ANY GIVEN FRIDAY
Ogni Maledetto Venerdì #43

 
10 Settembre 2021
 

È di nuovo venerdì e seguendo la traiettoria del volo di un moscone – dal ronzio più emozionante di tante cose sentite ultimamente – ho percepito l’esigenza, da parte dell’Universo, di sapere (anche) la mia sulle ultime pubblicazioni musicali del Belpaese; è per questo che, signore e signori, ho deciso di comunicare urbi et orbi il mio bollettino del giorno sulle nuove uscite del pop italiano. Sì, quel tragico, ribollente pentolone traboccante degli sguardi impietosi di chi dice che la musica nostrana fa schifo, di chi “parti Afterhours, finisci XFactor”, di “Iosonouncane meno male che esisti“, di “Niccolò Contessa ma quando ritorni”, di Vans, libri citati mai letti e film repostati mai visti che ogni venerdì rinfoltisce la sua schiera di capipopolo di cuori infranti con una nuova kermesse di offerte per tutti i gusti e i disgusti. Ecco, di questo calderone faccio parte come il sedano del soffritto, quindi non prendete come un j’accuse quello che avete letto finora: è solo un mea culpa consapevole ed autoironico – ridiamoci su! che una risata ci seppellirà, per fortuna, prima o poi – a preparare lo sfortunato lettore alla breve somma di vaneggi e presuntosi giudizi che darò qui di seguito, quando vi parlerò delle mie tre uscite preferite del weekend, e della mia delusione di questo venerdì. Sperando di non infastidire nessuno, o forse sì.

TOP


TIROMANCINO
Domenica

Torna settembre, tornano a cadere le foglie e fanno lo stesso le nostalgie; settembre, come direbbe Guccini, è pur sempre «il mese dei ripensamenti sugli anni e sull’età» e quindi tutto quadra sin dal primo ascolto di “Domenica”, il nuovo singolo di Tiromancino – forse l’unico artista della vecchia guardia (nessuno si senta offeso: oggi le “guardie” cambiano più meno ogni due settimane, ed invecchiare sembra ormai essere diventato un fatto di moda più che di biologia) dimostratosi capace di preservarsi dall’aberrazione di sé stesso. “Domenica” è un brano che ricorda il “sentimental mood” tipico della scuola romana di fine anni Novanta/inizio Duemila, con il groove che sale piano piano dalle retrovie di un testo ben scritto e “melenso” al punto giusto. C’è Roma, ci sono gli anni Ottanta, c’è la domenica; lo so, gli ingredienti sembrano essere quelli giusti per un patatrac discografico. Inaspettatamente, talvolta succede che mutando l’ordine degli addendi il risultato possa cambiare.


NEGRAMARO
Ora ti canto il mare

Sono un po’ interdetto di fronte al nuovo singolo dei Negramaro, e forse se sto reggendo all’esperienza (lasciandomi pian piano disegnare sul viso un timidissimo sorrisino compiaciuto) è perché non si smette mai di essere adolescenti, e il me adolescente con i Negramaro ha avuto un rapporto abbastanza simbiotico – ad ognuno i suoi scheletri, ho fatto di molto peggio – ai tempi in cui Giuliano davvero sapeva spostare gli equilibri del mercato pop nazionale. Oggi, dopo mille vicissitudini, il gruppo pugliese è nel pieno di una “riabilitazione” artistica che lo sta portando verso nuovi lidi musicali, attraverso tentativi e sperimentazioni capaci di riservare belle e meno belle sorprese a chi da anni li segue; ad ogni modo, chapeau alla capacità di mettersi in discussione dimostrata dai salentini: fossi in loro, segnerei sul libretto rosso dei pensieri di Giulianone che “Ora ti canto il mare” risulti essere il viatico migliore verso il futuro, tra quelli proposti dagli eterni ragazzacci pugliesi su Spotify negli ultimi mesi. Un po’ Dalla, un po’ Brunori, un po’ Motta, un po’ di nuovo Dalla; e insomma, questo Dalla alla seconda mi basta e avanza per continuare a sentirmi adolescente con gusto.


ZERELLA
Se Dio vuole

Chi segue questo bollettino da abbastanza tempo per essere ormai un pochino (almeno un pochino, e non di più o mi offendo) stufo della mia prosaicissima retorica, sa che per Zerella ho un debole che definirei ormai di lungo corso, che negli anni ha saputo rafforzarsi alla luce di una crescita artistico-intellettuale che, tra inciampi, pandemie e cambi di rotta, ha portato il talento irpino a confrontarsi con i diversi multiversi possibili del proprio essere cantautore; una frequenza di pubblicazione, la sua, da vecchia scuola, quella che insomma non sta dietro ai tempi di Mister Ek e che decide di parlare solo quando ha qualcosa da dire. Oggi, “Se Dio vuole” dimostra l’esistenza di una nuova leva autorale che ha i piedi ben piantati nel presente, anche se il presente sembra troppo impegnato a rigettare ogni consapevolezza di sé stesso. E allora, ascoltare il nuovo singolo di Ciro diventa ancora più importante, più per l’ascoltatore che per chi ha scritto il brano: dentro c’è gran parte di quello che sta succedendo dietro lo schermo piatto dei nostri televisori, a distanza di granata. Dentro, c’è anche la rinascita di una certa canzone d’autore che preme per farsi sentire, e riuscirà a farlo. Potranno strappare tutti i fiori, ma non fermeranno la primavera. Era più o meno così, se non sbaglio, che diceva Pablo Neruda.

