“L’ASSENZA DI MARTIN è STRANA, MA SIGNIFICA CHE STIAMO PROVANDO QUALCOSA DI NUOVO”: SICE E TIM BROWN CI PARLANO DEL RITORNO DEI THE BOO RADLEYS

 
16 Novembre 2021
 

Possiamo dire che l’emozione di rivedere insieme Simon ‘Sice’ Rowbottom, Rob Cieka e Tim Brown è davvero tanta? Quello dei Boo Radleys è sicuramente un nome tutelare per un certo modo “esuberante” di intendere il guitar-pop e gli anni ’90 ci hanno consegnato non solo una discografia tanto ricca e variegata, ma anche un primo posto in classifica con il classico “Wake Up!”. Ora, seppure senza il principale compositore Martin Carr, la formazione è tornata con un nuovo EP, antipasto di un album completo di prossima pubblicazione: l’alchimia musicale è immediatamente tornata. Passato e presente si mescolano nella nostra chiacchierata con Tim e Sice.

(L’intervista, nella sua forma originale, è stata pubblicata su Rockerilla, numero 494 di ottobre 2021)

Ciao ragazzi, in primis, come state?
TIM: Ciao Riccardo, qui tutto bene, ma il mio lavoro di insegnante mi tiene molto occupato. Soprattutto ora che siamo all’inizio di un nuovo trimestre.
SICE: Sì, anch’io sto bene. Occupato… ma, in fin dei conti, è così che mi piace.

La prima vera domanda è ovvia, ma la curiosità è tanta. Come si è concretizzato il ritorno dei Boo Radleys? È stata una cosa improvvisa o questo pensiero era già nella vostra mente da tempo? L’assenza di Martin vi sembra ancora strana o vi state abituando?
T: Riformarsi è stato qualcosa che è accaduto in parte per caso e in parte da inserire nel contesto di un continuo scambio di idee tra me e Sice su cosa fare con le canzoni che avevamo scritto. Avevo chiesto a Sice di mettere la voce sulle mie canzoni e lui mi aveva chiesto di lavorare sulle sue. Tutto è ripartito alla festa di compleanno per i 50 anni di Sice: è lì che abbiamo deciso di lavorare di nuovo insieme. Certo, avevamo bevuto molto e ballato per tutta la sera i Beatles, quindi il giorno dopo non ero sicuro che fosse successo davvero. In origine il tutto non doveva ripartire con la sigla Boo Radleys, quindi inizialmente l’assenza di Martin non si sentiva affatto. Tuttavia, una volta che siamo entrati nel processo di condivisione del materiale pensavo a chi avrebbe potuto occuparsi di certi suoni o strumenti. Arrivati alla fase della registrazione della batteria, beh, non avremmo potuto chiedere a nessun altro perché Rob è l’unico batterista con cui mi sia mai piaciuto suonare.
S: Sicuramente non è stata una cosa improvvisa. Ho iniziato a sentire di nuovo la voglia di suonare in pubblico da qualche anno a questa parte e così facevo qualche concerto acustico. L’intera cosa è semplicemente cresciuta in modo naturale, poi però non sapevamo come chiamarci. Stavamo per decidere qualcosa come Sice Boo and The Radleys, ma quando ne ho parlato con Martin ha detto “chiamatevi The Boo Radleys“. Dopo di questo ci siamo sentiti molto meglio. L’assenza di Martin è strana, ma significa che stiamo provando qualcosa di nuovo, che, in fin dei conti, è sempre stato il nostro obiettivo.

