“E’ STATO UN PRIVILEGIO POTERSI DEDICARE ALLA PRODUZIONE DEL DISCO DURANTE QUESTA FASE DI CHIUSURA.” CLAUDIO DONZELLI DEI MIGHTY OAKS CI PARLA DEL LORO NUOVO LP

 
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3 Settembre 2021
 

Lo scorso maggio, via Howl Records, i Mighty Oaks hanno pubblicato il loro quarto album, “Mexico”, che è arrivato dopo poco più di un anno dal precedente, “All Things Go”: nel 2020 la pandemia mondiale ha bloccato il tour della band folk-rock di stanza a Berlino, ma ha anche dato loro la chance, nonostante le mille difficoltà, di scrivere un nuovo brillante LP. Noi di Indieforbunnies.com ad aprile – poche settimane prima dell’uscita del disco – avevamo intervistato via Whatsapp la parte italiana del gruppo, ovvero il pesarese Claudio Donzelli, e ne è uscita una lunga chiacchierata in cui ci ha parlato del nuovo lavoro, ma non solo. Ecco cosa ci ha raccontato:

Ciao Claudio, benvenuto. Come state?
Direi bene. Sono quattordici mesi che abbiamo smesso di suonare dal vivo – che è una parte molto importante di ciò che facciamo. Siamo stati parcheggiati lì e non avevamo alcuno stipendio. Avere qualcosa di cui parlare e di cui non vedere l’ora fa bene all’anima e alla testa e ci riporta fuori da questo tunnel almeno un po’, anche se le cose non sono troppo cambiate e qui in Germania siamo ancora in lockdown. Il mondo online, però, si è un po’ acceso, c’è un tour il prossimo anno per cui non vediamo l’ora e c’è un album nuovo che esce il 7 maggio. Abbiamo già condiviso quattro pezzi e le cose stanno andando bene. Si sente una bella energià là fuori.

Si vive un po’ più positivamente le cose. E’ qualcosa a cui attaccarsi per ripartire.
E’ proprio così. E’ fondamentale. E’ stato un privilegio potersi dedicare alla produzione del disco durante questa fase di chiusura. Allontanarsi da casa anche solo per qualche ora per preparare un pezzo – visto che abbiamo tutti dei figli piccoli – è un costo che va nelle spalle della partner. Abbiamo delle partner e delle mogli molto comprensive che hanno fatto i salti mortali per accontentare questo desiderio. E’ la prima volta che ci troviamo a lavorare in una situazione di emergenza e penso che siamo stati fortunati. Penso a tutti quei musicisti e artisti che vivono in luoghi dove c’è una situazione di emergenza costante come guerre o instabilità politica. E’ uno stress incredibile e non ci avevo mai pensato. E’ strano, è pesante. Nel nostro lavoro c’è una certa alternanza – un giorno vai in tour, un giorno vai a casa – impari a godere questo andare e tornare. Credo che la musica in streaming abbia avuto la possibilità per decollare in questo periodo, ma spero anche che alla gente manchi la musica dal vivo.

