UNA BAND DI PERSONE CHE PARLANO LA STESSA LINGUA: INTERVISTA AGLI I HATE MY VILLAGE

 
20 Agosto 2021
 

Se c’è una cosa che potremo dire di aver imparato durante questo periodo, è che bisogna sempre cogliere un’occasione quando ce la troviamo davanti. Carpe Diem, direbbe un amante della poesia qualunque. Un’occasione sicuramente colta al balzo al momento giusto è stata la creazione (da parte di Adriano Viterbini e Fabio Rondanini) del progetto I Hate My Village, tornato alla ribalta con il nuovo EP “Gibbone”.

Un disco che si fonda sulla spontaneità e la passione più pura per la musica, nato da un rito sacro tra amici, uniti per dare vita a un qualcosa che può dirsi davvero raro.

Abbiamo avuto il piacere di farci una chiacchierata con Fabio Rondanini, in attesa dell’esibizione del gruppo al TOdays Festival di Torino. Nel caso foste indecisi se partecipare o meno, sappiate che Fabio stesso vi dà cinque ottimi motivi per farlo.

La vostra musica celebra molto la spontaneità, tant’è che quando state insieme e iniziate a suonare a un certo punto avviene un’epifania, un momento in cui realizzate che siete sulla strada giusta per creare il vostro prossimo lavoro. Come descriveresti l’epifania all’interno di “Gibbone”? 
Fabio Rondanini: L’epifania nasce sempre dall’incontro tra di noi, siamo una band che si basa molto sull’incontro tra persone. Poi sono momenti in sala in cui la scintilla è più forte, quindi ti rendi immediatamente conto che stai facendo la differenza rispetto alle cose che hai fatto prima. È veramente un momento di celebrazione, c’è quasi una sacralità dietro i nostri incontri, spesso e volentieri usciamo entusiasti e sorpresi dalle idee che vengono fuori. “Gibbone” poi è anche figlio di un periodo molto complicato, il titolo è un riferimento alla natura selvaggia ma anche a una condizione mentale: quello che immaginiamo è un gibbone in gabbia che smania di uscire – e che forse in questo periodo è libero dal punto di vista creativo, grazie a questo EP.

Come hai anticipato, “Gibbone” è un’espressione nata quasi per scherzo, una metafora che descrive quei momenti in cui passavate troppo tempo in furgone. E se invece dovessi utilizzare una metafora per questo momento di libertà, adesso che ricominciano anche i live? 
Fabio Rondanini: Sì, il titolo nasce da un gioco tra di noi. Nasce dalla condizione in cui, dopo tante ore di viaggio in furgone, uno non ce la fa più a stare fermo, ma può essere una condizione mentale che può essere allargata a più situazioni. Direi che adesso aprirei la gabbia e uscirei col gibbone – che è ciò che è effettivamente successo. Siamo in parte liberi ma in parte è ancora tutto complicato, c’è una tensione ancora forte nell’aria sotto più punti di vista. Oltre a essere una questione sanitaria è una questione sociale, ci vorrà un po’ per riemarginare alcune ferite che si stanno creando.

L’EP è stato creato in maniera un po’ particolare, è stato inciso su un registratore analogico a quattro tracce in presa diretta. Pensate di ripartire in futuro da questa modalità di registrazione per sperimentarci ancora su o ritenete che “Gibbone” sia più un caso a sé, unico e irripetibile? 
Fabio Rondanini: No, lo rifaremo sicuramente. Non è tanto il supporto che usiamo, quanto il limite che scegliamo di darci prima. Anche sul primo disco abbiamo lavorato sul nastro, che è una forma più pura della cassetta se vuoi, però comunque ti dà dei forti limiti, l’esecuzione deve essere buona immediatamente, non puoi troppo editare. Quindi diciamo che per noi conta come costruiamo il nostro setup, la vera sperimentazione è quella per noi. Ci ridaremo dei limiti sicuramente, magari su cassetta, magari su nastro o magari su computer, l’importante è darsi delle regole prima. E le nostre regole sono di mantenere spontanea la nostra musica, di non stare troppo a elaborarla né starci troppo a pensare sopra – e quella è una cosa che puoi fare dandoti un limite anche tecnico come può essere la cassetta, che da una parte ha anche un valore sonoro perché ha una particolarità sua, ma dall’altra il vero vantaggio di questi mezzi (arcaici, se vuoi) è proprio l’attitudine che ti danno. Ti limitano le possibilità e le variabili, ti fanno essere concentrato, ti fanno suonare quasi come se tu stessi dal vivo, e in studio è difficile ormai avere quella concezione lì.

Il 27 agosto vi vedremo in live al TOdays Festival. Ci daresti cinque motivi per vedere un vostro spettacolo dal vivo? 
Fabio Rondanini: Il primo è perché siamo belli. Il secondo perché ci divertiamo. Il terzo, se vogliamo essere seri, è perché è un’opportunità di essere ascoltatori attivi, ed è una cosa a cui teniamo molto. Secondo me adesso la prima cosa a cui puntiamo quando suoniamo dal vivo è ottenere un’attenzione che sia a 360 gradi. Un altro motivo è perché si balla, poi ho la presunzione di dire che siamo una piacevole compagnia.

Parlando sempre di live, qual è una cosa che vorresti che gli spettatori si portino un po’ nel cuore? Come volete essere ricordati dopo un vostro concerto? 
Fabio Rondanini: A noi non interessa troppo il ricordo quanto più il momento, che venga percepito come un momento sacro. Questa è una cosa che abbiamo visto fare molto e che abbiamo imparato da musicisti africani con cui abbiamo lavorato, un atteggiamento di festa quando si sta sul palco. Anche gli errori possono passare in secondo piano, o addirittura possono essere la cartina tornasole di un atteggiamento sincero nei confronti del pubblico e anche di noi stessi.

