Diciott’anni sono pochi, pochissimi. Eppure di storie da raccontare, in “Routine”, ce n’è abbastanza da scardinare quell’antipatica e boomeriana routine al massacro della gioventù, che è sempre “bruciata” per chi la osserva col filtro invidioso di un’anagrafe spietata e invidiosa. Dopotutto siamo i padri del domani, con tutte le implicazioni tragiche che ne possono derivare: cerchiamo di difendere la nostra rivoluzione imparando a riconoscerla in chi per la prima volta ne sta portando la bandiera, aggiornandoci a linguaggi che in fondo non sono così distanti da ciò che ci piace. Nei cinque brani di Frambo, emerge tutta la forza di una narrazione pulita e allo stesso tempo densa di profondità, che si fa forte dei suoi riferimenti cantautorali (a più livelli, da Lucio Dalla agli Psicologi passando per Calcutta: è inutile storcere il naso, i tempi cambiano e le parole, appunto, si aggiornano; anche e sopratutto la parola “cantautore”) in una salsa “bedroom pop” che seduce per innocenza e ingenua quanto salvifica naturalezza. Frambo non cerca fronzoli per raccontare la sua visione del mondo, forse perché a diciotto sai molte più cose di quante ne pensi di sapere a trenta. E alla fine, aiuta a spezzare la routine di un venerdì che sembrava ormai averci assuefatto a brutte abitudini musicali.

CARDO, Quanti te ne fai

Va ammesso che Mirko sembra avere un talento incredibile nella scelta di titoli che, ad ogni nuova pubblicazione, paiono essere dichiarazioni di guerra a perbenisti in carriera e giudici improvvisati di turno, capaci di leggere il sessismo ovunque ma incapaci di ascoltare un brano da cima a fondo abbandonando, per una volta, la trincea della retorica e del “politico a tutti i costi” di una rivoluzione che cambia le desinenze finali delle parole per non doversi impegnare a cambiare le teste di chi le pronuncia. Detto ciò, Cardo vive per fortuna nello spazio ruralissimo della sua libertà di auto-produzione dove può letteralmente piantare quello che gli pare. “Quanti te ne fai” è una boccata d’aria in mezzo all’ipocrisia melensa dei tre quarti delle canzoni d’amore di oggi, tutte impegnate a piangere o digrignare i denti contro il ricordo di turno, estratto dalla cassetta degli amori di ricambio. Cardo, invece, racconta di sé e di una terapia a base di ironia e sberleffo, finalizzata a desacralizzare il dolore piuttosto che a costruirvi intorno altarini e templi tutelatori perché “così si scrive oggi una canzone indie triste d’amore ”. Cardo è fuori dal tempo, con tutti i pro e i contro che derivano dalla scelta di definirsi “cult”. Tenetevi il vostro presente grigio fatto di retorica e populismo. Alla fine Cardo, nel suo desiderio mai celato di essere popolare, è più vero di tutti voi.

MIGLIO, autostrade

Miglio è una sicurezza, e ormai lo sanno tutti quelli che – almeno un po’ – ad ogni venerdì si tengono aggiornati su quello che succede alla scena underground (ma questa parola, oggi, ha ancora senso? Per Miglio, sì) italiana. La cantautrice lombarda dimostra di avere una passione irrefrenabile per l’archeologia industriale e immortala l’ennesima fotografia giusta di luoghi che sono non-luoghi, in cui l’anima transita facendosi carico di emozioni diverse e frastornanti per uscirne devastata, triturata, riassemblata e nuova. La Pianura Padana, i lidi adriatici a fine estate, le discoteche vuote, i lunapark cittadini, gli autogrill, i bar delle stazioni; sembra di sfogliare un catalogo fotografico di Luigi Ghirri ascoltando la discografia di Miglio, affastellando l’ascolto di “monumenti al passaggio” intensi come ere intere ma fugaci come i tre minuti di “autostrade”, il settimo singolo di un’artista che ci sta facendo desiderare il disco d’esordio come fosse una droga della quale non possiamo più fare a meno.