Credo proprio di sì. Intanto ti volevo chiedere se ti va di raccontare come sei arrivato a Berlino e come ti sei conosciuto con Ian e Craig.
Ci siamo incontrati circa dieci anni fa qui a Berlino. Avevo studiato a Bologna ed era stato un percorso lunghissimo. Vicino alla laurea è arrivata una crisi finanziaria che ha distrutto tutto il mercato. Facevo ingegneria delle comunicazioni. Nel 2008 / 2009 i giovani avevano pochissime prospettive. Per me c’era bisogno di esplorare un mondo nuovo e mi sono catapultato a Berlino senza tanti piani. Qui ho iniziato a lavorare all’università per mantenermi. In quegli anni la città era molto fibrillante ed era piena di potenziale. Ian (Hooper – voce,chitarra, mandolino, ukulele) ha abitato prima a Monaco e poi ad Amburgo e alla fine si è trasferito a Berlino perché si é reso conto che era la città più interessante e più entusiasmante in Germania in quel momento. Craig (Saunders – voce, basso, mandolino) era ad Amburgo già da diversi anni: sua moglie è di Amburgo e anno deciso di stabilirsi là. Ian e io abbiamo registrato dei demo nelle sere e nei weekend – entrambi facevamo altri lavori. Questo primo demo di quattro pezzi è decollato su Soundcloud in maniera totalmente inaspettata. Uno di questi brani, “Driftwood Seat”, è diventato la colonna sonora di un piccolo spot su Soundcloud e da lì sono usciti migliaia e migliaia di streaming di questa forma ancora nuova in quegli anni. Questo ci ha aiutato a farci suonare più concerti in giro. E’ stato un piccolo biglietto da visita che poi si è accumulato con altre miniesperienze. Fino al 2014 sono stati anni di sviluppo. Abbiamo deciso di lasciare i nostri lavori per dedicarci completamente alla musica. Abbiamo convinto anche Craig a spostarsi da Amburgo a Berlino e da lì è cominciato il trio e nel 2014 è uscito anche il nostro debutto, “Howl”, grazie anche a un produttore che ha creduto in noi in modo gratuito, investendo un anno del suo studio di registrazione sul nostro lavoro e sulla nostra musica senza alcun tipo di ritorno. Quello è stato un momento di grande fortuna per noi. Si sono create le condizioni e noi abbiamo preso il treno al volo. A maggio esce il nostro quarto disco. La fortuna comunque la devi sostenere con il lavoro e con la creatività. E’ un momento bello perché siamo convinti che sia un processo in corso, non una prova. E’ una sorta di stabilità. C’è una struttura sulla quale lavorare ed è molto grande – ci sono tante persone che lavorano con noi. E’ davvero un privilegio sapere che c’è gente che sta aspettando di ascoltare il tuo prossimo disco. (ridiamo)

Parliamo di “Mexico”, il vostro quarto lavoro sulla lunga distanza. Volevo chiederti cosa c’è dietro al nome di questa nazione dell’America Centrale?
E’ un titolo fuorviante, ma è voluto. E’ una parola che attira attenzione e curiosità. E’ legato al nostro primo singolo di questo album, appunto chiamato “Mexico”, che fa riferimento a questa meta immaginaria anche americana. Gli americani hanno questo sogno, vogliono mettere da parte i soldi per andare in Messico, però – quando si tratta di flussi migratori provenienti dal Messico – c’è un grande conflitto politico. Già mettere a contrasto queste due cose era interessante: da una parte questa meta che è un sogno per il mondo occidentale, mentre dall’altra nasconde contraddizioni umanitarie e politiche incredibili. Questo è il contesto in cui abbiamo scritto il nostro album, un periodo che ha visto Trump e il suo mondo regnare negli Stati Uniti, ha visto gli scandali portati alla luce dal movimento Black Lives Matter, l’omicidio di George Floyd davanti alle telecamere. Il 2020 è stato un anno traumatico. Poi c’è la pandemia. La verità ci è stata sbattuta in faccia tutta in una volta, per chi non voleva aprire gli occhi prima. Penso che ora non ci sia più posto in cui nascondersi da queste cose e questo è appunto l’ironia del titolo, “Mexico”. Noi siamo una band che ha lavorato tanto sull’evasione, ma questo era possibile in un mondo ancora non globalizzato, in cui certe cose non erano arrivate. Con la pandemia abbiamo capito subito che non ci sono posti in cui nascondersi nel mondo e bisogna fare conto con queste cose. L’abbiamo capito in un modo molto violento e ancora stiamo vivendo in questa tragedia. E’ un piccolo statement come dire: “siamo una band che ti fa sognare, che ti porta in posti meravigliosi quando la ascolti, ma attenzione, la realtà ti segue e non te ne sbarazzi così facilmente.” Bisogna svegliarsi e infatti in questo album molte canzoni sono molto realistiche come “Land Of Broken Dreams”. Il nostro secondo album si chiamava “Dreamers” e ora sul quarto trovi una canzone con questo titolo: c’è una presa di coscienza, c’è un cambiamento nella band. C’è la presa di coscienza che l’era di usare la musica come trampolino per scappare è finita. Il titolo in qualche modo riassumeva tutto questo concetto.

