IN QUESTI BRANI CONVIVONO LE DILATAZIONI SHOEGAZE, LE ALLUCINAZIONI DELLA PSICHEDELIA, IL RIGORE DEL POST-PUNK: MARIO LO FARO CI PARLA DEL NUOVO ALBUM DEI CLUSTERSUN

 
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12 Luglio 2021
 

Si dice spesso che il terzo disco di una band sia il più difficile. Se davvero le cose stanno così, beh, i siciliani CLUSTERSUN hanno superato l’insidioso ostacolo in modo egregio a dire poco. L’anima shoegaze si slabbra, tirata per la giacca da intense pulsioni psych che generano scintille roventi pronte ad accendere fuochi tempestosi. Se riuscite ad immaginare uno space-rock che faccia da colonna sonora a un furioso road-movie nel deserto, beh, in parte avrete colto il sound della band. Tra Kyuss e The Black Angels, tra ipnosi e ferocia, tra stordimento e rabbia: suoni imponenti che entrano dritti al cervello. Con queste premesse potevamo farci scappare una chiacchierata con Mario Lo Faro?

Ciao Mario, allora…il famoso terzo album…ma è davvero lo scoglio più difficile come si dice?
Sicuramente la terza prova discografica finisce per rappresentare un check point decisivo all’interno di una parabola artistica; uno snodo da cui è lecito, se non doveroso, attendersi messa a fuoco, maturazione, consapevolezza di sé stessi e del proprio percorso. Quasi come una cartina di tornasole, in grado di consolidare certezze o sgretolarle, nel bene e nel male. E indubbiamente da questo può derivare una discreta pressione, come è giusto che sia quando ci si presenta davanti a un bivio cruciale. Fortunatamente viviamo il tutto con grande tranquillità, o meglio con una buona dose di sana incoscienza, e risultiamo impermeabili a potenziali rischi di “sindrome da esame”. In questo caso, anzi, siamo approdati alla fase creativo-produttiva con un’urgenza e una motivazione forse mai così indomabili, e tutto è venuto fuori come in un flusso naturale, necessario e liberatorio.
Il vero scoglio, più che altro, si è rivelato finalizzare l’album in questi tempi difficilissimi di pandemia, tra ostacoli pratici e incertezze sugli scenari per le prospettive sulla musica dal vivo. Ma siamo riusciti a venirne a capo, nonostante tutto.

Ma, dopo aver passato (come tutti) un periodo terribile terribile tra pandemia e lockdown, quanto può essere terapeutico sentire scorrere l’emozione per la recente pubblicazione di un nuovo album?
Enormemente terapeutico, una vera panacea. Da oltre un anno viviamo tutti la routine anestetizzata del lockdown e per quanto riguarda in particolare una band o chiunque sia attivo nel mondo dello spettacolo, la privazione dalle occasioni di contatto con il pubblico è stata un colpo fatale, di impatto devastante dal punto di vista non solo economico, ma anche motivazionale ed emotivo. Ecco, in attesa di tornare finalmente a calcare i palchi, uscire oggi con un nuovo album rappresenta una scarica di adrenalina fortissima e benefica, un risollevare la testa con fierezza per infrangere il clima di negatività e sospensione che ci ha avvolto da marzo dello scorso anno. Il brivido di nuove canzoni da condividere e la gioia di essere travolti da riscontri così entusiastici e importanti, già in questi primi giorni dalla release, non ha davvero prezzo e ci gratifica davvero tanto.

Sembra che la band abbia davvero consolidato alla perfezione l’equilibrio musicale emerso con il secondo album: meno shoegaze “classico”, ma più suoni imponenti e fisici. Lo definirei una specie di psych-gaze mai così “muscolare”. Che ne dite?
Sì, siamo decisamente in controtendenza rispetto al percorso canonico che vede esordi discografici incendiari seguiti da un progressivo virare verso approcci meno furenti e più riflessivi. Infatti i brani del nostro primo album, “Out Of Your Ego”, erano caratterizzati da atmosfere più eteree, rarefatte, dreamy, pur se tendenti all’oscurità. Con il secondo LP “Surfacing To Breathe” abbiamo iniziato a plasmare suoni più impattanti e densi, lasciando che la componente psych e space portasse il nostro shoegaze verso territori maggiormente aspri e potenti. Adesso con “Avalanche” il balance sonoro si è sicuramente spostato in direzione di una ulteriore aggressività e immediatezza muscolare, come hai sottolineato; allo stesso tempo sentiamo di aver trovato una dimensione assoluta di autenticità sonora ed estetica. In questi 8 brani convivono le dilatazioni shoegaze, le allucinazioni acide della psichedelia, la furia ed il rigore del post-punk, tutto miscelato per colpire più forte possibile: “psych-gaze siderale” leggevamo in una delle ultime recensioni di “Avalanche”, ed è una definizione nella quale ci ritroviamo totalmente.