IL GEOMETRA, Per tutte le madri

Prendi il mio passato liceale. Mettimi seduto ad un banco di scuola mentre la mia mente di giovane ascoltatore diventa spazio conteso tra gli 883 e Francesco Guccini, allora imprevista (poi decisiva) new entry nel mio roster di ascolti musicali. Immaginami mentre cerco di risolvere l’antinomia incidendo compulsivamente sul banco citazioni da “La dura legge del gol” mescolate a “La Locomotiva” (sì, un mostro orribile). Metti, insomma, il 2014/2015 prima della venuta del vate Calcutta, prima dell’orrore musicale dei The Giornalisti e dei coverman di Gazzelle, prima che l’indie smettesse insomma di avere il diritto (se non manomettendo il significato originale della parola) di chiamarsi tale per diventare mainstream. E’ in quello spazio germinale e preistorico che scoprii, in una primavera lontana, Il Geometra. Non li capii, non ero pronto: loro, antesignanamente, portavano alta una bandiera che altri, con maggiore furor di popolo, hanno dopo sventolato con un misto di furbizia commerciale e malriposto ardore rivoluzionario. Ma Il Geometra sono venuti prima. O almeno, per me è stato così. Ho frainteso prima Il Geometra, e poi Calcutta. Alla fine, oggi, mi trovo nella condizione di essermi ricreduto su entrambi: sul secondo, sono state spese anche fin troppe parole. Sui primi, invece, troppo poche; se ne tornerà a parlare, perché il loro ritorno discografico è di un livello altissimo, da costringere alla lacrima. Prendete la “Buona Novella” di De André, mescolatela al folksinging di Simon & Garfunkel e al lirismo intenso dei padri della canzone d’autore. Otterrete una supplica commovente, che ci ricorda che c’è qualcosa che lega l’ascoltatore a Gesù Cristo, ai fratelli Cervi e a Stefano Cucchi. Ebbene sì, la mamma. Non quella che Gianni Morandi cantava nelle sue hit d’esordio, ma quella che Michelangelo scolpisce nella Pietà. E io piango, e chiamo la mia, di mamma; per dirle che le voglio bene, e che Il Geometra me l’hanno ricordato a colpi di poesia.

PAUL GIORGI, Acqua

Devo essere onesto, dal punto di vista del “consumatore” ho apprezzato più il singolo d’esordio del giovane cantautore di scuola Le Siepi Dischi; la vocalità dell’artista, per timbrica naturale, tende a ricordarmi un sacco di cose che mi piacciono da morire, ma che proprio per questo motivo – come avevo già avuto modo di esprimermi a riguardo – tendono ad offrire alla mia coscienza paragoni spesso ingiusti e poco consoni. Per questo “Acqua” permette a Giorgi di rientrare perfettamente tra le segnalazioni del mio venerdì: rispetto a “Tigre”, che sembrava davvero la potenziale “bonus track” di un disco di Poi, “Acqua” tira fuori dal cilindro dell’artista qualcosa di germinale, di embrionale e di ancora lontano da una forma precisa; quello che so, però, è che Paul sembra allontanarsi sempre più da pericolose derive emulative per avvicinarsi ad una sua idea di canzone che, al sottoscritto, convince certo di più di un brano bello, come quello d’esordio, ma già esperito. Qui, invece, c’è lo scintillio di un potenza in atto che leverà a tutti belle soddisfazioni, se assecondata e aiutata a crescere.

