SUFJAN STEVENS
La Top 10 Brani

 
13 Luglio 2021
 

Uno, nessuno, centomila Sufjan Stevens. Neppure il tempo di metabolizzare progetti corposi come “The Ascension” o “Convocations” ed eccolo tornare in coppia con Angelo De Augustine in “A Beginner’s Mind” uscita prevista il prossimo 24 settembre (qui la news). L’atmosfera acustica e carezzevole dei primi due brani incuriosisce e fa venir voglia di rispolverare “vecchi” album e dolci ricordi. Ottima occasione per tuffarsi nel passato remoto e recente di Mr. Stevens con una TOP 10.

10. Meditation X
2021, da “Convocations”

L’elaborazione del lutto in cinque parti. Quarantanove brani, tutti strumentali di matrice ambient / elettronica, una mole di musica imponente arrivata a stretto giro di posta, in appena un mese. “Convocations”: un progetto che lascia storditi, affascinante ma faticoso. “Meditation X” dal primo capitolo “Meditations” è il primo passo verso l’ignoto.

9. Incantation VIII
2021, da “Convocations”

Dal primo capitolo all’ultimo, da “Meditations” a “Incantations” passando per “Lamentations”, “Revelations”e “Celebrations”. La chiusura del cerchio, oscura e per nulla festosa, riflessiva e tenace. Non certo un percorso per tutti, ma stimolante se preso a piccole dosi.

8. America
2020, da “The Ascension”

Forse le parole Sufjan Stevens le ha usate (quasi) tutte l’anno scorso, per compilare “The Ascension” e i ben dodici minuti di “America”. Distopici, più agri che dolci, una rivendicazione dura ma non urlata, personale e collettiva, che ha finito per chiudere un periodo storico.

7. Year Of The Ox
2001, da “Enjoy Your Rabbit”

2001: l’anno in cui il nostro ha cominciato a seguire un’altra stella polare, cimentandosi con l’oroscopo cinese. Sembrava un divertissement momentaneo invece il futuro era già scritto in buona parte, nelle acide evoluzioni di brani come “Year Of The Ox”.

6. A Loverless Bed (Without Remission)
1999, da “A Sun Came!”

L’esordio col punto esclamativo, nell’ormai lontano 1999, ha imposto all’attenzione del mondo un artista già particolare, capace di unire folk e elettronica in modi allora inediti, senza dimenticare la grintosa e distorta purezza messa in piazza in “A Loverless Bed (Without Remission)”.

5. Size Too Small
2004, da “Seven Swans”

Il Sufjan più folk, cantore delle piccole cose e delle grandi emozioni in un album spirituale e delicatissimo, fragile e tutto giocato sui sentimenti. La fede cristiana, che indubbiamente fa parte dell’educazione di Stevens, viene usata per raccontare storie, porsi e porre domande.

4. Vesuvius
2010, da “The Age of Adz”

Ispirato alle e dalle opere del pittore Royal Robertson, “The Age of Adz” è il picco del Sufjan Stevens elettronico e elettrificato, che non rinuncia alla melodia ma la piega alle proprie esigenze giocando con timbri e tempi in composizioni incredibilmente creative.

3. The Only Thing
2015, da “Carrie & Lowell”

Abbiamo iniziato con l’elaborazione del lutto, forse il vero disco che parla di addii e perdita si chiama “Carrie & Lowell”. Il delicato e doloroso canto d’amor prodotto da Thomas Bartlett in arte Doveman con i suoi toni sussurrati e la dignità che traspare da ogni nota.

2. Concerning the UFO Sighting near Highland, Illinois
2005, da “Illinois”

Album numero cinque, il magnetico “Illinois”. Un concept on the road sulla storia, i personaggi, il folklore e la gloria dello stato americano. Impressioni divertenti e accorate messe in musica senza porsi limiti di stile, minutaggio, lunghezza dei titoli. Eccentrico e riuscito.

1. Flint (For the Unemployed and Underpaid)
2003, da “Michigan”

On The Road parte prima. Il commovente “Michigan”, cartoline dall’America invisibile e nascosta. Doveva essere l’inizio di una serie di album dedicati agli Stati Uniti invece era tutto uno scherzo o quasi (“Illinois” a parte) ma restano il candore e la bontà delle intenzioni in pezzi di bravura come “Flint”.

Bonus Track – Mystery Of Love
2017, da “Chiamami Col Tuo Nome OST”

Non poteva mancare uno dei due brani scritti per la colonna sonora del film di Luca Guadagnino. “Mystery Of Love” pare essere diventata la pietra di paragone della discografia passata, presente, persino futura di Sufjan Stevens. Adattissima a “Chiamami Col Tuo Nome”, pur essendo romantica evita i toni più stucchevoli in favore di un’intrigante leggerezza. Non ha cambiato la carriera né l’indole del ragazzo di Detroit ma l’ha spinto a esplorare nuove strade.

 

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