OGGI “YOUTH OF AMERICA” DEGLI WIPERS COMPIE 40 ANNI

 
17 Maggio 2021
 

Gli anni ’80 hanno sofferto un’evidente illusione ottica che ha distolto lo sguardo dai meriti che questo decennio ricopre nello sviluppo del rock. L’esplosione di MTV, dei videoclip, dei walkman e della fruizione “individualista”, edulcorata dal divismo televisivo e superficiale, sono alcune delle cause che hanno contribuito a far considerare quel periodo come il buco nero della musica, in contrapposizione ai favolosi anni ’60/’70, ai concerti dal vivo, alle folle oceaniche chiamate a raccolta dagli ultimi eroi del periodo “classico”. Conosco una caterva di gente che pensa che il rock sia morto nel 1977 o giù di lì.

Resta perciò il sospetto che quella decade fosse, tutto sommato, solo lustrini e paillettes, musica vuota, sintetica, che badava più alla forma che alla sostanza, in linea con il lascito di quella fase storica, quasi unanimemente considerata un’incoerente accozzaglia di edonismo e disimpegno, nichilismo e amoralità.

Non è ovviamente così, ma la rivalutazione di quel periodo è ancora un bella gatta da pelare, sia per la critica professionista che per noi umili recensori “for bunnies“. E non è così perché dalla new wave e dal post-punk sono sorte praticamente tutte le correnti che hanno forgiato la cosiddetta “musica alternativa” che ha dominato tanto gli anni ’90, quanto, una volta venuto meno il legame con la grande industria discografica, la musica indie dell’ultimo ventennio.

Gli anni ’80 hanno infatti generato l’hardcore, il noise, il metal estremo, la musica industriale, l’elettronica, e tutta una serie di stati d’animo che erano ignoti ai sedicenti figli dei fiori della generazione precedente. Parole come “urbano”, “decadente”, “alienante”, erano state applicate forse solo a gruppi di nicchia come i Velvet Underground, ma erano l’eccezione e non la regola: la musica di protesta aveva ancora un afflato politico e sociale, non psicologico ed esistenziale.

“Youth of America” degli Wipers, uscito nel 1981, è una delle tante perle di quel sottobosco reso invisibile da anni di sovraesposizione a Duran Duran e George Michael (che, mi permetto di aggiungere, hanno altrettanta dignità all’interno delle loro cerchia, la musica pop). E’ un disco splendido, fuori dal tempo. Il suo impatto, a posteriori, è clamoroso: dai Sonic Youth ai Melvins, dai Dinosaur Jr. ai Nirvana e agli Slint, quasi tutta la scena underground americana deve qualcosa alla band di Greg Sage, formatasi a Portland nel 1977 e autrice di almeno 3 album fondamentali, di cui questo è presumibilmente il vertice.

“Taking Too Long” apre ciondolando e ritiene ancora a sé le scosse telluriche che si sprigioneranno di lì a poco. In “Can This Be” è infatti l’anima punk a farla da padrona, ma il punto di caduta si situa da qualche parte tra il power-pop dei Cheap Trick e i riff al fulmicotone dei Black Sabbath. “Pushing the Extreme” si cala in un’ambientazione spettrale degna dei Joy Division, ma vi sopravvive sempre una ferocia latente che permette agli Wipers di non rimanere incasellati nel semplice post-punk di maniera. Gli arpeggi in lieve dissonanza che aprono “No Fair” richiamano tanto i Television che la contemporanea scena no-wave, ma è poi il solito ritornello supersonico a fissarsi nella memoria: ho riascoltato tutto l’album molti anni dopo la prima volta e non c’era un singolo brano che non avesse seminato ricordi.

I brani più estesi sono due tour de force che rendono ragione allo spessore artistico dell’opera.
Il lato A si chiude con i sei minuti di “When It’s Over”, una frenetica cavalcata strumentale che ad un tratto si reimmerge in una catalessi infestata di fantasmi, con Sage che parlotta in sottofondo mentre le chitarre sprizzano acido. La forza degli Wipers sta nel trattenere la rabbia e farla esplodere tutta insieme in apoteosi catartiche, una formula di saliscendi emotivi che non appartiene propriamente alla musica punk, ma bensì inventa un metodo per impacchettare il proprio dolore esistenziale e rilasciarlo al pubblico che sarà il marchio di fabbrica del grunge.

In coda, la title track fa persino meglio ed è probabilmente il loro capolavoro. Aperta e condotta da un insistente giro di basso, la voce sbraita, strilla, riverbera, le chitarre si rincorrono in un’epopea cosmica, nel frastuono di rumori alieni. I dieci minuti a rotta di collo concludono un disco di soli sei brani, per appena mezz’ora di musica, che rasenta la perfezione. La violenza punk resta cristallizzata ed elevata a manifesto d’una generazione, la “gioventù d’America” degli anni ’80, che di quei lustrini e di quelle paillettes non sapeva davvero che farsene.

Ogni anno che passa “Youth of America” invecchia meglio, e ho pochi dubbi che sarà presto considerato uno dei dischi più importanti degli anni ’80 e del rock alternativo tutto. Speriamo che questo anniversario sia l’occasione per farlo conoscere anche ai nostri affezionati lettori: siamo sicuri che non rimarranno delusi.

Data di pubblicazione: 17 maggio 1981
Registrato: Wave Sound Studios (Vancouver, WA)
Tracce: 6
Lunghezza: 30:40
Etichetta: Park Avenue
Produttori: Greg Sage

Tracklist
1. Taking Too Long
2. Can This Be
3. Pushing the Extreme
4. When It’s Over
5. No Fair
6. Youth of America

 

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