Agli esordi i CLUSTERSUN musicavano sogni, oscuri, certo, ma non sempre dagli spigoli taglienti, ora invece sembra che i sogni siano diventati incubi. La pandemia non ha influito sulla vostra scrittura dei brani, eppure sembra proprio che questo disco possa essere perfetta colonna sonora di tempi così terribili.
Dici bene, la scrittura dei brani si è conclusa ben prima che scoppiasse questo finimondo e ci ritrovassimo tutti a fronteggiare una realtà bloccata e claustrofobica. Ciononostante le atmosfere evocate dall’album si adattano perfettamente alla sensazione di stallo che molti di noi hanno forzatamente vissuto in prima persona. Il nostro percorso creativo ci ha inevitabilmente e potentemente condotto verso territori più intimi e oscuri della nostra esistenza, ponendoci come obiettivo lo sviscerare, questa volta senza alcun compromesso, sentimenti umani spesso mal celati, quali la solitudine, l’angoscia e l’ossessione. Sogno e incubo si sviluppano da una stessa matrice; in ogni sogno si cela un incubo e ogni incubo porta in grembo un sogno. Qualunque sognatore dovrà prima o poi confrontarsi con i propri demoni per trovare la forza di continuare a sognare.

Quanto e come James Aparicio ha contribuito in questo disco?
Il ruolo di James è stato decisivo. Conoscevamo il lavoro eccezionale che aveva svolto con Spiritualized, Mogwai, Depeche Mode, Liars, Throw Down Bones, Cult Of Dom Keller e da ultimo abbiamo adorato la sua produzione per “Kykeon”, l’ultimo album dei nostri amici Rev Rev Rev. Quindi non appena completata la scrittura dei brani di “Avalanche” lo abbiamo voluto fortissimamente per affidargli mix e mastering, certi che li avrebbe fatto suonare potenti ed esplosivi come li avevamo pensati. Ed in realtà le nostre aspettative, già altissime in partenza, sono state addirittura superate, e di gran lunga. L’interazione con lui si è rivelata quanto di piacevole potesse esserci: è paziente, veloce, preciso, aperto al confronto, lavora con metodo ed etica ferrei ed è anche un gran simpaticone! Noi gli abbiamo mandato le tracce dei brani senza la benché minima indicazione o riferimento, a testimonianza della fiducia cieca che riponevamo nella sua sensibilità: aveva carta bianca. Dopodiché ci ha lasciato semplicemente a bocca aperta: già al primo passaggio di ognuno degli otto mix i brani erano lì al 99%, rimanevano soltanto da effettuare limature minime. Quello che più ci ha impressionato è il modo in cui è riuscito a restituire il senso, l’atlmosfera e lo spirito non solo dei pezzi, ma di noi come band e della nostra attitudine live.
Senza giri di parole, James è uno che fa la differenza.

La copertina del disco mi piace moltissimo. La interpreto sempre come onde sonore, fitte ma che poi sanno dilatarsi. Da dove viene questa immagine?
Queste parole ci fanno davvero piacere, perchè assieme a James, l’altro grande “nume tutelare” di questo album è proprio l’autore del dipinto raffigurato in copertina: Marco Baldassari, tastierista e membro fondatore dei Sonic Jesus, nonché artista ispiratissimo. È stato tramite la passione per i Sonic Jesus, infatti, che abbiamo scoperto la produzione pittorica di Marco, rimanendone totalmente affascinati. Così gli abbiamo inviato il master di “Avalanche” pochi giorni dopo averlo ricevuto da James, per chiedergli di poterlo “vestire” con un’opera tra quelle che aveva già realizzato e che sentiva potesse rappresentare visivamente al meglio il disco. Marco invece ha schiacciato play, ha preso tela e pennelli e ha dipinto di getto questa opera meravigliosa e potente, lasciandosi ispirare dal flusso sonoro dei brani di “Avalanche”. Appena ci ha mandato la foto del quadro l’emozione è stata indescrivibile: avevamo la copertina perfetta! Peraltro la chiave interpretativa che ne hai dato è davvero azzeccatissima: ci fa venire in mente un’analogia con le onde radio della pulsar raffigurate sulla mitica copertina di “Unknown Pleasures” dei Joy Division. Allo stesso tempo hai colto perfettamente il senso che Marco stesso ha voluto esplicitare accompagnando l’opera con queste parole: “L’origine è il silenzio, un suono sordo e l’incanto dell’imminente frastuono. Successivamente le vibrazioni coprono quello che realmente si cela dietro la valanga, mentre il sole cerca di scaldare, sciogliere. Ed è così che si intravede la chimica della musica nella chimica dell’immagine”.

