IRON MAIDEN
La TOP 10 Brani

 
6 Agosto 2021
 

Gli Iron Maiden, con altre poche band, sono ormai divenuti un sinonimo dell’heavy-metal. La loro carriera ha conosciuto momenti abbaglianti ed altri più oscuri, ma è innegabile la loro importanza e la loro influenza sulle generazioni successive di musicisti. Scegliere solamente 10 canzoni è stato davvero difficile, oltre che doloroso, ma questa TOP 10 non vuole essere assolutamente esaustiva, non lo pretende. Anzi, essa è da intendere come un’occasione per approfondire la discografia della band inglese (nessuna classifica quindi come a volte accade nelle nostre TOP 10): i primi dischi, ormai mitici, ma anche quelli più recenti che contengono, comunque, delle gemme assai preziose.
Buon ascolto!

The Trooper
1983, da “Piece Of Mind”

Lo spirito puro ed indomito del rock ‘n roll primordiale incontra le sonorità metalliche e le ritmiche frenetiche della Vergine di Ferro, mentre tutt’attorno la battaglia incalza. Riusciamo a percepire i cuori che battono sempre più velocemente, l’odore acre e penetrante del fumo, la paura che cade come un triste sudario sul campo di battaglia ed i passi pesanti dell’oscura signora che si sta avvicinando ai belligeranti. Chi prenderà questa volta? Chi premerà, per primo, il grilletto e lascerà che quella dannata parola – “addio” – risuoni, ancora una volta, tra le trame di questa canzone?

2 Minutes To Midnight
1984, da “Powerslave”

Hard-rock trascinante ed accattivante, capace di scatenare il pubblico; l’ultimo liberatorio sfogo prima che l’orologio della fine arrivi a segnare la fatidica Mezzanotte. I riferimenti alla guerra, già presenti nel brano precedente, si fanno ancora più minacciosi, più cupi e più drammatici. L’uomo moderno, alla fine, ce l’ha fatta, la sua brama di potere e di ricchezza l’ha reso del tutto cieco, lo ha fatto impazzire e adesso può andare incontro alla sua Apocalisse atomica.

The Number Of The Beast
1982, da “The Number Of The Beast”

Canzone che, col tempo, è divenuta un vero e proprio classico dell’heavy-metal: riff energici, doppia chitarra, voce passionale e vibrante; con il nuovo cantante, Bruce Dickinson, immediatamente a suo agio, al posto del cantante originario Paul Di’ Anno. Una efficace e sentita discesa della band inglese nei meandri più oscuri delle nostre coscienze, tra le parole criptiche e misteriose del Libro della Rivelazione, nei gironi dell’inferno, al di là di quei simboli che continuano, nonostante le nostre enormi conquiste scientifiche e tecnologiche, ad attirarci e impaurirci, a spingerci a guardare nel profondo, dritto negli occhi della bestia.

Wasted Years
1986, da “Somewhere In Time”

Una vera e propria cavalcata elettrica che vede fronteggiarsi basso e chitarre, sintesi del successo raggiunto, ma anche della fatica accumulata e soprattutto del tempo rapidamente consumato nel nome di quell’indomabile ed ossessiva passione che è la musica, il palco, il pubblico urlante. Non deve esserci malinconia o tristezza nel tempo speso, ma solo la consapevolezza di coloro che ha compreso che anche un solo giorno può essere fondamentale e che è inutile guardare al passato, a quelli che erano anni più spensierati. L’unico giorno che conta è domani.

Flight Of Icarus
1983, da “Piece Of Mind”

Le trame di questo brano si fanno più lente e più riflessive, ma, allo stesso tempo, consentono al gruppo di ampliare il proprio orizzonte, sia dal punto di vista strettamente musicale, sia in termini di pubblico coinvolto. La narrazione, alla quale si riferiscono gli Iron Maiden, è, ovviamente, quella mitologica di Icaro, il suo desiderio di libertà, quella sua ebbrezza giovanile che, purtroppo, segnerà la sua prematura fine. Ma è solo la fine di un corpo, non certo quella dello spirito, perché, adesso, Icaro sarà, per sempre, un’aquila. Un’aquila pronta a librarsi in volo ed accompagnare i passi di chiunque decida di affrontare l’ignoto, di sfidare la sorte e di scoprire cosa c’è oltre il proprio orizzonte.

