DURAN DURAN
La TOP 10 Brani

 
27 Ottobre 2021
 

Grandi festeggiamenti in casa Duran Duran. Si celebrano l’uscita di un nuovo album – il quindicesimo, intitolato “Future Past” – e i quarant’anni dalla pubblicazione del fortunato esordio. Quante soddisfazioni ci ha regalato la band di Birmingham dal 1981 a oggi? Davvero troppe per elencarle tutte. Ma non dimentichiamoci dei dispiaceri e delle delusioni che ci hanno procurato – soprattutto nel periodo del declino che, a detta di numerosi esperti duraniani, ebbe inizio addirittura nel luglio del 1985, con una disastrosa esibizione al Live Aid che mise chiaramente in luce le spaccature insanabili all’interno del quintetto.

Qualche errore, bisogna dirlo, l’hanno commesso pure loro. Cadute di stile, però, non ne hanno mai avute. Il look impeccabile che da sempre sfoggiano nei concerti, nelle apparizioni televisive e nei videoclip, tanti dei quali entrati di diritto nella storia di MTV, è difatti il simbolo stesso dei Duran Duran, vere e proprie icone del glamour anni ’80.

Una condanna, più che una benedizione. Le apparenze – i vestiti alla moda, i volti rassicuranti e il lusso ostentato – hanno finito letteralmente per disintegrare le ambizioni artistiche della band britannica che, ancora oggi, resta per molti poco più che il feticcio di un’epoca ormai trapassata.

C’era altro oltre le folle di ragazzine urlanti, le attenzioni morbose dei tabloid e le varie frivolezze dell’era dorata dell’edonismo reaganiano? Secondo noi sì – c’era e c’è ancora. E proviamo a dimostrarvelo con questa corposissima lista di dieci canzoni super-classiche (più dieci bonus track, dal 1984 in poi) che, in ordine prettamente cronologico, ripercorre l’epopea degli inossidabili e scandalosamente sottovalutati Duran Duran.

Planet Earth
1981, da “Duran Duran”

Synth-pop in forma ibrida per il singolo di debutto dei Duran Duran. Le atmosfere fantascientifiche, la sezione ritmica in salsa disco/dance che fa il verso agli Chic e le chitarre aggressive di Andy Taylor sono tutti elementi che hanno contribuito a trasformare il brano in un’inaspettata hit della stagione new romantic, qui richiamata direttamente in un passaggio del testo (Like some new romantic looking for the TV sound/You’ll see I’m right some other time)

Girls On Film
1981, da “Duran Duran”

Uno dei classici immortali dei Duran Duran. La canzone prova a gettare un’ombra sullo sfarzoso mondo della moda e del glamour, anche se in realtà fa l’esatto contrario. Lusso, feste senza fine e modelle seminude: il celebre videoclip del brano traduce in immagini – decisamente esplicite – il mood di un brano di pura, libidinosa pop music.

Rio
1982, da “Rio”

L’arpeggiatore di Nick Rhodes, la linea di basso clamorosa di John Taylor, il sassofono di Andy Hamilton, i tu-tu-tururu-tu-tu di Simon Le Bon…una vita non è sufficiente per elencare tutti gli elementi iconici di questo classicone targato anni ’80. Per i Duran Duran Rio, la ragazza protagonista del brano, è una metafora dell’America: una terra da conquistare a ogni costo – anche a rischio di rovinare dei costosissimi abiti firmati a bordo di uno yacht al largo dell’isola di Antigua.

Hungry Like The Wolf
1982, da “Rio”

Con un testo vagamente ispirato alla fiaba di Cappuccetto Rosso, “Hungry Like The Wolf” viene concepita, scritta e registrata nel giro di pochissime ore, in un sabato pomeriggio trascorso all’interno di uno studio della EMI a Manchester. Finirà per diventare uno dei brani più famosi di tutta la storia dei Duran Duran. Affamati di rock – il riff di Andy Taylor è da dieci e lode – e, inutile anche dirlo, di donne.