Nel vostro album ci sono tanti riferimenti a luoghi, sia veri che immaginari come “Mexico”, “Land Of Broken Dreams”, che hai appena citato, ma anche “Devil And The Deep Blue Sea” o “Deadman’s Island”. Che importanza hanno i luoghi all’interno della vostra musica?
Due di questi luoghi che hai appena menzionato sono luoghi reali: “Deadman’s Island” è una piccola isola vicino al luogo in cui Ian è cresciuto negli Stati Uniti. E’ una canzone autobiografica in cui racconta di quando era più giovane e andava in una parte di Seattle dove c’è un arcipelago con tantissime isolette e lì tutti hanno una barchetta per girarle. Qui riporta alla memoria cosa voleva dire andare in questa isola chiamata Deadman’s Island, E’ una piccola isola deserta che si gira in quindici minuti.
Per rispondere alla tua domanda, i luoghi sono delle ancore importanti nella nostra musica. Abbiamo veramente costruito tanto sui luoghi, ma non solo su quelli di Ian, che è quello che scrive i testi, ma anche di Craig e miei. Per esempio nel 2015 abbiamo fatto uscire un brano che si chiama “Horsehead Bay”. Si tratta di un luogo caro a Ian, ma si parla anche di Pesaro e della costa adriatica e della costa del sud dell’Inghilterra, dove è cresciuto Craig. Noi tre viviamo tutti all’estero e condividiamo questa relazione con la nostra terra natale molto nostalgica e molto romantica. Questo è un trampolino di lancio o un’ancora per arrivare a dire delle cose. Sono dei riferimenti molto importanti nella nostra musica. Sono dei semi d’ispirazione.

Quali sono stati i temi principali che hanno ispirato il vostro disco a livello di testi?
Come spesso succede nella nostra musica, ci sono due filoni in questo disco, uno che guarda dentro e l’altro che guarda fuori. “Forever” e “Gold To Me”, per esempio, sono canzoni d’amore. Ci sono questi affetti nel tuo micromondo che è la tua famiglia e a volte sembra che uno non abbia bisogno di altro, ma c’è una interconnettività tra tutti come abbiamo visto anche con la pandemia: il comportamento di una persona a Wuhan puo’ influenzare la vita di una persona in Spagna o in Italia. E’ una cosa con la quale non avevamo fatto i conti prima. Sono due prospettive, una sorta di microscopio nel quale si va a vedere quali sono le dinamiche di relazione con una famiglia, con un figlio, con una persona amata, con un amico, con un genitore, mentre l’altra è l’opposto, bisogna guardare quale sono le dinamiche mondiali che provocano la sofferenza di molti, dove stiamo andando come collettività, cosa vogliamo fare con il cambiamento climatico, come vogliamo trattare gli uni gli altri. Ci siamo divisi, abbiamo creato delle barriere tra di noi. E’ impossibile non farsi più queste domande, soprattutto quando hai dei figli che sono comunque il nostro futuro. Bisogna chiedersi cosa possiamo fare in modo che i nostri figli possano avere un futuro migliore. Sono tutte cose che finiscono all’interno della nostra musica. E’ anche il nostro modo per tentare di contribuire.

