“NON E’ UN DISCO D’APERITIVO, RICHIEDE IMPEGNO”: LA CHIACCHIERATA CON KETY FUSCO SULLA SUA ARPA ELETTRICA, L’ALBUM E IL TOUR

 
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21 Giugno 2021
 

Tante cose ho scoperto in quest’ultimo periodo. Nella mia clausura da lockdown, coprifuoco e poca vita sociale ho voluto spaziare i miei orizzonti musicali. Spulciando Spotify, andando nel profondo del suo catalogo, ho scoperto che Sì esistono artisti pazzeschi. E pazzesca infatti è Kety Fusco e la sua cazzutissima arpa elettrica. Sì, avete capito bene. Un’arpa che non rimane al suo stato classico, ma che viene elevata a qualcosa di inimmaginabile. Forse Kety non è l’artista del momento, ma è quella che tutti noi meritiamo. Per questo l’ho voluta intervistare.

Quali sono state le tue maggiori influenze musicali?
Vengo da un background classico, ho fatto il conservatorio. Fino ai vent’anni ascoltavo solo musica classica e metal (adoravo i Pantera!). Non sono matura a livello di ascolti, ma con questo mio progetto dell’arpa elettrica ho iniziato anche ad interessarmi al mondo elettronico, strumentale. Sto continuando a sviluppare i miei ascolti, in questo periodo sto entrando in una nicchia sperimentale con generi più impegnativi. Tutto collegato anche alla direzione dei miei prossimi brani.

Perché proprio lo strumento dell’arpa?
Io ho iniziato a suonare l’arpa da piccola, non era una scelta consapevole, ma un amore a prima vista. Facendo il conservatorio, ho capito di voler rimanere una musicista e con l’arpa classica vai poco lontano (a meno che tu non abbia otto anni e sia un bambino prodigio già ben inserito). Non è un mondo neanche che m’interessa quello delle orchestre. Ho scoperto l’arpa elettrica, l’ho presa e ho capito che sono l’unica che porta avanti questo progetto con una ricerca vera e propria quindi il mercato è libero. Ci sarà molto da esplorare, questo sicuro.

Cosa ti ha portato a passare dalla musica classica ad una musica più sperimentale?
Appena ho iniziato questo progetto, due anni e mezzo fa, subito ho avuto addosso etichette e tutte queste non mi hanno dato il tempo di capire che fare. Alla fine,  ho scelto di firmare con la Sugar. Con loro abbiamo cercato di capire il percorso del progetto, ma il problema è che nessuno lo sa e ci sono anche tanti che dicono tante cose diverse quindi alla fine mi sono detta che un Einaudi “wannabe” non voglio, non m’interessa. Quella è una cosa semplice, un pezzo facile che piace alle persone. Io vado oltre, oltre anche all’ascolto medio. Una ricerca di uno strumento un po’ dimenticato, in chiave moderna però. A me non interessa il lato commerciale, entri in un mondo in cui ci sono troppi compromessi e io voglio essere libera di fare la mia musica. Una strada complicata, ma molto soddisfacente.

Parliamo di “DAZED”: in una nota dici che era impensabile per te arrivare a compiere questo lavoro. Mi racconti il percorso di creazione?
Finito il conservatorio, mi sono ritrovata a soffrire di attacchi di panico e paure costanti. In quello stesso periodo ho conosciuto i Peter Kernel And The Wicked Orchestra con cui sono andata in tour. Durante i viaggi in furgone, mi mettevo a scrivere qualcosa di mio. Con il chitarrista della band abbiamo messo giù un piano per questo progetto, contando che io portavo dietro un bagaglio classico mentre lui un background punk-rock. Abbiamo voluto dare all’arpa una voce, far percepire l’arpa proprio come tale costruendo tutto attorno (io infatti non canto). Non è un disco d’aperitivo, richiede impegno.

