ANY GIVEN FRIDAY
Ogni Maledetto Venerdì #56

 
17 Dicembre 2021
 

È di nuovo venerdì e seguendo la traiettoria del volo di un moscone – dal ronzio più emozionante di tante cose sentite ultimamente – ho percepito l’esigenza, da parte dell’Universo, di sapere (anche) la mia sulle ultime pubblicazioni musicali del Belpaese; è per questo che, signore e signori, ho deciso di comunicare urbi et orbi il mio bollettino del giorno sulle nuove uscite del pop italiano. Sì, quel tragico, ribollente pentolone traboccante degli sguardi impietosi di chi dice che la musica nostrana fa schifo, di chi “parti Afterhours, finisci XFactor”, di “Iosonouncane meno male che esisti“, di “Niccolò Contessa ma quando ritorni”, di Vans, libri citati mai letti e film repostati mai visti che ogni venerdì rinfoltisce la sua schiera di capipopolo di cuori infranti con una nuova kermesse di offerte per tutti i gusti e i disgusti. Ecco, di questo calderone faccio parte come il sedano del soffritto, quindi non prendete come un j’accuse quello che avete letto finora: è solo un mea culpa consapevole ed autoironico – ridiamoci su! che una risata ci seppellirà, per fortuna, prima o poi – a preparare lo sfortunato lettore alla breve somma di vaneggi e presuntosi giudizi che darò qui di seguito, quando vi parlerò delle mie tre uscite preferite del weekend, e della mia delusione di questo venerdì. Sperando di non infastidire nessuno, o forse sì.

TOP


JOVANOTTI
La Primavera

C’è qualcosa che trovo irresistibile in Jovanotti. Sono un nostalgico, certo, e appena sento la “effe” goffa di Lorenzo per me partono in slow motion scene di infanzie felici e adolescenze piene di estati e salsedine (che miracoli che compie, il filtro del ricordo). Però c’è anche un dato di fatto: il signor Cherubini è uno dei pochi “invecchiati bene”, tra i senatori della musica nazionale, capace ad ogni nuovo singolo di proporre qualcosa che ti aspetti e non ti aspetti, incapace di deludere davvero qualcuno perché, gira che ti rigira, quello che fa è quasi impossibile che non piaccia o, quanto meno, susciti simpatia.


UMBERTO MARIA GIARDINI, NICOLETTA NOE’
Come cometa

Umberto Maria Giardini è uno dei pochi cuori puri che rimangono alla scena nostrana, capace di declinare in modi speciali la sua naturale propensione al bello- anche quando lavora con e per vocalità diverse dalle sue. Non me ne voglia Nicoletta Noé (che si fa apprezzare, qui, eccome), ma il vero quid artistico del brano si annida nelle trame del testo laddove trova l’amplificazione emotivo del timbro e dei colori di Giardini: il ritornello è una perla, che si incastra nel cuore sin dal primo ascolto e aiuta ad evadere dalla mediocrità della discografia contemporanea, quanto meno per il tempo di una canzone.


FRANCO 126
Fuori programma

Francone colpisce ancora, e lo fa nel modo giusto: con la precisione del cecchino e la forza del pugile, il cantautore denoialtri nato e cresciuto con il rap e Califano (mi sto lanciando in racconti che non conosco, ma che mi piace immaginare così) è divenuto ormai certezza della nuova scena autorale nazionale. Sì, perché c’è un’identità forte in quello che fa Franco 126, che si avverte già da un po’ nella produzione dell’artista: era un “Fuori Programma” fino a qualche tempo, oggi è una certezza che pare incrollabile quella inerente la qualità della proposta di Francone nostro.

FLOP


FULMINACCI
Brutte compagnie

Non lo so, non so proprio che fare con questo nuovo singolo di Fulminacci; per uno come me, che Filippo lo segue con tanta passione sin dai primi passi del talento romano, “Brutte compagnie” è un brano che sa di conferma e di smentita allo stesso tempo. Mi spiego meglio; Utinacci è uno che le canzoni le sa scrivere, eccome, ma allo stesso tempo su di lui è sempre gravata l’ombra (non a tutti i costi inficiante) di un certo debito artistico verso la scena romana di fine Novanta/inizio Duemila: da Silvestri a Gazzé, in Fulminacci si è sempre avvertito l’eco (nemmeno troppo lontano) degli ascolti che ne hanno segnato l’adolescenza, accompagnato la crescita ed esplosione artistica continuando ad essere un riferimento estetico importante per tutta la produzione dell’artista capitolino. Ecco, e qui sta la conferma: quella inerente le radici di Filippo, che si sentono ben presenti anche in “Brutte compagnie” (che, se vogliamo, rappresenta una “felice” regressione al mood del disco d’esordio) e che rimangono, vuoi o non vuoi, certezze artistiche importanti. La smentita, se vogliamo, è direttamente interdipendente dalla “conferma” esposta qui sopra: ovvero che quello che può fare Fulminacci di “nuovo” e diverso rispetto ad una canzone d’autore di cui è evidente e dichiarato epigono deve ancora venire.

SEZIONE VIVAIO

Di fronte al nuovo che avanza ritrarci non è più possibile, se non assumendocene le pesanti responsabilità generazionali; ecco perché abbiamo bisogno oggi di dedicarci ai polmoni di domani, che hanno bisogno di ossigeno e di speranza. Nasce per questo la “Sezione Vivaio”, con le nostre segnalazioni dei più interessanti emergenti di giornata: solo i migliori fiori che la gioventù, come direbbe Fossati, fa ancora crescere per le strade.