Ho letto qualcosa su Wikipedia sulla fine dei Boo Radleys. C’è una dichiarazione di Sice che dice: “Volevo che la band finisse e solo Martin avrebbe potuto farlo“. Sembra strano che la band sia finita per volere di Martin e che ora sia di nuovo in piedi ma senza di lui…
T: Discorso complicato questo e lascerò Sice a rispondere. Tuttavia, non volevo che il gruppo finisse. Devo aver avuto la testa tra le nuvole perché non ho sentito le stesse tensioni che Martin e Sice dicono di aver provato. Mi stavo ancora divertendo quando si trattava di lavorare sulle canzoni e registrare e sentivo che “Kingsize” fosse il nostro miglior disco. Ero davvero impaziente di vedere dove saremmo potuti andare con l’album successivo. E’ stato un vero peccato che quello stesso album sia stato ignorato perché non ebbe il supporto che la Creation Records che avrebbe dovuto avere. Quando Martin e Sice vennero a casa mia per dirmi la band si stava sciogliendo, pensai che avremmo dovuto andare avanti e che c’era ancora un motivo per continuare a fare dischi, anche se questo avrebbe significato che avremmo dovuto tornare un po’ come agli inizi, perché sarebbero venuti a mancare gli appoggi della casa discografica. Quindi l’argomento dello scioglimento l’ho vissuto così. E più o meno rinunciai a fare musica per circa 10 anni.
S: Penso che quel commento fosse più dovuto alla mia insicurezza e paranoia. Con questo voglio dire che se avessi cercato di “mettere fine” alla band lasciandola, ero in realtà terrorizzato che avrebbero semplicemente preso un altro cantante. Guardando indietro ti posso dire che non volevo affatto che il gruppo finisse, ma ero stanco – sia emotivamente che fisicamente – ed ero semplicemente stufo di essere un cantante e avevo bisogno di fare qualcosa di diverso per un po’. In questi giorni, ci saremmo presi qualche anno di pausa, ma allora pensavamo che le band dovessero sciogliersi quando erano a quel punto.

Qual è stata la prima canzone che avete suonato quando vi siete riuniti in sala prove? Quale emozione avete provato?
T: Non abbiamo provato il materiale per il nuovo EP prima di registrarlo. Avevamo smesso di provare come band prima di registrare molto tempo fa. Quando Sice ha cantato una delle mie canzoni che gli avevo mandato e l’ho riascoltata, mi si sono rizzati i capelli sulla nuca. È stato un momento molto emozionante. In primo luogo perché era passato così tanto tempo da quando avevo sentito la voce di Sice da sola, era più ricca, più matura, ma in secondo luogo perché era la prima volta che la musica che stavo facendo sembrasse reale. Nessun altro l’aveva sentita prima di allora. Una volta che Bobby Boo ha messo la sua batteria sul brano, beh, mi sono sentito come se la band fosse rinata: è stata una vera gioia lavorare sulle canzoni di Sice. Mi ha dato la libertà di provare tutto quello che volevo, a differenza dei “vecchi” Boo Radleys, dove tutte le idee erano filtrate da Martin, o comunque Martin guidava il processo creativo e ne stabiliva la direzione. Quando ci siamo riuniti per provare i brani per i prossimi spettacoli dal vivo, è stato incredibile quanto fosse facile suonare il vecchio materiale e quanto fosse gioioso essere di nuovo insieme in una stanza.
S: Penso che il primo pezzo suonato insieme sia stato “Barney & Me”…prova a immaginare il mio sorriso a 42 denti. L’alchimia dei musicisti è questa: se metti alcuni di loro insieme, allora qualcosa, semplicemente, suona in un modo particolare. Non mi ero reso conto di quanto mi fosse mancato.

Dopo tanti anni, l’uscita di un disco vi dà ancora le stesse emozioni?
T: Di più! Suppongo che ci fossimo abituati a realizzare dischi e con un certo successo, in particolare con “Wake Up!” Non avrei mai immaginato che saremmo tornati a pubblicare qualcosa dopo così tanto tempo e, una volta che EP e l’album sono stati registrati e masterizzati, devo averli ascoltati entrambi centinaia di di volte da allora. Non vedo l’ora che esca l’album perché ci sono delle belle canzoni. E c’è anche la gioia di poter lavorare su canzoni con altri “due Boo Radleys“.
S: Beh, è così, ma la cosa non mi preoccupa molto. I due processi che più mi interessano sono scrivere e suonare dal vivo. Per me quelli sono i due atti veramente creativi. È per questo che lo faccio. Tutto il resto sembra passarmi davanti senza sconvolgermi.