BLUEM, Mercoledì e Giovedì

Allora, comincio col dire che ho una cotta musicale per BLUEM che devo ancora riuscire a ricondurre a razionalità per non rischiare, fra qualche mese, di essere “fottuto d’amore” perdendo ogni pretesa di (già inesistente) obbiettività (eccola, la parola impossibile) su un progetto difficile da contenere in qualsivoglia definizione. La settimana tipo dell’artista sarda, cominciata di “Lunedì” ormai tempo fa, punta a completare il ciclo dei sette giorni con una doppia uscita lisergica atta ad alzare l’asticella in vista della pubblicazione di un disco d’esordio che farà parlare, eccome, di BLUEM: “Mercoledì” spolvera l’inglese e fonde, nella mia testolina confusa, Rosalìa, Joan Thiele e i Sun June (finalmente riesco a citare, qui, uno dei miei gruppi preferiti di sempre) trasformando la Sardegna in una rediviva provincia luminosa del Regno Borbonico (in barba ai Savoia); “Giovedì” ristende il velo nero della prefica sul volto di un’interprete illuminata, crocevia di culture e sonorità diverse nel segno dell’amalgama potente di un “prodotto” che fatichi a definire tale per il fascino culturale di un proposta finalmente diversa, che fa della Voce il proprio principale strumento di rivoluzione. Niente, sono già troppo innamorato.

RADIO DAYS, What is life

Che bella e sana fotta che ti fanno salire i Radio Days, che con piglio a metà tra AOR, Beatles e britpop alla Fratellis convincono anche l’ascoltatore meno esterofilo (come il sottoscritto). La vocalità del cantante non smette di ricordare tante cose belle che riportano il baricentro sugli anni Ottanta dei Joy Division e The Smiths, ma con un gusto dannatamente Seventies: l’amalgama finale, riuscita, determina il successo di un ascolto piacevole, che convince fin dal primo play.

GIULIO CAZZATO, Rimarrai poesia

Nuovo singolo per il cantautore salentino Giulio Cazzato, che regala all’ultimo venerdì di aprile un brano compatto, energico e comunque altamente poetico nella sua pretesa autorale. La scrittura di Giulio è sensata, efficace e capace di rimandare ad una sensazione di “evergreen” che trasuda dalla scelta saggia di una produzione moderna che non soffre l’onere di essere tale, nella sua estrema naturalezza; un po’ Ermal Meta, un po’ Subsonica, tanto Giulio Cazzato. Per chi “preferisce andare” piuttosto che deturpare la luminosità di un amore che pare poesia.

SUBUTEO, Pop Corn

Buon ritorno per Subuteo, che confezionano un brano itpop giusto a metà tra Lunapop e bedroom pop da Gen Z; come i “Pop Corn” al cinema, la canzone si lascia mangiare con disinvoltura grazie ad un testo piacevole, senza picchi poetici assurdi e allo stesso tempo tutelandosi dall’abuso del cliché. Insomma, se a primo ascolto “Pop Corn” potrebbe sembrare la classica hit del venerdì, non sarebbe giusto ridurne per questo l’efficacia all’ennesima emulazione di qualcosa: non è facile scrivere un pezzo che funzioni, in barba a tutti i dosaggi consigliati dagli esperti di canzoni. Quindi onore a Subuteo, che tirano fuori dal cilindro un pezzo coeso e funzionale, che magari non sposterà gli equilibri interiori dell’ascoltatore ma che non per questo può essere sdoganato come qualcosa di fine a sé stesso a priori. Aspettiamo conferme.

OCCHI, Piove

Non male il nuovo singolo di Occhi, che in “Piove” crea un equilibrio musicalmente potente tra rap, pop e un certo retrogusto di rock demenziale che fa bene ai fan di Pippo Sowlo come a quelli di Neffa. Apprezzabile l’utilizzo espressivo dell’autotune che, per una volta, diventa colore e non pennello bianco utile a coprire, con una mano di vernice, le stonature del caso; Occhi ha un bel timbro e un’ottima vocalità, volano efficace di un testo ben scritto che con ironia descralizza l’amore, rendendolo meno pesante e greve di quanto descritto altrove dai nuovi esordienti del mainstream di oggi.

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