SPOTIFY VA IN GUERRA. E NOI?

 
7 Dicembre 2021
 

Daniel Ek, il miliardario svedese, fondatore e CEO di Spotify, ha annunciato un investimento di circa 100 milioni di euro nella start-up “Helsing”. Una società, che vanta già sedi a Londra, Berlino e Monaco di Baviera, nella quale Ek siederà anche nel consiglio di amministrazione, che è stata definita come “una società di information-technology che utilizza l’intelligenza artificiale (AI) nell’implementazione della sicurezza”. Stiamo parlando di una realtà che si propone di lavorare con i ministeri della difesa di paesi come la Francia, la Germania e il Regno Unito, che conta al suo interno – in ruoli chiave – personaggi provenienti dal mondo militare e che, in maniera sfrontata – hanno proprio la faccia come il culo, canterebbero gli Offlaga Disco Pax – si propone di “mettersi al servizio delle nostre democrazie”.

Un messaggio davvero inquietante che ci richiama alla mente quella assurda “dottrina Bush” che teorizzava, tra i suoi principi, l’unilateralismo, il diritto alle guerre preventive, l’utilizzo del “regime change” – dei cambi di regime – come strumento di esportazione della democrazia.

Anche se oggi nessuno sostiene, almeno esplicitamente, questa infausta e pericolosa dottrina, la questione resta sempre la stessa: difendere i propri interessi industriali esercitando una pressione politica, economica e militare sugli altri paesi in maniera tale da influenzarli, controllarli e soggiogarli. Se un tempo la democrazia veniva esportata, oggi si parla di esecuzioni mirate tramite droni, di attacchi informatici, di appoggio silenzioso a regimi e dittature abiette che negano l’universalismo valoriale del mondo occidentale fondato sulla libertà, sulla verità e sui diritti umani.

Ek, in perfetta sintonia con i suoi nuovi amici in uniforme, predica bene, ma razzola male, anzi malissimo. Sostiene che questa start-up garantirà, nel prossimo futuro, il progresso della società e condizioni di vita migliori per tutti noi, ma, intanto, egli continua a depredare gli artisti ed erodere l’industria musicale.

La musica è solo un altro strumento per promuovere la sua ricchezza, non c’è assolutamente nulla di etico in queste azioni. Progettare un’intelligenza artificiale che, sfruttando i vari sensori presenti sui veicoli militari, permetterà di ricostruire il campo di battaglia e aiuterà le truppe a identificare i propri nemici, i droni avversari ed altre eventuali minacce, rientra in quella che è una guerra cibernetica già in atto e che vede le grandi potenze della Terra – Stati Uniti, Cina e Russia in primis – sfidarsi non più sulla terra, in aria o nelle profondità degli oceani, bensì attraverso hardware e software sempre più complessi, “intelligenti” e sofisticati. Cosa succederebbe se queste tecnologie finissero, un domani, nelle mani di un despota o un criminale senza scrupoli?

L’idea secondo cui la ricerca militare favorirà, successivamente, l’adozione di queste stesse tecnologie anche nel settore civile, permettendo così l’elaborazione intelligente ed in tempo reale di dati e informazioni che potrebbero facilitare la vita dei cittadini, è semplicemente un modo per nascondere la propria sporca coscienza. Perché Ek, se ci tiene così tanto al nostro benessere e alla collettività, non ha investito direttamente nel settore civile? Perché ha preferito quello militare?

Perché le nazioni più ricche e potenti del mondo, essendo impegnate in questa guerra virtuale, dirottano le proprie risorse non verso i settori più pacifici e vicini alla collettività, bensì verso il settore militare ed è, di conseguenza, in questo settore che uomini venali, come il CEO di Spotify, sono spinti ad investire, nella consapevolezza che poi la politica degli stati avvantaggerà e favorirà questi loro investimenti. Non è un segreto, infatti, il ruolo chiave e subalterno svolto dai politici: in Italia, ad esempio, il governo Renzi decise di smantellare il carrozzone Finmeccanica, vendendo tutte le aziende connesse al settore civile (trasporti ed energia compresi) a multinazionali straniere, per costruire la nuova Leonardo con le sole aziende legate al settore militare. E dell’acquisto dei supercaccia Tempest da parte dell’attuale governo Draghi ne vogliamo parlare? Senza dimenticare la triste vicenda dei caccia F35.

Ek ha deciso, sulla nostra pelle, che la musica, da sempre patrimonio universale dell’umanità, venga ridotta ad un mero strumento di perfezionamento dell’industria bellica, contraddicendo quei messaggi di armonia, di uguaglianza, di pace e di serenità che sono intrinsecamente parte viva e pulsante di questo nostro mondo; un mondo fatto da band, da artisti, da musicisti, da fonici, da grafici, da produttori, da tecnici, da giornalisti, da critici, da riviste musicali, da webzine, da etichette discografiche, da appassionati, da tanti parchi paranoici e coniglietti indie che con il loro lavoro, il loro impegno e soprattutto il loro amore sono, purtroppo, trasformati in un’arma, in uno strumento di morte, sofferenza e distruzione.

Ma non dimentichiamo che, anche prima di questa arrogante scelta, non è che, per il settore musicale, le cose andassero bene. Più volte abbiamo denunciato il fatto che le varie piattaforme di streaming, in particolare Spotify, concedessero royalities irrisorie, mettendo in difficoltà soprattutto gli artisti indipendenti e meno conosciuti e avvantaggiando, grazie ai loro algoritmi “pay-for-play”, esclusivamente le grandi etichette discografiche ed i grandi nomi.

Oggi, però, è difficile, se non addirittura impossibile, immaginare che un artista, una band o una piccola etichetta discografica possano promuoversi rinunciando del tutto allo streaming. Si tratta di un mercato losco, ma è un mercato con cui è necessario interagire, visto che le Big Tech, le grandi compagnie del settore informatico, hanno imposto, in modo lucido e coordinato, un modello di sviluppo che prevede di raggruppare e controllare i dati degli utenti, sfruttando le loro emozioni e le loro passioni. Ciò che essi vogliono è chiaro ed evidente, ma noi ci siamo ormai assuefatti e crediamo di dover necessariamente scendere a compromessi con questo sistema di potere che sta costruendo un futuro distopico fondato sulla sorveglianza continuativa delle nostre scelte, delle nostre abitudini, delle nostre vite, in modo da prevederle, influenzarle e trarne vantaggi economici, politici e sociali.

Hanno ragione quegli artisti e quelle persone che ci invitano a chiudere i nostri account Spotify, Apple o Amazon e che ci spronano a chiedere e cercare soluzioni alternative, meno predatorie nei confronti degli stessi artisti e svincolate dagli organismi di potere, ma è chiaro che una campagna di boicottaggio contro questi mostri potrebbe riuscire solamente se impegnasse tutti noi, dal singolo ascoltatore alle band più conosciute ed influenti e, purtroppo, al momento non sembrano esserci le condizioni, in particolare il fronte è diviso, in molti guardano al proprio tornaconto immediato e questo non fa altro che avvantaggiare piccoli e grandi speculatori che stanno, letteralmente, uccidendo il nostro pianeta.

Credit Foto: Fortune Live Media, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

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