A centro disco troviamo la title track, vero proprio punto focale dell’intero lavoro. Adoro quel crescendo sonico che poi sfocia nella deriva musicale finale. Un brano bellissimo che dimostra come, ora, una componente visionaria e lisergica sia davvero centrale nel vostro progetto. Che ne dite?
Per noi “Avalanche (Legion 5)” rappresenta il culmine della nostra evoluzione e la perfetta istantanea della musica dei CLUSTERSUN. Le atmosfere lisergiche, le dinamiche sempre più elaborate, i suoni taglienti come lame e possenti come macigni, il crescendo finale. Trovarsi a vagabondare per il deserto, bruciati dal sole e in preda a visioni, avendo deciso di abbandonare tutto per cercare se stessi alla fine dell’arcobaleno. Sarà un vortice di chitarre tonanti e ritmi ossessivi a condurci alla meta?

Il finale del disco mi riserva ogni volta un brivido di piacere. Giocate sulla contrapposizione di “Sinking In To You”, dal forte sapore malinconico e avvolgente, con la scheggia impazzita di “Scar”, deragliante e fuori controllo. Finire il disco con un pezzo così sembra quasi mettere in guardi l’ascoltatore che la tempesta è tutt’altro che finita e che non è tempo di “deporre le armi”. Sbaglio?
In generale ci piace moltissimo enfatizzare i contrasti, giocare con le dicotomie; ed è una logica che applichiamo non solo all’interno dei singoli brani ma, appunto, pure nella tracklist. Ci è sembrato efficace chiudere l’album con una carrellata tra gli estremi, che facesse rimbalzare l’ascoltatore dal languore malinconico e disperato di “Sinking In To You” alle rasoiate furenti di “Scar”. Sì, è un pò il nostro modo per ribadire come le tempeste forse non finiscano mai davvero, e che l’unico modo per fronteggiarle, e vincerle, sia farsi trovare quanto più pronti possibile.

“Closer/Deeper” è una canzone assolutamente claustrofobica e terrorizzante, sembra proprio di essere in un vortice che risucchia. Ogni volta che la sento mi vengono in mente certi scritti di Edgar Allan Poe…
È un riferimento che calza alla perfezione, il ritmo e lo sviluppo melodico ripetitivo destabilizzano l’ascoltatore ma allo stesso tempo lo attraggono, come un incantesimo che ci tiene incatenati ma di cui non possiamo più fare a meno. Un altro brano dalle caratteristiche simili, ma ancora più graffianti, è “Barricades”. Non a caso entrambi i brani hanno preso forma da un’unica infuocata sessione di prove.

Grazie ancora ragazzi per la vostra disponibilità. L’anno scorso avevate realizzato una cover dei Soft Moon, “Far“, per trasmettere quanto tutti noi fossimo lontani dalla realtà. Ora, un anno dopo, per descrivere la nostra situazione, che cover vorreste fare?
Ripensare alla cover di “Far” è davvero straniante: è già passato un anno da quando, nostro malgrado, cominciavamo tutti a familiarizzare con il surreale contesto del distanziamento sociale e dell’isolamento forzato. Approcciarsi a quel brano fu una medicina e un istinto di reazione allo stesso tempo, un riaffermare che la musica e la creatività in genere racchiudono sempre le risposte alle nostre istanze, anche e soprattutto nei momenti più critici. Oggi, mantenendo questo stesso spirito, e potendolo applicare ad una realtà in cui si intravede, finalmente, la proverbiale luce in fondo al tunnel, un brano perfetto e davvero significativo da reinterpretare potrebbe essere “Life Song” dei Black Angels, il cui messaggio è semplice ma fortissimo: quando si celebra la morte, si celebra pure la vita. Quindi deve esserci, e ci sarà sempre, spazio per la speranza; anche se si attraversano tempi oscuri, ostili e maligni come quelli che abbiamo vissuto tutti in quest’ultimo, surreale, anno.
Grazie a te per questa bella chiacchierata!

Credit Foto: Simone Conti

 

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