WEEKLY RADAR #79: RUBY HAUNT

 
13 Settembre 2021
 

Attiviamo il radar e scandagliamo in profondità un universo musicale sommerso. Vi racconteremo una band o un artista ‘nascosto’ che secondo noi merita il vostro ascolto. Noi mettiamo gli strumenti, voi orecchie e voglia di scoperta, che l’esplorazione abbia inizio (e mai una fine)…

Quando parliamo di Ruby Haunt non ci riferiamo a un solista, ma a un duo composto da Victor Pakpour e Wyatt Ininns. Se andiamo sulla loro pagina Bandcamp la prima uscita è con l’album “Hurt” datato agosto 2015, anno di formazione della band. Le influenze a detta della band stessa sono New Order, Suicide, Joy Division. Elettronica minimale, dai ritmi bassi e downtempo, con malinconia e nostalgia in gran spolvero.

L’ EP “Crush” esce l’anno dopo. I ritmi sono bassi, decisamente slow e la musica, sempre minimal, si fa comunque avvolgente e notturna.

Le atmosfere dream-pop, quelle che ti avvolgono e ti fanno compagnia quando sei da solo, sul tuo letto, al buio, si materializzano nel bellissimo “SUGAR”. Un grande disco a nostro avviso che porta sempre sulla pelle i segni delle sue influenze, ma si muove benissimo con questi synth evocativi e ricchi di suggestioni notturne e malinconiche. Bassi che ti entrano nel cuore e nella testa.

Il nuovo passaggio arriva nel 2017, con l’ EP “Nevada”, che contiene un gran pezzo “Destroyer”, con quella chitarra circolare che ci fa entrare in loop, lacrime.

Nel settembre 2018 arriva un nuovo album del prolifico duo e anche qui gli applausi devono arrivare forti e convinti perchè “Blue Hour” è veramente un gran bel disco. Un viaggio ametà strada tra il dream-pop e lo slowcore, spigoli arrotondati in apparenza ma taglienti nell’animo. Da pelle d’oca. I synth segnano percorsi a tratti struggenti e si sposano a chitarre mai sopra le righe. Il tono è dimesso, ma non desolato. C’è intimismo e ricerca del piccolo dettaglio, mentre le emozioni trovano la loro strada per emergere. Sempre.

Nell’ EP “Bully” del 2019 ci sono 4 canzoni, una più bella dell’altra. Lo slowcore della title track che poi abbraccia i synth in crescendo è da brivido, ma che dire di “Glimmer”, vera e propria canzone che ti lascia sospeso senza gravità o gli arpeggi strazianti di “Heather” o della calma toccante di “Extinct”?

Sempre nel 2019 ecco arrivare “The Middle of Nowhere”. Lo stile è consolidato: un viaggio in solitudine, che sia nella propria camera, con il pensiero, tra sconfitte e pugni che si chiudono e voglia di riscatto e liberazione, o che sia nel mezzo della notte, in spazi ampi, con lo sguardo che si spinge in avanti e la mente ha bisogno di essere “coccolata e accudita”. I bassi rappresentano i nostri piedi, il battito del cuore che non è veloce, ma è in fase quasi meditativa. La bilancia sonora non pende più solo verso il dream-pop, ma comincia a fare capolino anche un gusto più rurale, con atmosfere degne della tradizione Americana.

Luglio 2020, la nuova tappa dei valorosi Ruby Haunt è con “Tiebreaker”. Ancora una volta minimalismo ed emozioni trovano la loro strada. C’è anche una punta di folk in questo mondo che spesso si fa etereo ma non perde mai il contatto con la realtà, chitarre acustiche mai così presenti che si sposano a tastiere delicate. Rurale e casalingo, accogliente ed empatico: i toni bassi ci fanno compagnia in suggestioni crepuscolari che dobbiamo ritorvare, lontano dagli urli e dai clamori della nostra quotidianità ma anche lontano dai synth degli esordi della band.

L’ultima uscita del duo è datata 3 settembre 2021 e ancora la qualità rimane alta. “Watching the Grass Grow” continua sulla scia del cambiamento operato dagli ultimi dischi della band, con le copertine che già ci danno la forte impronta del sound, più crepuscolare che notturno, più rurale che urbano, con le chitarre sempre più importanti. Americana, slowcore e tiepide suggestioni dream-pop. La band allarga i suoi confini. Guarda al post-rock e non dimentica mai la cura assoluta per melodie struggenti e avvolgenti, con un forte grado di introspezione. Io personalmente resto senza fiato di fronte a “Silver”, una canzone che mi fa piangere come un bambino: semplice eppure così toccante.

Avrete capito quanto amiamo i Ruby Haunt. Fatelo anche voi.

 

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