Come dicevi adesso, la musica africana è di grande ispirazione per voi. Ci sono altre culture musicali che vi ispirano? 
Fabio Rondanini: Guarda, la scena africana adesso è davvero sconfinata, diciamo che a noi interesserebbe collaborare in futuro con delle etichette che adesso sono veramente in posti dove nascono cose molto interessanti, sia in Europa sia nel mondo. Per esempio un’etichetta con cui ci piacerebbe molto collaborare è la Glitterbeat, poi non ti riesco a dire un nome a parte i mostri sacri, c’è una sfaccettatura infinita di possibilità. Dall’altra ti dico che non siamo neanche troppo interessati a una collaborazione finora. Viviamo questo gruppo già come una collaborazione tra persone con cui tutti avremmo sempre voluto collaborare. Siamo contenti così, siamo già noi ospiti del nostro spazio, del nostro contenitore.

Per ora non è una cosa che ci interessa, poi se magari ci verrà spontanea accadrà. Però davvero, ci bastiamo così per ora, non sentiamo neanche il bisogno di crescere. Anche i feat per promuoverci, non ci interessano, non ragioniamo in questi termini.

Qual è una cosa che ognuno di voi sa dare al gruppo – che vi caratterizza, se vogliamo? 
Fabio Rondanini: Io direi che siamo innanzitutto persone che parlano la stessa lingua, e già questa è una cosa molto rara. In più persone che non riescono ad essere altro che sé stesse, soprattutto in musica. Credo che poi quando stiamo insieme le nostre varie personalità si trasformino, tutti suoniamo in maniera diversa. Secondo me è il contenitore, è il limite che ti dai che definisce sempre un po’ il risultato, quindi già avere dei riferimenti – uno di questi può essere genericamente l’Africa – e la libertà di sbagliare la pronuncia di quello che facciamo, già questo ci rende diversi rispetto ad altre band. Comunque il contributo è di tutti e allo stesso livello, sempre spontaneo e immediato!

Sentite di esservi evoluti dal primo album? In che modo?
Fabio Rondanini: Beh sì, tanto, siamo più uniti e abbiamo visto che si può fare. Siamo stati non dico coraggiosi ma liberi con il primo disco, adesso è un dovere continuare ad esserlo e diventare anche più liberi. L’EP è un po’ più sperimentale se vuoi, ha meno immediatezza, però è una cosa che a me piace. Vorremmo scrivere anche canzoni pop, siamo molto aperti a quello che viene.

Ho notato sul web che i vostri fan sono rimasti piacevolmente incuriositi dal video di Yellowblack – c’era chi si chiedesse addirittura se il pollo nel video fosse un riferimento a Richard Benson… 
Fabio Rondanini: Lo puoi dire che sono tue queste idee eh! (ride) Veramente no, abbiamo sentito Cosimo Brunetti con la supervisione di Giorgio Testi e l’abbiamo lasciato completamente libero. Il video infatti non ha avuto nessuna correzione, a parte per i colori (che abbiamo deciso insieme). Per il resto noi gli abbiamo dato una serie di ingredienti, e una serie di cose che tornano nel cazzeggio tra di noi: il pollo e le galline sono una cosa che ci portiamo sempre appresso, il primo disco è stato registrato in un enorme pollaio con accanto le galline. Poi ci sono una serie di ingredienti lì che rimangono, tra l’altro alla fine nasce un bambino e Adriano è appena diventato padre. È una cosa che noi non avevamo chiesto a Cosimo, non sappiamo se fosse una coincidenza o meno. Anche le galline che ballano intorno al fuoco, quello è un riferimento che usiamo spesso come immaginario, quello che pensiamo di fare quando facciamo musica, quasi un rituale intorno al fuoco. Quindi Richard Benson non c’entra nulla!

Qual è stato il momento in cui più siete divertiti creando “Gibbone”? 
Fabio Rondanini: Allora, l’EP è stato registrato in due fasi: la prima fase è quella della registrazione su cassetta che risale a prima della pandemia, e in realtà credo che si sia consumato in un giorno. Una session di un giorno da cui sono usciti “Gibbone”, “Hard Disk Surprize” e “Ami”. “Yellowblack” l’abbiamo iniziata in una session durante la pandemia, a Brescia, ed era una session più preparatoria al prossimo disco. Dopodiché abbiamo ascoltato il materiale, l’abbiamo un po’ rielaborato, scegliendo semplicemente le parti che ci sembravano migliori di una session durata ore. Abbiamo fatto un paio di incisioni e ci sembrava già pronto. Avevamo veramente voglia di mantenere una creatività costante dopo questo periodo, volevamo anche presentarci dal vivo con del materiale nuovo, e quindi eccoci qua.

Qual è invece un momento all’interno della vostra carriera che ha meglio catturato l’essenza degli I Hate My Village? 
Fabio Rondanini: Mi viene in mente quando abbiamo fatto una session con Adriano per il suo disco. Quello è stato un momento proprio di epifania, rinascita. È stata un’improvvisazione di 10 minuti e abbiamo capito che urca, qui abbiamo un progetto, dobbiamo assolutamente fare un disco così. Poi tutto il tour con gli altri, perché è un progetto che nasce per stare insieme, tra persone che parlano la stessa lingua e si stimano e si divertono tanto a suonare e andare in giro insieme.

Photo Credits: Paolo de Francesco

 

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