ANY GIVEN FRIDAY
Ogni Maledetto Venerdì #36

 
21 Maggio 2021
 

È di nuovo venerdì e seguendo la traiettoria del volo di un moscone – dal ronzio più emozionante di tante cose sentite ultimamente – ho percepito l’esigenza, da parte dell’Universo, di sapere (anche) la mia sulle ultime pubblicazioni musicali del Belpaese; è per questo che, signore e signori, ho deciso di comunicare urbi et orbi il mio bollettino del giorno sulle nuove uscite del pop italiano. Sì, quel tragico, ribollente pentolone traboccante degli sguardi impietosi di chi dice che la musica nostrana fa schifo, di chi “parti Afterhours, finisci XFactor”, di “Iosonouncane meno male che esisti“, di “Niccolò Contessa ma quando ritorni”, di Vans, libri citati mai letti e film repostati mai visti che ogni venerdì rinfoltisce la sua schiera di capipopolo di cuori infranti con una nuova kermesse di offerte per tutti i gusti e i disgusti. Ecco, di questo calderone faccio parte come il sedano del soffritto, quindi non prendete come un j’accuse quello che avete letto finora: è solo un mea culpa consapevole ed autoironico – ridiamoci su! che una risata ci seppellirà, per fortuna, prima o poi – a preparare lo sfortunato lettore alla breve somma di vaneggi e presuntosi giudizi che darò qui di seguito, quando vi parlerò delle mie tre uscite preferite del weekend, e della mia delusione di questo venerdì. Sperando di non infastidire nessuno, o forse sì.

TOP


BIANCO, NICCOLO’ FABI
Fantastico

Se cercate sul vocabolario “sinergia”, potreste trovare – tra le definizioni e le frasi esemplificative dedicato al vocabolo – il nuovo singolo di Bianco in collaborazione con Niccolò Fabi; “Fantastico” in effetti è la parola più giusta per descrivere l’amalgama sentimentale di un brano che non si fa ridurre in compartimenti stagni, preferendo il fluire di un’emotività che trova forza nella vocalità più che nella struttura sdrucciolevole della canzone: cosa importa di scrivere strofe della giusta lunghezza e ritornelli incisivi, quando nella faglia della voce nascondi il proliferare di timbri, sfumature e colori che, per una volta, riescono a mostrare all’ascoltatore che i dosaggi giusti sono fatti solo per gli amatori e gli improvvisati del settore? Chi ha dentro cose da dire che sfuggono alla prassi dell’artigianato non può che rifuggire l’anonimato delle strutture; il testo di “Fantastico” è un passo a due costruito con poche cose perché bastano “acqua e polvere” per generare il cemento, e se anche provi a dissezionarlo (come piace fare a quelli bravi nelle recensioni) fallisci: il nuovo singolo di Bianco e Fabi è un corpo unico che cresce e lievita, per poi sgonfiarsi e riempirsi ancora di nuovo ossigeno appena i due scambiano i ruoli; il risultato finale è un mantra ossessivo che racconta la coriacea fragilità delle piccole cose, la resistenza disperata delle anime belle e la leggerezza della profondità (quella, insomma, che non è superficialità). Poche, appunto, essenziali virtù che determinano il successo di un brano che è poesia, e che ha trovato i suoi giusti interpreti nei due principali esponenti, in un mondo di cantautori, della resistenza d’autore italiana.


COSMO
La terza estate dell’amore

Nella giornata più infernale della mia personale storia di recensore implacabile (raga, ma siete pazzi? Ma vi siete messi d’accordo per rendere venerdì 21 maggio il black friday della discografia italiana? Il “Fuori tutto” della scena piùomenoindipendente?), Cosmo mi ha rivelato la più grande delle verità – che già conoscevamo tutti, ma che detta da lui fa ancora più impressione. Nell’era in cui tutti sembrano avere una fame d’aria insaziabile che porta anche l’artista più silenzioso a dover far rumore per compensare la propria paura di “scomparire”, il producer piemontese decide di prendere la via del mutismo selettivo per mesi e mesi e mesi e mesi per poi tornare così, de botto, senza senso con un disco che è una molotov; e potrei anche tacermi qui, e rimandarvi all’ascolto di “Antipop” per darvi un’idea di cosa pensi del lavoro del successo inseguito da tanti, sì, ma di certo non da Cosmo, che al massimo dal successo deve scappare per l’infatuazione che il pubblico prova sin dagli esordi per la musica di Marco. Musica che è illegale, perché “il suono della gente che fa l’amore” sembra essere solo un lontano ricordo racchiuso nella memoria di chi ha saputo preservarsi dalla pornografia di un presente che della musica sembra poter fare a meno; Musica che è vele al vento, preghiera sommessa di chi invoca la tempesta per riscoprire derive lontane e mondi sconosciuti, Americhe lontane e smarrimento di ogni certezza “senza mappe né padroni”; Musica che punge senza un perché, perché i perché servono solo a chi necessita di scuse per fare quel cazzo che gli pare: “correre mezzo nudo dietro qualcosa che sai solo te” è la risposta che Cosmo dà a tutta la fabbrica musicale italiana. Perché una fabbrica, anche se musicale, resta una fabbrica.


