OGGI L’ALBUM D’ESORDIO DEI DOORS COMPIE 55 ANNI

 
4 Gennaio 2022
 

Difficile approcciarsi ad album che, ormai, hanno festeggiato abbondantemente il mezzo secolo di vita. Difficile perché, esclusi i gioielli di culto, dei classici si è già scritto di tutto e di più. L’esordio dei Doors di Jim Morrison, Ray Manzarek, Robby Krieger e John Densmore, avvenuto il 4 gennaio del 1967, è uno di quei dischi-evento che sono stati fonte d’ispirazione, folgorazione e illuminazione, se non di vero e proprio plagio, per generazioni e generazioni di musicisti, artisti, addetti ai lavori e semplici ascoltatori.

Con “The Doors” nasce probabilmente il rock “maledetto”, quello che danza nichilisticamente con il sesso e la morte, che fa della droga un feticcio e una via di fuga, quello del motto “live fast, die young” che imperversava nell’America del dopoguerra (e poco dopo sarebbe uscito il suo perfetto complemento, “The Velvet Underground & Nico”, ma questa è un’altra storia… che non mancheremo di raccontare). Di questo marcio e fecondo milieu, Jim Morrison ne è l’indiscutibile sciamano, il martire del rock per antonomasia.

Ma al di là di quel che oggi chiameremmo banalmente “hype“, questo lavoro ha veramente uno spessore artistico, prima ancora che storico-sociale. “Break on Through (To the Other Side)”, rifacendosi ai classici del garage (Monks, Sonics), ci suggerisce uno dei primi ruggiti “punk” della storia. All’estremo opposto, “The Crystal Ship” è una poesia lisergica che infine si riallaccia al termine della notte (“End of the Night”). “Twentieth Century Fox” ne mostra il lato sardonico, mentre ci si rifugia di bar in bar (la “Alabama Song” del caustico per eccellenza, Bertold Brecht) abusando di sovratoni circensi, camuffando dietro le maschere da pagliaccio il proprio malcelato spleen (la copertina del secondo album “Strange Days” esplicita la questione): fingere per sopravvivere, il piacere terreno come unico anestetico all’insopprimibile dolore dell’esistenza.

Il clou che spedirà i Doors nell’Olimpo della cultura occidentale è però quello che si inchina al citato connubio fra Eros e Thanatos: “Light My Fire”, graziata dall’immortale organo di Manzarek, che volteggia con ossessione per tutti e sette gli interminabili minuti, sullo sfondo di un amplesso, sgretola la forma canzone in un’orgia suadente. E in coda non può che esserci “The End”, uno dei primi brani passati regolarmente in radio a sfondare i 10 minuti di durata, con i suoi continui rimandi al desiderio di morte per il tramite di un’allucinata sessualità (“cavalca il serpente fino al lago…“) che conducono all’inevitabile conseguenza di una così tenacemente ricercata autodistruzione (il parricidio, e, al culmine del delirio, l’incesto).

I Doors avranno una parabola brevissima che si concluderà appena quattro anni e cinque dischi dopo, con la morte di Jim Morrison, che segue di pochi mesi quelle di Jimi Hendrix e di Janis Joplin. Gli altri componenti, nonostante un paio di tentativi miserabili, dovranno arrendersi, ma sarà tutta l’epopea dell’acid rock a doversi accomiatare: simul stabunt vel simul cadent.

Data di pubblicazione: 4 gennaio 1967
Registrato: Sunset Sound Recorders, Hollywood (USA)
Tracce: 11
Lunghezza: 44:48
Etichetta: Elektra
Produttore: Paul A. Rothchild

Tracklist
1. Break on Through (To the Other Side)
2. Soul Kitchen
3. The Crystal Ship
4. Twentieth Century Fox
5. Alabama Song (Whisky Bar)
6. Light My Fire
7. Back Door Man
8. I Looked at You
9. End of the Night
10. Take It as It Comes
11. The End

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