Mi hai detto prima che avete avuto il privilegio di poter lavorare sul disco nonostante la pandemia. Come è stato trovarvi con questo tempo libero inaspettato – so che sareste dovuti andare in tour – vi ha dato possibilità di essere creativi e, in un certo senso, di andare avanti con il vostro cammino?
Assolutamente sì. Fortunatamente siamo riusciti a finire una prima parte del tour, quella dell’Europa continentale. Stavamo preparandoci per le nostre due settimane di pausa, quando è arrivato il lockdown. Pensavamo che saremmo stati fermi solo per qualche settimana e cercavamo di essere ottimisti. Poi purtroppo le cose sono peggiorate e non ci si poteva nemmeno incontrare. Non abbiamo lavorato da marzo fino a giugno o luglio. Ho avuto più tempo per stare con la mia famiglia, per fare qualche passeggiata e per imparare a fare il pane in casa. In estate, quando si sono un po’ allentate le cinghie, abbiamo iniziato a scrivere, un po’ da casa e un po’ insieme e siamo riusciti a mettere via un del materiale. A settembre poi è arrivata questa ordinanza che permetteva di vedersi in massimo quattro persone per lavorare che andava bene per noi. In seguito il nostro produttore si è ammalato di Covid ed è dovuto stare in quarantena per due settimane. La produzione è stata poi ritardata, ma alla fine siamo riusciti a passare quattro settimane in studio.Non è stato facile, c’è stata tanta pressione che credo, però, che ci abbia anche aiutato. In realtà è stato un album che abbiamo vissuto tutti molto bene. Per i precedenti ci sono stati momenti di frustrazione, magari a metà del processo non sai più come andare avanti o indietro e hai bisogno di rinfrescarti la mente, non sai più cosa ti piace o se stavi facendo le cose bene. Questo disco, invece, ha avuto un processo lineare, senza drammi né momenti di frustrazione: devo ammettere che é stata una liberazione totale, ce lo siamo goduti e penso che ciò si senta in ogni nota.

Ho dato alcuni ascolti al vostro disco questa settimana e mi pare che abbia un suono più pulito rispetto agli altri album. Pensi che questa sensazione sia dovuta al fatto che voi stavate bene e quindi è uscita una cosa più “libera” e naturale?
Quando parli di un suono pulito è vero per alcune canzoni, ma per altre come “Bad Blood” o “Ghost” credo che i suoni siano stati lasciati più sporchi e grezzi. Altri come “Forever” sono più lineari e puliti. C’era la voglia di creare un ventaglio di suoni molto diversi in questo disco. Ci siamo resi conti che siamo una band che suona in diversi modi che hanno anche senso insieme. E’ una dinamica di suono che fa parte della nostra identità, non facciamo una cosa sola, ne facciamo varie. Non avendo lavorato con un’etichetta major per questo album, c’è stato un elemento di libertà perché le major – ma anche noi – hanno bisogno dei numeri perché altrimenti la musica diventa una bellissima passione che però non riesce a stare sulle proprie gambe. Per i primi due dischi, usciti per Universal, eravamo un po’ in conflitto con loro perché volevano che facessimo dei pezzi più pop, mentre noi volevamo fare dei pezzi più gustosi e c’era questa tensione nella nostra musica. Per questo disco non è stato così. Esce per etichetta Howl, che abbiamo creato noi, ma è distribuita da Sony, che ti permette di essere ovunque. Il disco, però, è totalmente libero. Siamo io, Craig e Ian e questo è quello che esce fuori. Tante cose non sono entrate nel disco perché non ci piacevano abbastanza o non ci sembravano adatte, ma non c’è nulla che è stato scritto per accontentare qualcuno.

I concerti stanno per tornare e avete già programmato un tour per il 2022. Posso chiederti se ne avete fatto qualcuno in streaming? In estate, quando ci sarà una maggiore libertà, riuscirete a organizzare qualcosa all’ultimo minuto, magari lì da voi in Germania?
Per l’estate abbiamo molte cose in ballo, ma nulla di confermato per ora, quindi non so cosa succederà. Penso che, se succederà qualcosa, sarà qui in Germania, non credo che suoneremo fuori da qui. Aspettiamo l’ok di Angela Merkel, ma i promoter sono già pronti a organizzare.

Speriamo di vederci presto, magari a Bologna, dove ci sono tanti ottimi locali, tra cui il Locomotiv Club, dove acvreste dovuto suonare lo scorso anno. Un’ultima domanda: puoi scegliere una vostra canzone, vecchia o nuova, da utilizzare come colonna sonora di questa nostra intervista?
Direi “Land Of Broken Dreams”, che è la canzone che apre il disco.

Grazie mille, Claudio.
Grazie a te. A presto.

Photo Credit: Marco Fischer

 

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