Save A Prayer
1982, da “Rio”

Una ballad quieta, meditativa e malinconica che deve le sue immense fortune al sintetizzatore di Nick Rhodes, l’anima romantica e artsy dei Duran Duran, e all’interpretazione accorata di Simon Le Bon, che canta con amarezza di una storia da una botta e via, priva di passione e sentimento. Secondo alcune interpretazioni, il protagonista del brano sarebbe un prostituto che batte i marciapiedi di una strada assai trafficata. I versi iniziali del brano sono effettivamente molto espliciti in questo senso (You saw me standing by the wall/Corner of a main street/And the lights are flashing on your window sill/All alone ain’t much fun/So you’re looking for the thrill/And you know just what it takes/And where to go).

The Chauffeur
1982, da “Rio”

A parere di chi scrive questo è il capolavoro assoluto dei Duran Duran. Un’altra ballad da “Rio” che, nonostante i palesi richiami ai Japan di  David Sylvian, affascina per gusto e originalità. Un esempio incredibilmente commovente di synth-pop nella sua forma più elegante, gelida e austera. Degni di nota i synth ipnotici e spettrali di Nick Rhodes, il riff di ocarina (!) e l’interpretazione da brividi di un gigantesco Simon Le Bon, autore tra l’altro di un testo che è vera e propria poesia.

Is There Something I Should Know?
1983, dal singolo omonimo

In Europa, grazie al portentoso successo di “Rio”, la Duranmania è già esplosa. Ma alla band e ai discografici non basta: bisogna conquistare l’America. L’ideale sarebbe un singolo in grado di richiamare i suoni dell’età classica del pop britannico – quella dei Beatles, tanto per intenderci. “Is There Something I Should Know?”, che pure scoppia di deliziose armonie vocali, ha in realtà ben poco di beatlesiano. Ma fa il suo dovere: arriva ai vertici delle classifiche britanniche e statunitensi.

Union Of The Snake

New Moon On Monday

The Reflex
1983, da “Seven And The Ragged Tiger”

Le pressioni insostenibili della EMI per il seguito di “Rio” sono fonte di frustrazione per i Duran Duran, cui gli abiti di boyband per ragazzine iniziano ad andare strettissimi. Con “Seven And The Ragged Tiger” – che pure ottiene un successo strabiliante in tutto il mondo – emergono le prime, insanabili crepe all’interno del quintetto originale. I primi due singoli estratti dal disco – le bowiane “Union Of The Snake” e “New Moon On Monday” – sono eccellenti esempi del miglior pop duraniano, ma a raggiungere la vetta delle charts è solo il funk ultra-sintetico e patinato di “The Reflex”.

The Wild Boys
1984, da “Arena”

Un sound crudo, asciutto e affilato per uno dei brani più rock mai registrati dai Duran Duran nella prima fase della loro carriera. Il rullante di Roger Taylor colpisce duro come un pugno e mantiene altissima la tensione. La chitarra di Andy Taylor riesce a essere tagliente e incisiva anche se un po’ relegata in secondo piano. Simon Le Bon sfida la sua estensione vocale ma ne esce vittorioso, regalandoci tra l’altro uno dei ritornelli-simbolo di tutto il pop anni ’80. Il videoclip, un vero e proprio kolossal ispirato all’universo di Mad Max, ha fatto la storia di MTV.

A View To A Kill
1985, dalla colonna sonora di “007 – Bersaglio mobile”

Un brano storico per i Duran Duran. E non solo perché è l’unica canzone scritta per la colonna sonora di un film della saga di 007 ad aver mai raggiunto la prima posizione della Billboard Hot 100. “A View To A Kill”, un ottimo esempio di synth-pop dalle caratteristiche atmosfere “bondiane” e impreziosito dagli arrangiamenti per orchestra del cinque volte premio Oscar John Barry, resterà per quasi vent’anni l’ultima registrazione portata a termine dal quintetto originale. È ufficialmente la fine di un’epoca.