SVEGLIAGINEVRA
Le tasche bucate di felicità

Quando esce il tuo disco preferito e lo sai già, che sarà il tuo disco preferito, parlarne diventa difficile, per diversi motivi. Il primo motivo, certamente, risiede nell’impossibilità di un distacco emotivo che, sono onesto, nel caso del disco d’esordio di svegliaginevra mi risulta quanto più difficile da mantenere; sì, naturalmente questo potrebbe (e dico potrebbe) inficiare l’obiettività del giudizio, ma per quanto il mio cuore sia uno zingaro (nessuno si offenda: è una banale e innocua citazione dal repertorio leggero italiano) raramente, quando mi innamoro davvero, mi innamoro a caso. Il secondo, di motivo, è che queste canzoni, queste melodie, queste sensazioni e questi amori che Ginevra racconta con un filo di voce che è diventato, nel giro di questi ultimi due anni, un fiume in piena (e deliziosamente in pena), sono anche i miei, di amori; anime affini, le nostre, che hanno saputo riconoscersi sin dal primo ascolto, perché Ginevra parla al cuore e il mio cuore, per quanto dotato di un orecchio reso sempre più atrofico dal chiasso di sentimenti nel traffico, aspettava da tempo la voce di Ginevra. “Le tasche bucate di felicità” è un’esodo in dodici tracce; una fuga da un presente che non ci prepara alla bellezza, ma che quando la bellezza arriva te la sputa in faccia e tu, con le tue mani di carta, non sai come avvolgerla. Masticatevi questo disco, maciullatelo nelle vostre cuffie, in macchina e sotto la doccia; fatelo a pezzi, e fatene a pezzi i pezzi: disseminatene i resti nelle case altrui, per le strade, nei cortili. Scoprirete che ogni minima parte di “Le tasche bucate di felicità” è un nucleo irriducibile di sincerità autentica, e che per quanto possa essere scissa e separata dall’insieme non smetterà di farne parte, e di anelare ad una completezza che già contiene. Seminate queste parole nei vostri giardini, lanciatele in pasto al traffico dei vostri, di cuori, e in mezzo all’oceano di rumore che ci circonda da troppo tempo; ne nasceranno fiori bellissimi, meravigliosi silenzi e nuove correnti, capaci di tornarci a dimostrare l’importanza del naufragio quando “andare a fondo” significa profondità, e non morte. Tutto, con la leggerezza di chi nella voce porta l’equilibrio del funambolo e il brivido della caduta: sempre ad un filo dall’abisso, sì, ma rimanendo ben più di tre metri sopra il cielo.

FLOP

FLOP di oggi per tutti e per nessuno. Raga, ma come si fa a pensare che abbia ancora così senso buttare fuori musica che non si ha modo né tempo di ascoltare, perché una settimana non basta e tra una settimana gli stessi artisti usciti oggi sono già a pensare a come bissare il flop della precedente pubblicazione? La musica ha bisogno di attenzione e di tempo. Basta con le ansie. Oggi più di trecento uscite, alcuni artisti emergenti li avevo ascoltati l’ultima volta giusto un paio di settimane fa. Che senso ha tutto questo, se non frammentare ancora di più una scena già sovraffollata facendo il gioco di un mercato sempre più impegnato a professare il proprio “divide et impera“? Sottraiamoci a tutta questa liquidità. Stiamo perdendo ogni forma, e i contenitori sembrano essere sempre più stringenti.

SEZIONE VIVAIO

Di fronte al nuovo che avanza ritrarci non è più possibile, se non assumendocene le pesanti responsabilità generazionali; ecco perché abbiamo bisogno oggi di dedicarci ai polmoni di domani, che hanno bisogno di ossigeno e di speranza. Nasce per questo la “Sezione Vivaio”, con le nostre segnalazioni dei più interessanti emergenti di giornata: solo i migliori fiori che la gioventù, come direbbe Fossati, fa ancora crescere per le strade.