Cominciamo a parlare della quattro nuove canzoni presenti sull ‘EP. Come sono nate? C’è solo la mano di Sice o è uno sforzo congiunto?
T: Abbiamo lavorato sul materiale che ci siamo mandati in modo collaborativo e abbiamo condiviso tutto online, compresi i suggerimenti su come migliorare le parti di ognuno. C’è stata molta interazione sul gruppo WhatsApp in cui facevamo tutte le discussioni su canzoni / chitarre / tastiere / mix ecc.: come ti dicevo è stato sicuramente un approccio più collaborativo di quello che avevamo sperimentato in passato. Il più grande cambiamento è stato dato dal fatto che ognuno di noi che non aveva paura di dare suggerimenti su come migliorare le canzoni. Quindi tutto sommato è stato proprio un lavoro di gruppo.
S: Decisamente un processo collaborativo. Ci scambiamo idee, opinioni, canzoni, testi e solo pensieri generali. Ho sempre sempre voluto essere parte di qualcosa come questo, qualcosa che rappresenti veramente di squadra. Devi lavorare duro per mantenerle, però penso che sia vitale.

“A Full Syringe And Memories Of You” mi ricorda i Beatles. Una melodia cristallina: un favoloso biglietto da visita. Sai che quando ho sentito la canzone il mio primo pensiero è andato a Eggman?
T: Suona certamente come una canzone di Sice, ma anche come una canzone di Boo Radleys. Sento che sia una canzone più matura di alcune delle cose a nome Eggman. Una volta che ci abbiamo suonato tutti sopra, mi sembrava proprio una canzone dei Boo Radleys. Specialmente con quelle trombe e con la batteria di Rob.
S: Ci siamo io, Tim e Rob, quindi è una canzone dei Boo Radleys. Il fatto è che non ho idea di cosa sia una canzone dei Radleys o di Sice o una canzone di Eggman, o una a nome Paperlung. Mi siedo semplicemente al pianoforte o con una chitarra e scrivo quello che mi viene in mente quel giorno. Non penso mai: “Sto per scrivere una canzone dei ‘Boo Radleys“. Non funziona così per me.

Adoro “See It Through”, mi puoi parlare della sua genesi?
T: Questa è una canzone che ho iniziato io ed è stata la prima volta che ho tentato di scrivere un brano e che avesse un significato profondamente personale per me. La canzone parla della possibilità di perdere mia moglie, che era molto malata in quel periodo, ed è davvero un viaggio attraverso tutte le emozioni che ho provato. Era così personale che non riuscivo nemmeno a scrivere le parole per la seconda strofa e Sice ha dovuto intervenire per aiutarmi a buttare giù le emozioni che non potevo esprimere da solo! Sentimenti di potenziale perdita e totale devastazione per il possibile esito della sua malattia. Non c’è nulla di meglio di un pianoforte per trasmettere queste sensazioni all’ascoltatore: anche se sono semplici accordi, non si potrebbe usare nessun altro strumento per ritrarre al meglio la natura personale del brano. La musica, combinata con la voce evocativa di Sice spero renda giustizia al tema della canzone. Il pianoforte, abbinato agli archi, è un modo veloce e collaudato per evocare un sentimento. Il primo verso è volutamente scarno e spero attiri l’ascoltatore. Le chitarre distorte che arrivano poi sono davvero una celebrazione del titolo e una brillante chitarra distorta porta così tanta gioia alle orecchie! Mi resta ancora difficile ascoltare le parole di quella canzone, anche se sono felice di dire che mia moglie sta bene ora!

“ll Put The Bars Around My Heart” è una ballata con il pianoforte decisamente in evidenza. Potrebbe diventare uno strumento sempre più importante nel suono dei “nuovi” Boo Radleys?
T: C’è sempre stato un po’ di piano nelle canzoni, per esempio “Wilder” e “Song from the blue room” ecc., di solito nelle canzoni più tranquille, più nelle ballate. C’è certamente la necessità di un tempo e un posto preciso per il piano e nel nel caso dell’EP è capitato che ci fossero due canzoni che necessitavano di quello strumento!
S: La mia reazione immediata alla tua domanda è stata: “Ma noi abbiamo sempre usato un piano“, solo che poi, guardando indietro, credo che non sia stato davvero così almeno fino a “Wilder” su “Wake Up!”. Amo un buon pianoforte, ma, come dice Tim, deve sempre essere al servizio della canzone.