Notorius

Skin Trade

1986, da “Notorius”

I tre anni che trascorrono da “Seven And The Ragged Tiger” a “Notorius” cambiano per sempre le sorti dei Duran Duran. Tra il 1984 e il 1985 il quintetto, alla ricerca di stimoli in grado di salvarne la carriera, decide di separarsi e dar vita a due distinti progetti paralleli. John Taylor e Andy Taylor formano i The Power Station, uno dei primissimi supergruppi della storia del rock. A dar loro una mano ci sono i compianti Robert Palmer alla voce e Tony Thompson degli Chic alla batteria. Simon Le Bon, Nick Rhodes e Roger Taylor seguono la passione per l’art rock e fondano gli ambiziosi Arcadia, autori di un unico album – “So Red The Rose” – colmo di ospiti di assoluto prestigio (Carlos Alomar, David Gilmour, Grace Jones, Sting, Andy Mackay e Herbie Hancock). Quando i tempi per un nuovo lavoro dei Duran Duran sembrano ormai maturi, accade l’irreparabile: due Taylor, ovvero il batterista Roger e il chitarrista Andy, abbandonano la nave. I tre superstiti non demordono e, con il prezioso aiuto di un professionista del pop del calibro di Nile Rodgers, si convertono al verbo del soul pop (venato di funk) e danno alle stampe “Notorious”. Un disco apprezzato dalla critica (stranamente) ma poco compreso dai fan – che, all’epoca, non fecero le corse al negozio per accaparrarselo – dal quale noi recuperiamo due piccoli “gioielli”: la celeberrima title track, dove con piacere troviamo il trio in assetto pista da ballo, e la favolosa (per me, almeno) “Skin Trade”, un chiaro omaggio alla musica di Prince con un inedito Simon Le Bon che si cimenta nel falsetto e fa la sua porca figura.

I Don’t Want Your Love
1988, da “Big Thing”

Gli anni ’80 volgono al termine. La rilevanza dei Duran Duran nel sempre più affollato e competitivo universo pop inizia lentamente a sbiadire. Per mantenersi a galla e non rischiare di precipitare nel dimenticatoio, ci si gioca la carta della svolta dance. I risultati, almeno dal punto di vista commerciale, lasciano a desiderare: “Big Thing” si ferma al 15° posto della classifica inglese e al 24° di quella statunitense. L’album, come al solito bocciato dalla critica, riceve un’accoglienza tiepida anche da parte dei fan. Oggi, a distanza di trentatré anni dalla sua uscita, possiamo pure rivalutarlo senza farci divorare dai sensi di colpa. Il perché è presto detto: contiene una manciata di ottimi pezzi pop – “Palomino” e “Land” sono due esempi di pura classe duraniana – e la pompatissima “I Don’t Want Your Love”. Una hit irresistibile ma dimenticata in cui convivono in armonia elementi di new wave, house music e R&B. Nel disco inizia a guadagnare spazi Warren Cuccurullo, il sostituto di Andy Taylor. Un chitarrista italoamericano di grande talento, lanciato da Frank Zappa ed emerso collaborando con i Missing Persons di Dale e Terry Bozzio. Tanti lo ricordano per due sue bizzarre passioni – il culturismo e la pornografia; noi lo preferiamo con i vestiti addosso e la chitarra a tracolla.

Serious
1990, da “Liberty”

Iniziano gli anni ’90 e i Duran Duran tornano a essere un quintetto. Dopo aver sostituito Andy Taylor con Warren Cuccurullo, è il turno di trovare qualcuno degno di sedersi allo sgabello della batteria appartenuto all’altro Taylor della sezione ritmica, l’ormai pensionato Roger. Sterling Campbell, futuro collaboratore di David Bowie, diventa un membro ufficiale. Un talento mostruoso che, nonostante l’impegno, non riesce da solo a risollevare le sorti dello sfortunatissimo “Liberty”, un flop spaventoso che non viene neanche promosso con una tournée dedicata. Un vero peccato, perché un singolo di godibilissimo pop rock come “Serious” avrebbe meritato una sorte diversa. Indimenticabile l’ospitata a “Fantastico” (linkata qui) in cui i Duran Duran propongono il brano per la prima – e forse ultima – volta in Italia. Non tanto per le domande dei fan in studio o per le scenette alquanto imbarazzanti con Pippo Baudo e Marisa Laurito, quanto per la clamorosa figuraccia di Simon Le Bon che, per dimostrare la ritrovata armonia all’interno della rinnovata band, fa le presentazioni ma scambia Campbell per Cuccurullo.