MURDACA, Come si fa

Murdaca ormai è una sicurezza per chiunque abbia un minimo di interesse, ad ogni nuovo venerdì, nel preservare la propria malridotta fiducia nel futuro della musica italiana. Non sono esagerato, lo giuro; Samuele ha fin qui tirato fuori tre singoli che, messi in fila, restituiscono all’ascoltatore un’idea piuttosto precisa della poetica dell’artista lombardo. “Identikit” prima e “Sabbie mobili” poi avevano dimostrato alla scena l’emergenza poetica di un emergente diverso, e ben deciso a parlare di sé con parole nuove e, per una volta, lontane dalla retorica da playlist; “Come si fa” inspessisce il reticolo aggiungendo all’identikit (cit.) sommario di Murdaca ulteriori riflessi di luce, che affondano le radici nell’auto-riflessione e nella ricerca personale. Murdaca ha capito che il domani, se esiste, ha un cuore antico e che l’equilibrio dei grattacieli è dettato dalla struttura delle fondamenta: in “Come si fa”, Samuele raccoglie il suo ieri senza ombra di nostalgia, ma con lo sguardo dritto e aperto sul futuro. Un passo in più verso una consapevolezza artistica che sembra essere, davvero, a portata di mano.

AIGI’, Piazzale Michelangelo

Aigì è un cantautore atipico, perché allergico a schemi e definizioni che altro non farebbero che ridurre la portata della sua scrittura. Avevamo avuto modo di apprezzare Antonio con “Notte sul pianeta Terra”, giusto qualche mese fa: un brano lirico, sognante e disperato che, nella scelta delle parole, sembra restituire all’ascoltatore la sensazione di trovarsi di fronte ad uno strano ibrido, un po’ diesel un po’ benzina, pronto a far la spola tra tradizione e novità. Ecco, “Piazzale Michelangelo”, oggi, sposta il baricentro – e con passo deciso – verso l’It-pop, sì, ma mantenendo un afflato autorale che determina la cifra stilistica di un progetto convincente perché sfuggevole ad ogni forma di definizione. Aigì costringe l’ascoltatore a rimandare, ogni volta, il giudizio: sembrano essere troppe le anime che convivono nell’artista calabrese, per poter essere rinchiuse in un distico di brani che, così confidiamo, presto sapranno darci altri spunti di riflessione, confermando la versatilità di una penna poliedrica e squisitamente polimorfa.

MARTA TENAGLIA, Alda Merini Centravanti

Interessante anche il ritorno di Marta Tenaglia, che muovendosi tra sonorità elettronica e scrittura autorale, dedica il proprio singolo a sé stessa con la rabbia del manifesto e della confessione rabbiosa. Non esistono filtri utili a moderare la spinta propulsiva di una sincerità che si fa incendio, ricordando così la caustica scrittura dell’indimenticata poetessa a cui il brano è, in qualche modo, dedicato. Ottimo ritorno per una delle nuove protagoniste annunciate della scena musicale italiana. Femminile e non: è il momento di mettere da parte un certo tipo di retorica che continua a confinare, per negativa affermazione, seguendo parametri che con la qualità della musica, spesso, hanno ben poco a che fare.

GIOVANNI CARNAZZA, LEANO’, Inutili parole

“Inutili parole” che diventano ben meno inutili di fronte allo squarcio in mezzo al petto che la voce di Giovanni Carnazza pone di fronte allo sguardo (e all’orecchio) dell’ascoltatore, con il contrappunto deliziosamente retrò offerto dalla vocalità struggente di una Leanò in grande spolvero; il testo non ha bisogno di grandi artifici musicali per affermare la pregna e densa leggerezza di una poesia piccola piccola, da custodire nel taschino più vicino al cuore. Uno spazio, nell’inferno discografico del venerdì, che inferno non è e che aiuta a calmare con malinconica nostalgia quest’insanabile e incolmabile mancanza di bellezza che attanaglia il quotidiano.

BENESTARE, A presto

Chi segue il mio bollettino sa che ci sono artisti per i quali nutro un interesse particolare, in virtù di variabili impazzite (come il gusto e la moda) che, nella musica di Benestare, trovano la coerenza delle costanti. Benestare cambia toni ma non linguaggio, switcha i propri vestiti ma non rivoluziona la sua estetica, utilizza parole diverse ma non rinnega la sua poetica: “A presto” è una hit che non sente il bisogno di definirsi tale, sorretta da una produzione vintage nel modo giusto. Gli anni Ottanta alla ribalta, come ormai siamo abituati ad ascoltarli, ma senza l’ansia di successo che caratterizza tante proposte emergenti di oggi.