La storia dei Boo Radleys è lunga, piena di dischi ma anche di suoni diversi. Siete sempre stato un gruppo che ha voluto sperimentare e mettersi in gioco. Pensi che queste quattro canzoni siano una continuazione a un momento del passato che avete voluto riprendere o siano una nuova trasformazione della band?
T: Spero che le nuove canzoni siano un segnale che ci siamo allontanati dal passato. Siamo sempre andati avanti, provando cose diverse, in tutti gli album che abbiamo pubblicato. Questo disco non è diverso. Ma io credo che, proprio perché ci siamo noi tre impegnati sul nuovo materiale, non possiamo fare a meno di suonare come The Boo Radleys, visto che siamo tre quarti di questa band. E non abbiamo paura di continuare a sperimentare, cosa che potrete sentirete sul nuovo album quando sarà pubblicato.
S: Sono completamente d’accordo. Non possiamo fare a meno di suonare come i Boo Radleys, ma ora stiamo lavorando con una modalità molto diversa, sopratutto con diversi autori di canzoni, quindi il tutto non può che essere diverso.

In questi giorni ho riascoltato “C’Mon Kid”s. Ci sono canzoni che contengono altre canzoni, che a loro volta contengono altri brani: è un disco così elaborato e dettagliato. 25 anni dopo, come giudicare quel lavoro? State ancora cercando quella complessità? Sembra che dalle nuove canzoni ora emerga più il desiderio di linearità, o sbaglio?
T:Ricordo che mi era piaciuto molto lavorare a quell’album. Il processo di registrazione è stato divertente. Non mi è piaciuto molto mixarlo, però. Ho sempre sentito che qualcosa si perdeva in quel processo. Le canzoni a più strati erano certamente il segno distintivo di Martin. Qualcosa di unico. Poteva diventare complicato a volte mettere insieme tutte le parti in studio e poi mixarle. Penso che le nuove canzoni siano più semplici, in parte a causa del fatto che Martin non faccia parte del processo di scrittura o registrazione, ma anche perché sentivo che se avessimo tentato di andare in quella direzione saremmo stati accusati di copiare Martin. Non si può battere una canzone pop di 3 minuti.
S: La complessità era ad alti livelli a quel punto e amo totalmente quell’album. Ha davvero abbattuto un sacco di confini e fu criminalmente ignorato. Mi ha fatto capire che l’essere di moda ha molto più a che fare con la con la musica di quanto pensassi. Penso sempre che le canzoni nascano dall’esperienza emotiva e credo che un periodo di conflitto potrebbe far emergere di nuovo quella complessità nella scrittura delle nostre canzoni. Sono ancora alla ricerca della scrittura della perfetta canzone pop, che è un po’ come la ricerca del Graal… non vuoi davvero trovarlo.

Parlando del passato. Eri più eccitato quando sei andato al numero uno delle classifiche con “Wake Up!” o quando hai pubblicato “What’s in the Box (See Whatcha Got)” che era una canzone molto diversa dal disco precedente e c’era il forte rischio di spaventare tutti i nuovi fan che erano arrivati proprio con “Wake Up!”?
T: Il periodo di “Wake up Boo!” era così eccitante. Stavamo avendo il successo che desideravamo. Noi pensavamo di poter condurre quei fan della musica pop verso un suono più duro che era probabilmente più simile al materiale che avevamo fatto prima, per esempio “Giant Steps”. Non c’era nessun “Wake Up Boo!” Part 2 sul disco e certamente “What’s in the Box” è una canzone impegnativa da ascoltare rispetto a Wake Up Boo!”, si, dobbiamo aver spaventato un bel po’ di fan del pop. Beh, più di qualcuno. Il che è stato un peccato. Ho ascoltato “C’Mon Kids” di recente e mi è piaciuto molto. Un grande disco con canzoni incredibili.
S: Ricordo che entrambi sono stati momenti molto eccitanti. L’album al numero uno è stata ovviamente una cosa enorme per noi… ma in seguito, volevamo usare quel successo per provare alcune cose nuove e mantenere alto l’interesse della gente. Purtroppo, non credo che sia quello che la gente vuole…ma onestamente non penso avremmo potuto farlo in un altro modo.