FLOP


BEBA, WILLIE PEYOTE
Meno Male

Non conoscevo Beba fino ad oggi, e la responsabilità della sua presenza nel flop, sono onesto, non mi sento di attribuirla tanto alla giovane e promettente cantante quanto piuttosto alla mesta compagnia in concorso di colpa del buon Willie, che si è messo definitivamente seduto alla guida di un carrozzone che fino a qualche anno fa deprecava da palchi infiammati, infiammando – tra gli altri – anche me. Il pezzo, insomma, non è male (meno male, cit) e anche qui più per merito di Beba e della sua produzione reggaettoniana che ammicca a Frah Quintale (e quindi ok, siamo ancora così indie!). Ma la prima domanda che sorge è: perché Willie Peyote sente questa necessità insopportabile di tuffarsi a capofitto in brani altamente degradabili (per dirla con parole vicine alla comunicazione del rapper torinese) alla luce di tutto quello che si è impegnato a rappresentare negli ultimi anni? Possibile che Sanremo abbiamo fatto scoprire al buon Guglielmo un’inaspettata passione per le passerelle e le sfilate di facciata? Speriamo di no, perché in quel caso la facciata non reggerebbe. Anzi, sembrerebbe già prossima al crollo. E attenti ai calcinacci di intonaco, che beccarli in testa fa male. E meno male.

SEZIONE VIVAIO

Di fronte al nuovo che avanza ritrarci non è più possibile, se non assumendocene le pesanti responsabilità generazionali; ecco perché abbiamo bisogno oggi di dedicarci ai polmoni di domani, che hanno bisogno di ossigeno e di speranza. Nasce per questo la “Sezione Vivaio”, con le nostre segnalazioni dei più interessanti emergenti di giornata: solo i migliori fiori che la gioventù, come direbbe Fossati, fa ancora crescere per le strade.

ZABRISKI, Giungla

Non male il ritorno sulla scena di Zabriski, che in “Giungla” rispolvera un sound mainstream a metà tra Gazzelle e Niccolò Contessa per raccontare qualcosa che ha il sapore vagamente generazionale del manifesto; pennellate pop su un giro di rhodes che regge l’intero impianto, dando voce e sudori, umori, paure e cliché capaci di dipingere con efficacia la giungla impossibile dell’avere vent’anni (o giù di lì) nel terzo millennio.

MOSE’ SANTAMARIA, Festivalbar

Non mi dispiace affatto, anzi, il nuovo singolo di Santamaria; non sono d’accordo con lui sulla bellezza del Festivalbar, ma siamo indubbiamente d’accordo sulla via estetica scelta: buon timbro al servizio di una produzione che ricorda i grandi nomi degli anni Ottanta e i primissimi The Giornalisti. La penna è molto buona, e fa venire voglia di scoprire altro.

CHIAZZETTA, Basta

Dai, come si fa a non farsi conquistare dalla simpatia contagiosa di Chiazzetta, che ridendo in faccia a ciò che non sopporta più riesce a tirare giù il velo di Maya della repressione mal celata di tutti; “Basta” è un raccoglitore di bile che si fonde ad un certo romanticismo che ricorda la scrittura di TARM e prima scena indipendente indie. Insomma, un lavoro giusto, impreziosito dal surplus d’identità che sprizza da tutti i pori della voce di Chiazzetta.

OREGON TREES, Adventureland (album)

Mica male questi Oregon Trees, che scopro oggi per la prima volta all’uscita del loro primo album “Adventureland” e che già mi hanno conquistato e costretto a tornare a far muovere le chiappette al ritmo del groove avvolgente e denso di una produzione di qualità, palesemente votata a guardare oltralpe, oltremanica e oltreoceano. Un parco avventure, quello degli Oregon Trees, diviso in nove tracce dal sapore deliziosamente pop e ben impacchettate, con ogni cosa al punto giusto; Twenty One Pilots, Of Monsters and Man, echi di Arctic Monkeys, Gorillaz e scena indie americana: non è poco, se fatto con gusto.

SEBAA, Happy Gospel

Sono proprio un boomer, c’è poco da dire. Forte, fortissimo Sebaa: ma quante parole dice nel giro di una battuta? Il timbro è ok, il testo l’ho dovuto ascoltare tipo sei volte per capire cosa dice il buon Sebaa fino in fondo – e non sono sicuro di esserci riuscito -ma questo perché sono un boomer fottuto dall’esistenza e, come tutti i vecchietti, ci metto un po’ a capire queste nuove leve. Fatto sta che gente come Seeba ha in mano il futuro. E tanto male non è.

DALLAMORE, Daiquiri

Non è proprio il mio genere, ma il brano si fa ascoltare piacevolmente. La voce di Daiquiri non è male, magari servirebbe un po’ più lavoro sulle linee melodiche anche se il mood a metà tra Africa e Sudamerica non dispiace; ci sono rose tra le spine. Ed è già un buon punto di partenza.

SENNA, matematica

Mi piacciono davvero i Senna, ormai è inutile negare l’evidenza: i ragazzi hanno talento, cantano bene, pensano bene, scrivono meglio. Tutto si incastra molto bene nella produzione (casereccia, figurarsi con un po’ più di lavoro in fase di cesellatura) di “matematica”, grazie alla capacità dei Senna di tirare fuori dalla scrittura un corpo capace di risuonare senza troppi artifici. Insomma, quando una canzone è bella sta bene in piedi, anche se nuda.

SHADOUONE, Sleepless

Bel tiro per Shadouone, che riscopre la vena trap che la contradistingue attraverso una certa di suoni e di parole che tagliano come lame. Madame ha palesemente aperto un portone importante, ora si deve solo far attenzione a non diventarne “dipendenti”: Shadouone mantiene una sua identità, per quanto l’influenza dell’artista veneta si faccia sentire, e fa bene. Aspettiamo conferme.

 

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