Aces High
1984, da “Powerslave”

Il contesto resta quello dell’aria, ma la band abbraccia nuovamente il tema della guerra e lo fa con un brano ricco d’adrenalina che strizza l’occhio alle sonorità epic e folk metal. Intanto Londra – ultimo baluardo della civiltà e della democrazia – subisce l’ennesimo bombardamento nazista, le parole di Winston Churchill continuano ad echeggiare nel cielo ed un anonimo eroe, un pilota della RAF, si appresta a salire sul suo Spitfire, consapevole che questa può essere la sua ultima battaglia, ma non gli importa, poiché egli ha deciso che continuerà a combattere finché in lui resterà un alito di vita.

Seventh Son Of A Seventh Son
1988, da “Seventh Son of a Seventh Son”

Questa volta l’ispirazione è duplice: il primo volume della serie “Tales Of Alvin Maker” del romanziere americano Orson Scott Card assume lo sfavillante bagliore di un album intriso di sonorità progressive-metal. Il punto focale di questo ottimo album è il brano omonimo, con le sue atmosfere space e psych-rock che guardano ai misteri del cosmo, a quell’eterna lotta tra la luce ed il buio che accomuna tanto l’infinitamente grande delle galassie, quanto noi stessi, fragili e limitati esseri umani.

Run To The Hills
1982, da “The Number Of The Beast”

Un vero e proprio brano d’impegno politico; un brano nel quale gli Iron Maiden, pur rimanendo nel familiare e massiccio solco della “new wave of british heavy metal”, inseriscono elementi di critica storica a quello che è il mito dei coloni europei quali portatori di civiltà, di benessere, di giustizia e di progresso. La prima strofa della canzone, cantata dal punto di vista di un nativo americano, vibra di dolore e di ingiustizia, di violenza e di sopraffazione, ma anche di coraggio e di orgoglio. Un canto di resistenza più forte della morte, che resta, purtroppo, ancora terribilmente attuale.

Halloweed Be Thy Name
1982, da “The Number Of The Beast”

Le atmosfere degli Iron Maiden assumono tonalità moribonde e funeste, abbracciando le sonorità più dark e più black dell’heavy metal: la morte viene privata della sua naturalezza; non è più quella creatura taciturna e dolente chiamata a scrivere la necessaria fine ad un cammino giunto al suo compimento, affinché un nuovo seme germogli dalle oscure ed umide profondità della terra. Ma essa assume le sembianze del boia e dell’assassino, della fatale pena innaturale e prematura di un condannato, della sua disperazione, delle catene che gli impediscono i movimenti, del freddo della sua angusta prigione, della malattia che consuma il corpo e la mente, della consapevolezza di non poter avere alcun futuro. Eppure la follia umana sembra quasi volerlo sbeffeggiare, concedendogli una inutile, vacua, impossibile, blasfema e sciocca ultima speranza.

Rime Of The Ancient Marine
1984, da “Powerslave”

Questa breve playlist termina con una canzone suggestiva e possente, la band ritorna ad intrecciare il proprio heavy-metal con sonorità intrise di prog e di epic metal e lo fa con enorme fluidità e destrezza. La poesia di Samuel Taylor Coleridge prende improvvisamente vita e lo fa nei medesimi momenti nei quali “Powerslave”, questo formidabile album, sta terminando; quasi a voler sottolineare, ancora una volta, quell’eterno processo di fine e di successiva rinascita che accomuna ogni essere vivente e l’intero Creato. Il vecchio marinaro, dunque, perduto nella vastità del mare, ne è consapevole ed affronterà l’ignoto, la perdita, l’abbandono, l’imminente fine, senza alcuna paura, lasciandosi cullare dalla propria nave, attendendo che la nebbia e la neve, il freddo ed il ghiaccio, facciano, finalmente, la loro conclusiva comparsa.

 

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