Quando parlo con gli appassionati di musica e fan dei Boo Radleys, l’album “Giant Steps” viene spesso indicato come un capolavoro. Immagino che faccia molto piacere sapere che, dopo tanti anni, quel disco è ricordato come un esempio di sperimentazione e di pop chitarristico praticamente perfetto. Tu che ne pensi?
T: Penso proprio che sapessimo che stavamo facendo qualcosa di speciale durante la registrazione di “Giant Steps”. La paura era una sola: “Gli altri avrebbero pensato che fosse speciale?“. È bello sapere che “Giant Steps” ha colpito così tante persone. Noi prendemmo la decisione di fare il disco da soli, senza Ed Buller come produttore. Lui aveva registrato e mixato “Everything’s Alright Forever” ed era in lista per “Giant Steps”. Grazie a Dio non è stato coinvolto alla fine: avrebbe voluto più controllo sul suono! Avrebbe schiacciato la nostra creatività e l’avrebbe spalmata su un sacco di riverbero. Così la decisione di andare da soli ha significato che potevamo provare cose che altrimenti un produttore non avrebbe gradito, anzi, magari ci avrebbe impredito di fare. Certamente non avremmo amato i riverberi su “Giant Steps”: il disco ha un suono piuttosto asciutto e quindi più frontale, intimo e personale. È stato eccitante ed estenuante allo stesso tempo realizzare quell’album. E il peso della responsabilità è stato sentito da tutti.
S: È bello che l’affetto per questo disco sia durato così a lungo. La cosa grandiosa di quel disco è che suona frizzante, in movimento… sembra che ci stiamo davvero provando alla grande e questo mi piace. Penso che abbia molto a che fare con il fatto che non c’è stato un produttore. Dio benedica la Creation Records per averci permesso di farlo, ha funzionato davvero bene. Personalmente, penso comunque che anche un buon produttore ci avrebbe fatto uscire dalla nostra zona di comfort. Ma questo lo penso solo io, so che gli altri lo avrebbero odiato.

È vero Sice che ora hai una laurea in psicologia? Qui in Italia questo brutto periodo di pandemia ha messo davvero molte persone in grande difficoltà psicologica, soprattutto molti giovani e adolescenti. C’è sempre un senso di paura, incertezza e rabbia. L’assenza di concerti (o queste modalità a publico seduto e ridotto) e la chiusura dei locali non ha certo aiutato. Come vedi questa situazione, da musicista e psicologo?
S: Allora, sono psicoterapeuta e mi occupo anche di counseling psicologico: gestisco il mio studio di terapia e dirigo laboratori di formazione. La pandemia ha portato in superficie le paure e ansie che sono sempre state inerenti alla vita quotidiana. È stato veramente terribile per le persone e io sono incredibilmente occupato nella mia pratica a causa di questa situazione. Detto questo, la pandemia ha accelerato un aumento della consapevolezza che circonda la salute mentale e questo pensiero sta finalmente andando nella giusta direzione. La cosa peggiore della pandemia, per quanto riguarda la musica, è che ha mostrato come i governi ritengano le arti (musica, teatro, ecc.) non certo come essenziali, mentre io penso che queste cose siano assolutamente vitali per proteggere la nostra salute mentale in un mondo sempre più stressante.

Oggi, per fare musica, c’è bisogno giusto di un PC nella propria stanza. Per voi, che venite dalla “vecchia scuola” la musica si fa con strumenti e altre persone, non da soli in una stanza. Ma forse questo non è più molto di moda tra i giovani, soprattutto in questi tempi di distanziamento sociale. Cosa ne pensi?
T: Nell’ultimo periodo della band avevamo iniziato a usare i computer per il sequencing ecc.. Pur venendo dalla “vecchia scuola”, come dici tu, abbiamo sempre abbracciato le nuove tecnologie quando facevamo musica. Penso che comunque la maggior parte dei musicisti lo faccia. È stato il synth pop degli anni ’80 che mi ha fatto desiderare di essere in una band e quello era un periodo in cui un sintetizzatore e una drum machine erano tutto ciò che serviva per fare un disco di successo! Non possiamo dimenticare quanto sia stato rivoluzionario l’uso delle drum machine e dei synth, all’epoca. Io suppongo che il mondo della musica abbia chiuso il cerchio, sempre più lontano dalle chitarre e di nuovo verso l’elettronica. Ora che i computer sono più accessibili non c’è da meravigliarsi che creare musica possa essere un percorso personale e in solitudine, dato che ora è possibile riprodurre tutti i suoni semplicemente schiacciando pochi tasti, per non parlare del rilasciare la propria musica attraverso le piattaforme di streaming il giorno dopo averla realizzata. Il nostro nuovo EP e l’album stesso non si sarebbero potuti realizzare senza la tecnologia moderna. A causa della pandemia non potevamo proprio essere nella stessa stanza! Per fortuna abbiamo registrato tutta la batteria prima che la pandemia decollasse davvero, altrimenti non sono sicuro che il disco sarebbe stato portato a termine. Insegno Tecnologia musicale nella mia scuola e mi piace vedere i giovani abbracciare la tecnologia e fare qualcosa di nuovo con questo sistema!
S: Penso che siamo stati, e siamo ancora, un ibrido delle due cose. Questo disco non sarebbe stato fatto senza la tecnologia che lo facilita. Ci sono centinaia di chilometri tra noi tre, eppure possiamo ancora fare musica insieme via internet. Detto questo, non c’è assolutamente niente che si possa paragonare o accostare all’emozione procurata dalle persone che si riuniscono in una stanza e suonano dal vivo. Speriamo di ottenere il meglio da entrambi i mondi.