IBISCO, Chimiche

Allora, Ibisco è tipo la mia scommessa sul futuro da così tanto tempo che mi viene da dire “cavoletti, sig. Futuro, quanto ci metti ad arrivare?!”. Lo so io, lo sa lui, lo sa il Futuro, lo sa chi legge questo bollettino da qualche tempo che sono piuttosto “fedele” quando mi innamoro: con Filippo è stato un colpo di fulmine, ed ogni nuova uscita è una mazzata emotiva non da poco. Anche (e forse, soprattutto) quando tira fuori quell’aggressività passiva alla Ian Curtis come fa nel suo nuovo singolo “Chimiche”; pensate all’apocalisse, pensate a ciò che rimane dopo un disastro atomico, pensate ad una nuova umanità: questo è Ibisco, sentore di tempesta purificatrice tra i nuvoloni grassi e pesanti del nuovo pop nostrano.

MILLE, Denti

Come sempre eclettica e virtuosa (nella scelta di strutture, melodie e ritmiche oltre che nella capacità di controllo vocale) la nostra Mille, che per l’occasione decide di fondere estremi diversi che congiungono in un’unica sinergia CCCP e il primissimo e “cattivissimo” Iosonouncane. Il testo è distopico il giusto, capace di mettere addosso quell’angoscia esistenziale che il brano vuole comunicare.

GIANNINI, Via Baldacchini 27

Giannini non è un nome a noi sconosciuti, tutt’altro. Il cantautore pugliese, fondatore e direttore artistico di Aurora Dischi, negli anni di canzoni ne ha scritte, eccome: tutte caratterizzate da una spinta pop giusta, con le parole giuste nel posto giusto. Ecco, nemmeno “Via Baldacchini”, con tutta la sua forza retrospettiva, non smentisce l’attitude dell’artista. Anzi.

TERACOMERA, Nascere fra gli altri

Partiamo col dire che scegliere di pubblicare un brano così, in versione “live”, fa pensare che certe cose contino ben più, per alcuni, di una manciata di stream in più. Certe cose, tipo cosa? Beh, tipo la sincerità, la coerenza e l’urgenza di un progetto come quello dei Tèracomera, nati per solcare palchi e in chiara astinenza di “live”. “Nascere fra gli altri” è un brano dal retrogusto esistenziale, che mescola Battiato e i Beatles e lo fa con un piglio autorale che diventa irresistibile nel flusso audio-video di una live session dal giusto grado di “emotività”.

GOMMA, Sentenze

Bella storia gli ultimi singoli di Gomma, che per l’occasione rispolverano tutta la loro derivazione grunge in un testo che se la batte con tutti gli altri per ispirazione poetica. L’esplosione finale accompagna la conflagrazione di un brano che sale con calma, per detonare poi nel cuore di chi sa ascoltare. Niente male.

MANITOBA, Pesci

Freschi di un tour che li sta portando su e giù per lo Stivale, il duo reduce dalla penultima (ormai) edizione di XFactor tirano fuori dal cilindro un sound diverso da quello che ti saresti aspettato, mescolando urban, dance, funk e una goccia di R&B che rende il tutto più “cool”. Ogni tanto la tensione cala e qualche scelta, a mio parare, rimane di dubbio gusto, ma nel complesso il brano è ok.

FRANCESCO SAVINI, Fenomenica

Preparate i fazzoletti, gli scottex, i mocci per lavare in terra e tutto ciò che possa essere utile ad assorbire le lacrime che verserete sin dai primi secondi di “Fenomenica”, il singolo forse più intimo di Savini che, ormai, è divenuto un nome fisso del mio bollettino del venerdì. Il brano è una confessione intima, la risposta ad un atto mancato che finalmente ora trova la realizzazione che desiderava in una dedica sottovoce, per provare a sedare un’assenza che pesa.

MONKEY WEATHER, Tony

Prima dello stop natalizio, in tempo per chiudere col botto un 2021 che li ha visti piuttosto attivi, tornano anche i Monkey Weather con “Tony”, che sin dal titolo non può che darti l’impressione di un brano che fa “simpatia”. Poi lo ascolti, e la simpatia rimane mista ad un certo retrogusto amaro che fonde Battisti, Enzo Carella, gli anni Sessanta, il rock del decennio successivo e un certo sentore – sul ritornello – di “emo” anni 2000 che fa, effettivamente, sorridere. Bella roba!

BE A BEAR, BADLANDS, Mr. Dust

Incursione, per noi, nel mondo del pop più sinfonico e strumentale con il remix curato dalla svedese Badlands sul brano di Be A Bear dedicato a Dardust, come il titolo del brano suggerisce. Nella cornice sospesa ed eterea del brano, si incastrano atmosfere che collegano ambient, pop e sinth-wave con gusto, pur nella semplicità armonica e ritmica di un brano per lo più omogeneo ed ordinato. Una “sensazione” di leggerezza ed ascesi resa attraverso un’orchestrazione immediata, intelligente e per nulla pretenziosa, anzi, che gode dell’inspessimento ritmico offerto dal remix di Badlands.

THE SLEEPING TREE, Our Somber Song

Basta un riff efficace, come quello che apre il brano, per tenere in piedi una ballad semplice e utile a raccontare un’intimità complessa come quella di The Sleeping Tree. “Our Somber Song” fonde pop, folk e una buona dosa di country sapientemente “digerito” e assimilato nel giro di danza di un passo a due privato, dolcissimo, vero.

DOMINO, L’ora del tè

Che gusto, Domino. C’è qualcosa che mi fa impazzire tra le trame sinuose e sensuali di un brano che scivola come una carezza voluttuosissima, aiutando il “funky” a salire dalla pancia fino alla testa andata e ritorno. “Senti che musica c’è”   , dice Domino: e l’odore, effettivamente, è “di buono”.

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