DEAFHEAVEN
Infinite Granite

[ Sargent House - 2021 ]
6.5
 
Genere: alt rock, shoegaze, post-rock
 
7 Settembre 2021
 

Iniziamo subito facendo un plauso ai Deafheaven che, a dieci anni esatti dall’uscita del debutto “Roads To Judah”, continuano ad avere la voglia e il coraggio di esplorare, sperimentare e cambiare. Chiunque altro, al posto loro, si sarebbe accontentato di ripetere a pappardella la fortunatissima formula di “Sunbather” – disco oltremodo osannato dalla critica che, contro ogni previsione, ha concesso alla band di George Clarke e Kerry McCoy di conquistare migliaia e migliaia di devoti fan sparsi in ogni angolo del mondo. Un risultato davvero stratosferico se consideriamo lo strano “piatto” proposto dai nostri nel non troppo lontano 2013: un mix denso e intriso di emozioni tra sonorità black metal, post-rock e shoegaze.

E cosa resta oggi della speziatissima ricetta della casa? Praticamente nulla. Con le nove tracce di “Infinite Granite”, quinta fatica in studio, i Deafheaven danno il definitivo addio alla musica estrema per dar maggior risalto a quegli elementi melodici che, seppur già rilevanti nel recente passato, diventano adesso totalmente protagonisti della scena.

Un album al tempo stesso accessibile e complesso. La mano “morbida” del produttore Justin Meldal-Johnsen (ex bassista di Beck e Nine Inch Nails), infatti, non smussa totalmente gli angoli del sound dei Deafheaven che, anche se in forme nettamente diverse, resta potente, intenso e pregno di pathos.

Tra il minutaggio decisamente abbondante dei brani e i frequenti richiami al post-rock più maestoso e d’impatto, il quintetto di San Francisco non fa davvero nulla per contenere la propria grandeur. Un’onda infinita di emozioni che scorre fluida e limpida tra le atmosfere sognanti di canzoni curiosamente radio-friendly come “Shellstar”, “In Blur” e “Great Mass Of Color”, e non si scontra più contro quel muro black metal che, fino a non troppo tempo fa, era quanto di più caratteristico avessero da offrire i Deafheaven.

È la violenta delicatezza dello shoegaze, vera colonna portante dell’opera, a spazzare via i blast beat e le chitarre in tremolo picking cui eravamo abituati. Dietro il microfono, George Clarke è quasi irriconoscibile: la sua voce vellutata e cullante si scioglie come miele tra i riverberi e le distorsioni delle chitarre ultra-effettate di Kerry McCoy e Shiv Mehra. Le screaming vocals riemergono quasi dal nulla solo per brevissimi frangenti in “Villain” e “Mombasa” – a parere del sottoscritto, i due brani migliori del disco.

E qui sta il problema principale di “Infinite Granite”: convincere appieno solo quando, sporadicamente e timidamente, prova a creare un ponte con il passato dei Deafheaven. L’impressione generale è che la rivoluzione stilistica sia stata troppo repentina e drastica; la band non è ancora riuscita a elaborare realmente le numerose novità introdotte, limitandosi quindi a riciclare una serie di cliché moderni del post-rock e dello shoegaze per poi calarli in un “calderone” simil-alternative che, sotto la magniloquenza e la levigatezza di un Wall of Sound asfissiante e “da stadio”, sembra esser stato costruito esclusivamente per rendersi più appetibili alle orecchie del grande pubblico.

Tempo di svolta mainstream in casa Deafheaven? Direi che è praticamente certo. Sono però troppi gli aspetti da rivedere e migliorare in questa fase di transizione. Un piccolo passo indietro in termini di originalità e qualità per un lavoro in parte interessante, in parte deludente. La fiducia per il futuro, comunque, resta alta: il nuovo percorso artistico potrebbe presto riservarci piacevoli sorprese. Per il momento, siamo in un buon stato embrionale.

Tracklist
1. Shellstar
2. In Blur
3. Great Mass Of Color
4. Neptune Raining Diamonds
5. Lament For Wasps
6. Villain
7. the Gnashing
8. Other Language
9. Mombasa
 
 

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