YAYANICE, Mezcal

Già il titolo fa salire i fumi dell’allucinazione; il brano, poi, avvinghia a una catena che non allenta le sue maglie per tutti i tre minuti di “Mezcal”, il nuovo singolo per LaPOP del duo Yayanice. Echi di Myss Keta che fanno salire la voglia disperata di dancefloor che allaga il pensiero di tutti, grazie ad una produzione che spinge in modo giusto sulle basse rendendo il testo della canzone un mantra ossessiva che, in modo inequivocabile, obbliga tutti ad uscire dalle proprie cuffie per sedersi al bancone del primo bar sotto casa. La festa, ovviamente, la porta Yayanice.

CARAVELLE, Hawaii

Buon ritorno anche per Caravelle, che con un brano che ricorda un po’ Neffa un po’ Tricarico (che inedito duo, eh?) scalda le polveri dell’estate in “Hawaii”. Il testo non è male, anzi: buoni gli incastri ritmici e la scelta delle parole, magari con un po’ più di audacia certe immagini sarebbero potute essere ancora più efficaci; poco importa, “Hawaii” ti mette addosso la voglia di partire con la persona amata e, in fondo, un po’ di sana leggerezza non può che farci bene in vista di un’estate che – così confidiamo – possa rilanciare in tutti la voglia di stare bene che questo biennio maledetto sembra averci strappato via dal cuore.

GRANATO, La giostra

I Granato sembrano essere ormai diventati una costante importante del mio bollettino del venerdì; il motivo, a dire il vero, è semplice: per uno che, come me, è cresciuto con le sonorità oscure della dark wave italiana, sospeso tra Battiato e i Matia Bazar, la musica del duo non più che avere l’odore (che belle sinestesie che sa regalare la musica) di casa. “La giostra” è un brano compatto, con una direzione artistica e (dato, questo, ancor più importante) coerente con quanto fatto fin qui dai Granato: “dire nulla”, direbbero loro, “è come dirsi tutto”; forse, è la stessa cosa che potrei dire io di questa impalpabile recensione che, per merito dei Granato, non può certo supplire all’ascolto di un brano gioiosamente tragico.

PORTOBELLO, Il senso della vita

Ve lo racconta Portobello, il senso della vita. E lo fa con una scrittura sentita e vibrante, che evita come la peste la retorica pericolosamente offerta dall’argomento scelto e riesce ad intelaiare, tra le trame efficaci del suo nuovo singolo, riflessioni su sé stesso e sull’esistenza che in fondo si legano, senza pretese di farlo, al disagio di tutti. “Il senso della vita” è un brano d’autore che respinge l’autoreferenzialità dell’intimismo facendosi mantra collettivo. Il senso della vita sta sulla punta delle dita, nelle risposte che sono domande e in risultati che non possono che essere provvisori; un apologia del dubbio che sa di grido di aiuto e, insieme, salvagente per tanti.

RADIO DAYS, Rave on! (album)

Dio mio, che fotta che mi fanno salire i Radio Days, che voglia matta di uscire per strada vestito da drugo per prendere a sprangate i lampioni. Che ve devo dì, il rock’n’roll (sopratutto quello di stampo brit) mi fa salire questo moto interiore disordinato e caotica, ricordandomi allo stesso tempo di essere vivo – lusso, questo, che va difeso a spada tratta. Il nuovo disco della band italiana fa saltare dalla sedie chiunque non abbia un bidone della spazzatura al posto del cuore, ma che dico, anche se hai un bidone della spazzatura al posto del cuore alla fine salti dalla sedia e dai fuoco al bidone. Almeno, io l’ho fatto. Dieci micce che aspettano solo di essere accese per esplodere come bombe. Basta premere play, provare per credere.

THE MONKEY WEATHER, Noè

Ottimo ritorno anche per le scimmie più rock della scena, che con “Noè” offrono a tutti la possibilità di salvarsi dal naufragio dell’ennesimo venerdì a bordo di un’arca fatta di distorsori e ghigna acida, a metà tra Marlene Kuntz (quelli dei tempi d’oro, s’intende) e Verdena. Il testo si fa caustico invito al carpe diem, utile a ricordarci l’importanza di vivere il nostro tempo. Il domani è qua, vieni a prenderlo: ti accompagna, come Noè, The Monkey Weather.

SIRENTE, Come un venerdì

Buon pezzo quello dei Sirente, che dopo l’esordio con “Vivi a domani” tornano a farsi sentire con “Come la notte”; testi intelligenti nell’ammiccare ad un certo tipo di mainstream, sorretti da una robusta produzione di stampo it-pop (di ottima fattura, c’è da dirlo) che permette al brano di involarsi verso un livello radiofonico interessante. Resistono forse, ad un ascolto più puntiglioso, un po’ troppe tracce di cose già sentite (dal buon Tommy Paradise ai compianti Canova), ma nel complesso il brano non si può dire che non giri. Anzi.

 

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