“LA FELICITA’ BISOGNA PERDERLA PER RENDERSI CONTO CHE è LI'”: IL NUOVO POSTO FELICE DI SVEGLIAGINEVRA

 
25 Maggio 2021
 

Parlare di Ginevra, lo dicevo nel bollettino di settimana scorsa, è per me allo stesso tempo facile e difficilissimo.

Facile, perché parlare di “Le tasche bucate di felicità” – anche detto “la mia personale scommessa sul miglior disco d’esordio del 2021 (Premio Tenco, leggici)” – è un gioco da ragazzi; dodici tracce dense, immediate senza perdere in ricercatezza d’immagini, radiofoniche senza l’esigenza di esserlo: un successo qualitativo e quantitativo che merita l’attenzione del pubblico, sì, ma anche di una critica che sappia raccontare con parole nuove – dopo averle comprese – le forme e i linguaggi della Nuova Canzone; un’autorialità nuova, che pretende per sé stessa un trattamento diverso da quello riservato ai tre quarti delle nuove proposte italiane. C’è uno stile, in Ginevra, che fa della sua musica qualcosa di tanto “identitario” da pretendere, per le sue canzoni, l’epiteto “d’Autore”, tanto più in un mercato, come quello attuale, sovraffollato di cantautori. Musica che va tutelata, e incoraggiata; musica che ci permette di poter riflettere su ciò che oggi possa essere definito davvero “Canzone d’Autore” senza farci prede facili di affrettati giudizi o pericolosi nostalgismi.

A pochi giorni dalla dipartita terrena di Franco Battiato, resto convinto che il maestro siciliano viva nella volontà di chi, ogni giorno, continui a difendere la Sua idea di bellezza e libertà; chi parla oggi di Canzone d’Autore, ha la responsabilità storica di non poter sbagliare parole, pena l’estinzione di una Storia che vive nel futuro, di una tradizione che necessità fluidità (ed elasticità di giudizio). Chi parla di Canzone d’Autore, oggi, ha il dovere di liberare le canzoni dalle cripte asfittiche di chi non riesce a comprendere fino in fondo la trasformazione del nostro tempo, il dovere di tenere in vita Battiato rincorrendo l’avanguardia liberi di schemi vetusti e di passate retoriche. “Mandiamoli in pensione i direttori artistici, gli addetti alla cultura”; ecco fatto.

Per questo ritengo sia difficile, allo stesso tempo, parlare di “Le tasche bucate di felicità“. Sono appuntamenti con una Storia Che Sarà che oggi paiono incombenti e minacciosi. Sbagliare parole, come detto, è facilissimo; e io lo so, eccome. Per questo, lascio parlare lei e mi siedo ad ascoltarla. Volentieri.

Ciao Ginevra, che bello poterti intervistare su “Le tasche bucate di felicità”, il tuo disco d’esordio. Una gestazione importante, un processo in continuo divenire che ti ha portato ad un album che forse non immaginavi così, quando sei partita. Oppure sì?
Ciao Manuel. No Assolutamente, mai avrei immaginato di arrivare a questo disco con queste 12 tracce. Ho scritto canzone dopo canzone, costruendo e direzionando di volta in volta la mia identità artistica. Sono partita con “senza di me.’’ e ho chiuso il cerchio con “Elastico’’. Sono cambiata, sono cresciuta ma infondo sono rimasta la stessa.

“Le tasche bucate di felicità”: solo il titolo del disco, di per sé, sa di dichiarazione poetica. Questa felicità, l’hai trovata? Hai provato a custodirla e ti è scivolata via? Oppure, è che a volte la felicità bisogna perderla, per capire di averla avuta sempre in tasca? Perdona il mio brainstorming: la colpa è del tuo disco…
Ho provato a custodirla troppo tardi. Sì, la colpa è decisamente del disco, dove racconto tutti gli sbagli e le carezze, tutti i momenti che ho vissuto e che hanno segnato il mio modo di vedere le cose. Come hai detto tu, a volte la felicità bisogna perderla per rendersi conto che è lì, dove non guardiamo mai.