In “Dive” collabori con Clap! Clap!, com’è stata questa esperienza?
Lui mi piace moltissimo, i suoni e il suo mondo mi hanno aperto. Lui mi aveva conosciuto da interviste che avevo fatto precedentemente. Molto semplicemente mi ha scritto, abbiamo un po’ parlato e mi ha chiesto di collaborare al suo brano “Rising Fire” e io ho subito accettato. Per me è un mito. Poi ne ho approfittato, gli ho fatto sentire un mio pezzo e gli ho chiesto se voleva partecipare perché volevo i suoi suoni molto particolari.

Perché “Gnossienne N.1”?
Ho scelto questo brano perché già lo suonavo con l’arpa classica. Mi piaceva un sacco Erik Satie, anche se si suona principalmente per pianoforte. Ma io ho sempre adorato il filone ottocentesco francese, Debussy e Ravel tra i miei compositori preferiti. Ho quindi preso questa decisione perché potevo divertirmi e sperimentare come volevo. Avevo anche pensato di aggiungere delle percussioni, ma sarebbe diventato qualcosa di più “tamarro”.

Per quanto riguarda il tour, più di 80 concerti in alcuni dei festival più prestigiosi e famosi d’Europa (molti sold out). Come ti senti quando intraprendi un tour? Qual è il lato positivo per te dei concerti e quale quello negativo? 
Il primo tour che ho fatto, due anni fa, è stato strano. Ero fresca, erano i miei primi concerti. Il primo era un festival metal ed ero stata tanto apprezzata (ai metallari questo tipo di cose piace). Questo progetto è delicato, all’interno di festival i promoter certo che fanno fatica. Però devo dire che sono sempre riuscita a combinarmi bene con tutto (dal rock a qualcosa di più ricercato). Mi sono sempre ritrovata in situazioni giuste, senza sentirmi fuori luogo sia nei festival che a concerti singoli.

Com’è stata l’esperienza per l’ONU?
LONU è arrivato proprio così (un po’ come la data al Montreux Jazz Festival): un giorno mi chiama il mio booker e mi dice che avrei suonato per loro all’interno di un festival con anche Patti Smith e Ben Harper. C’era proprio un piano: prendere gli obiettivi dell’organizzazione e contestualizzarli a livello artistico nella performance. Ho parlato con loro, ho raccontato la mia esperienza in un paesino a 1700 metri dove ho una roulotte (un posto sperduto in mezzo alle montagne) e ho spiegato come la biodiversità montana è importante preservarla. Tutto questo arrivando a suonare su un pendio, al tramonto (e il sole scende giù velocemente quindi dovevamo correre). È stata veramente una soddisfazione!

Vorresti raggiungere il grande pubblico magari facendo qualcosa di più commerciale o preferisci continuare su questa linea?
In realtà non sono chiusa mentalmente da dire che non faccio a prescindere una cosa. Se qualcuno mi chiede una collaborazione che trovo artisticamente interessante, e non per i numeri, allora la prendo in considerazione. Il pubblico del commerciale non è il mio pubblico.

Per citare una canzone dei Lunapop, cosa ti aspetti dal domani?
Sinceramente spero di riuscire a continuare a vivere della mia musica. Mi piacerebbe suonare alla Royal Albert Hall, riempiendo la sala con la mia musica e le mie note. Poi sto anche lavorando ad una libreria di suoni di arpa, non tradizionali. Rumori veri e propri. Mi piacerebbe pubblicare questa libreria e collaborare con qualche produttore che ne possa fare qualcosa di speciale. Ora parto per il tour (che farà tappa anche in Italia), che sarà piuttosto impegnativo e nel mentre continuo a scrivere i miei brani.

Una serie di concerti per tutta la Penisola che consiglio vivamente di andare a vedere e sentire, perché miei cari lettori quello che fa Kety Fusco non lo fa nessuno. E quindi potrete dire, come sempre, “io c’ero quando ancora suonava in piccoli posti ed eravamo in pochi a sentirla”.

Ecco le date (in aggiornamento):
16/07 Singolare Femminile – Valdagno IT
8/08 Suoni Controvento – Sigillo IT Suoni Controvento
9/08 Il Cielo Tuscolo – Roma IT
15/08 Locus Festival – Bari IT Locus festival

 

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