Ordinary World
1993, da “Duran Duran (The Wedding Album)”

Per rendere omaggio al secondo album senza titolo dei Duran Duran avremmo potuto recuperare la celeberrima “Come Undone”, oppure andare a dissotterrare quel capolavoro di cafonaggine che porta il titolo di “Drowning Man”. Ma con “Ordinary World” nel mazzo, le chiacchiere stanno a zero. Questa calda ed elegante ballatona, dominata dalla voce di Simon Le Bon e dalla chitarra di Warren Cuccurullo, regalò una seconda giovinezza agli ex ragazzi di Birmingham. Un’ultima hit prima dell’oblio.

Electric Barbarella
1997, da “Medazzaland”

Nessuno si offenderà se tralasciamo “Thank You”, compilation di cover pubblicata nel 1995, e passiamo subito allo sfortunatissimo “Medazzaland”. Vedovi del bassista John Taylor, Simon Le Bon e Nick Rhodes danno alle stampe un disco stilisticamente coraggioso ma estremamente iellato. I rapporti con la EMI sono ai ferri corti: l’album non riceve alcuna pubblicazione ufficiale in Europa, e in America viene acquistato probabilmente solo dai figli illegittimi dei due ex tombeur de femmes. Un lavoro spiazzante – ricco com’è di numerosissimi riferimenti a quel rock elettronico ultra-elaborato e simil-industrial che alla fine degli anni ’90 era tanto in voga – ma, in fin dei conti, non indecente come tanti lo dipingono. A me personalmente non dispiacciono le rockeggianti “Who Do You Think You Are” e “So Long Suicide”, ma credo sia giusto riservare il posto d’onore alla scoppiettante “Electric Barbarella”. Un singolo entrato nella storia della musica: è il primo a esser mai stato messo in vendita sulle piattaforme digitali – al prezzo di 99 cents sul sito internet della Capitol Records.

(Reach Up For The) Sunrise
2004, da “Astronaut”

A malincuore mi tocca tagliare fuori dalla lista il bel “Pop Trash” – dal quale, per gusti personali, avrei recuperato “Playing With Uranium”, il secondo singolo estratto – per fiondarmi tra le note di “Astronaut”, ovvero l’album della rinascita dei veri Duran Duran. I tre Taylor rientrano in formazione e si torna ai bei tempi di “Rio” e “Arena”. Oppure no? Diciamoci la verità: questo disco, come il suo successore “Red Carpet Massacre”, è veramente deludente. Ma è solo un mio inutilissimo parere. In tanti, all’epoca dell’uscita, la pensarono diversamente: dopo anni di flop e scivoloni, nel 2004 le classifiche tornarono a sorridere ai Duran Duran. A fare da traino, la hit “(Reach Up For The) Sunrise”: un brano francamente insopportabile, ma fondamentale per la rinascita artistica del gruppo. Di questo disco apprezzo solo “Chains” e “One Of Those Days”.

All You Need Is Now
2011, da “All You Need Is Now”

Chiudiamo con i fuochi d’artificio. La title track di “All You Need Is Now”, il tredicesimo album dei Duran Duran, è il simbolo di una band storica che, sempre fedele al proprio passato, non ha mai avuto paura di affrontare il futuro. In cabina di regia c’è l’espertissimo produttore Mark Ronson, uno degli artefici del successo di Amy Winehouse oltre che fan sfegatato del gruppo. Il suo non è solo un lavoro di amore, rispetto e dedizione alla causa, ma un vero e proprio lifting artistico. Con “All You Need Is Now”, infatti, i Duran Duran sembrano ringiovanire di trent’anni, tornando alle radici di un suono smaccatamente pop ma “sporcato” dal rock, dal post-punk e dalla new wave. Il cerchio si chiude con un salto indietro al 1981.

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