Siete stati un gruppo molto importante per la Creation Records. L’etichetta è sempre stata sotto i riflettori: chi la ama e chi la odia. Alcuni artisti hanno bei ricordi e altre no. Come giudichi il tuo periodo con la Creation? In Italia il film Creation Stories non ha avuto il clamore ricevuto in UK, l’hai visto?
T: Non ho ancora visto il film quindi non posso commentare le immagini, anche se ho visto la colonna sonora ed ero felice che ci fossimo anche noi. I miei sentimenti verso la Creation sono stati nel complesso negativi. Anche se abbiamo avuto a che fare soprattutto con Dick Green e Mark Bowen che hanno davvero sostenuto il gruppo, Alan McGee mi ha detto a malapena una parola in tutto il tempo passato insieme e non credo che il gruppo gli sia mai piaciuto. Eravamo su Creation nonostante lui, non grazie a lui. La gente delle case discografiche guarda alla persona principale della band e generalmente ignorano il resto del gruppo, per risparmiare tempo. Così mi sono abituato alla gente che guardava attraverso di me, scrutando la stanza per vedere se qualcuno di più importante era nelle vicinanze. Ma a questo punto mi viene anche da chiedermi se mi ignorassero perché ero semplicemente noioso. Bisognerebbe chiederlo a loro.
S: Non ho visto nemmeno io il film. Con la Creation sono ambivalente. Ho amato il fatto che abbiano riposto fiducia in noi e che si siano fidati di noi (specialmente Dick Green), ma sono anche consapevole che l’immagine di noi che volevano apparisse e la realtà fossero molto diverse l’una dall’altra. Non credo che Alan McGee ci abbia capito del tutto. Non credo che potesse gestire la nostra complessità. Non credo che possa gestire le sfumature di grigio, tende ad essere molto polarizzato nei suoi punti di vista sulle cose.

Grazie ancora per la bellissima chiacchierata e la gentilezza. In chiusura faccio io un salto nel passato. Ricordo molto bene due concerti dei Boo Radleys in Italia. A Milano con gli Sleeper (era il tour di “Wake Up”) e in provincia di Bologna (nel tour di “C’Mon Kids”). Avete hai qualche ricordo particolare dell’Italia?
T: Mi è piaciuto molto visitare l’Italia e ci sono anche tornato un paio di volte da allora: mangiare e bere sono imbattibili! E naturalmente i fan. Ricordo di aver ricevuto un’ottima accoglienza in Italia. È stato un peccato che non siamo riusciti a suonare in Italia più spesso.
S: Certo che mi ricordo! Prima di suonare vicino a Bologna, abbiamo avuto un giorno libero. È stato il mio giorno preferito nei Boo Radleys. Me ne andai per conto mio e camminai per chilometri, ammirando gran parte di quella splendida città. Mi sedetti e sorseggiai un espresso in piazza e poi mangiai una pizza buonissima. Al tramonto mi sono trovato a camminare su una passerella murata fino a una chiesa dove i pipistrelli mi giravano intorno. Scendendo, mi sono poi ritrovato con tutti i ragazzi e abbiamo mangiato e riso tantissimo e poi siamo tornati all’hotel dove il direttore ha minacciato di di buttarci fuori perché per lui eravamo troppo ubriachi. Ricorderò sempre quel giorno con affetto e spero proprio che un giorno torneremo a suonare in Italia.

 

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