Un lavoro lungo, che nel tempo ha assestato il colpo trovando il baricentro equilibrato raggiunto nella totalità del disco. Hai selezionato molto? Immagino che non tutto quello che hai scritto si finito qui dentro. E ne approfitto anche per chiederti che rapporto hai con i tuoi brani, e quanto può essere faticoso, talvolta, rinunciare ad uno di essi, magari non inserendolo nella tracklist di un disco.
Sì, ho selezionato con fatica le canzoni che sono nel disco. Ho un rapporto a volte complesso altre volte no. Ci sono canzoni che scrivo quando sto così male che poi non ho neanche il coraggio di andarle a risentire. Oppure ci sono canzoni che preferisco tenere per me, soltanto per custodire quell’attimo che non voglio dimenticare. Le dodici tracce che ho scelto sono quelle più significative per me, quelle in cui sono riuscita a raccontare storie e dialoghi nel modo più bello che potevo.

“Senza di me.” è stato il tuo brano d’esordio, “Due” ha chiuso la tornata dei singoli pre-disco. Un percorso netto, senza sbavature e tante soddisfazioni in brevissimo tempo. A differenza di tanti, tu vieni da un percorso composito, che ti ha portato a sperimentare il “mestiere” della musica prima del tuo esordio sulla scena italiana; credi che oggi le tue esperienze pregresse ti stiano aiutando a gestire tutta la “pressione” del momento? Cosa ti ha lasciato in tasca, il passato?
Decisamente sì, la gavetta mi sta aiutando a gestire con più maturità e professionalità questo progetto. Ho ricevuto tanti no e adesso se ricapita, sono più tranquilla. Ho l’immensa fortuna di avere con me La Clinica Dischi, per il supporto, per il lavoro che tutti insieme stiamo facendo per ottenere il massimo e raggiungere i piccoli obbiettivi prefissati. Da “senza di me’’ al disco, ne abbiamo fatta di strada e siamo stati bravi a crederci tanto e ad arrivare passo dopo passo al primo tassello che è il disco stesso e che considero un bellissimo punto di partenza.

La tua scrittura, per quanto estremamente personale, risulta facilmente “comprensibile”; attenzione, non intendo dire che la tua musica sia “di facile lettura”, tutt’altro: i concetti che esprimi e le immagini che evochi richiedono una “digestione”, per essere afferrati del tutto. Penso però che, prima ancora di capirle, certe cose si visualizzano; trovo essere questo il più grande punto di forza della tua scrittura, l’essere così immaginifica. A volte ci si sforza a trovare sensi complicati e risposte artefatte a emozioni che ci prendono subito allo stomaco, facendoci scappare. Ho detto una frase che forse ben s’adatta anche con le tematiche trattate nel tuo disco d’esordio… Cosa ne pensi di tutto questo predicozzo?
Sì, è esattamente quello che cerco di fare quando scrivo canzoni. Proiettare immagini e far sì che l’ascoltatore si trovi nel punto esatto in cui ero io quando ho provato quelle emozioni. Io sono così, sono la persona più razionale che conosca, analizzo, cerco di capire, mi sforzo di trovare il modo più facile e diretto per dire quello che penso proprio per farlo capire a me stessa. Perché anche se sono molto brava ad aiutare e dispensare consigli per i miei amici, quando si tratta di me, mando all’aria giorni e giorni di riflessioni buttate al vento per un unico istante in cui sì, mi lascio trascinare dalla me iper-istintiva; da qui nasce “La moda di fare cazzate’’.

Mi sento anche di chiederti a questo punto – lasciami fare un po’ di gossip, via! – se le cose con “Simone” si siano messe a posto, e sopratutto se la scrittura abbia asservito bene alla sua funzione più terapeutica: ti ha insegnato qualcosa, questo disco?
Sì, è servita. Adesso non ci parliamo neanche più (momento di satira emotiva). Detto questo, il disco mi ha insegnato tutto quello che so adesso. Mi ha insegnato che la vita trova sempre il modo di sorprenderci e renderci felici, che il lavoro ripaga e che voglio scriverne almeno altri dieci.

Sono molto felice di averti intervistato. E ti ringrazio per questo bello scambio sul tuo disco d’esordio, che (come sai) rientra oramai nella ristretta cerchia dei miei album del cuore. Salutaci come ti pare, e se ti va, in questi tempi di dubbi amletici, facci una promessa che manterrai. E’ un impegno importante!
Grazie a te per la meravigliosa intervista. A tutte le persone che ascolteranno il disco, prometto che questo è solo l’inizio. Un grande abbraccio a tutti i lettori di Indieforbunnies.

 

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