“UNA UMANITA’ ALL’ESORDIO DI UNA NUOVA ERA”: NIENTE DEMONI E DEI PER GIORGIO CICCARELLI (CHE RESTA FEDELE SOLO AL DUBBIO)

 
4 Gennaio 2022
 

La prima volta che ho ascoltato Giorgio Ciccarelli non è stato nel frangente e nelle vesti che in molti potrebbero pensare, cioè come chitarrista degli Afterhours. Anzi, se devo essere onesto, credo di aver imparato ad apprezzare la celebre band capitanata dall’istrionico Manuel Agnelli proprio in virtù di quella curiosità che, un lustro fa, mi lasciò addosso proprio Giorgio, al termine di un live infuocatissimo su un palco scalcinato della provincia spezzina, nel Levante ligure.

Non sono mai stato un grande fan del complesso meneghino, vuoi per necessità di sfuggire (un po’ per gusto, un po’ per “bastiancontrarianismo“) agli ascolti dominanti della mia generazione, vuoi perché la mia adolescenza l’ho passata a fantasticare più sulla poesia “eterea” e distaccata (per quanto pregna di politica, e d’azione) di una certa chanson d’autore che sulla rabbia dinamitarda del post-rock dei Novanta/Duemila.

Forse, in un certo modo, fu proprio per questa mia predisposizione al cantautorato che ascoltare dal vivo Ciccarelli, quel giorno d’estate di cinque, sei anni fa, ebbe su di me l’effetto della rivelazione: fu un live potentissimo, dominato dall’aura di un maledetto che oggi, a 54 anni e con un passato non proprio “invisibile” alle spalle, riesce a re-inventarsi con un disco che sa di extra-temporale, riuscendo allo stesso tempo ad essere estremamente, cocentemente contemporaneo.

Non potevo lasciarmi sfuggire l’occasione di fare un paio di domande su “Niente Demoni e Dei” a Giorgio; qui, di seguito, il resoconto di una chiacchierata che spero possa convincere tanti a fare quello che ho fatto io appena uscito il disco: divorarlo, con la rabbia e l’amore di chi non ha smesso di credere e di cercare musica che “apra la testa”; anche a costo di prenderla a picconate, questa nostra maledetta zucca vuota. Oppure, e forse si addice di più al contesto, a colpi di distorsore e scrittura caustica.

Ciao Giorgio, bentornato su Indie For Bunnies. Senti, partiamo delle cose che contano e riduciamole all’essenziale. Dicci che cosa non è “Niente demoni e dei”, il tuo nuovo disco per Le Siepi Dischi.
Non è il disco che ti aspetti da uno che per tutta una vita è stato qualificato come “chitarrista” e diciamo anche che non è un disco da mettere sul piatto quando cerchi qualcosa di spensierato…

Ecco, rimaniamo un secondo qui. Dopo una vita di palchi e una carriera discografica di spessore, riparti da solista (qualche anno fa) e con al fianco Le Siepi Dischi (qualche mese fa). Quando e come hai avvertito il desiderio di proseguire in solitaria, e perché tra tutte le realtà hai scelto proprio la giovanissima etichetta romana?
Più che un desiderio è stata una necessità dettata dalle circostanze. Mi sono trovato improvvisamente senza band, cosa che non mi capitava da più di vent’anni, all’inizio ero decisamente spaesato, poi mi sono rimboccato le maniche e ho pensato a cosa fosse meglio fare. Ho effettivamente preso in considerazione l’eventualità di mettere in piedi una nuova band, ma ho realizzato che ci sarebbe voluto troppo tempo, sia per trovare le persone giuste, sia per creare quell’alchimia che ti porta alla realizzazione di un disco. Scartata questa ipotesi, ho optato per l’avventura solista, suonando tutti gli strumenti, così è nato “Le cose cambiano” il mio primo disco. Successivamente si è delineato quello che è diventato il mio percorso e che mi ha portato alla realizzazione del mio terzo album, “Niente demoni e dei”. Le Siepi sono arrivate per una serie di coincidenze, amici comuni, ci siamo piaciuti e così è iniziata la nostra collaborazione. Sono giovani, smart, ne sanno di digitale, di social e mi seguono con attenzione e, a volte, soprattutto quando devo avere a che fare con qualche sfaccettatura social, anche con quel sorriso affettuoso che riservi al nonno anziano che scambia il tablet per un tagliere…

“Niente demoni e dei” è un disco che fotografa mestamente il presente senza lesinare assalti frontali all’ascoltatore, che dopo un primo ascolto rimane tramortito dalla pregnanza di quello che racconti. “Niente demoni e dei”, poi, è un titolo quasi rivelatorio non solo circa il contenuto del disco, ma anche riguardo alla contemporaneità. Quanta attualità c’è nel tuo ultimo album?
Non so dirti quanta attualità ci sia nel disco, quel che è certo è che è stato concepito, realizzato e finito durante la pandemia e trasmette esattamente quello che ho provato e vissuto nel corso di quel periodo devastante. Anche a me pare che il titolo “Niente demoni e dei” sia azzeccato, cattura esattamente l’essenza del disco e come dici bene tu, fotografa il presente…

Quali sono, oggi, i peggiori “demoni” del nostro presente secondo Giorgio Ciccarelli?
L’intolleranza in ogni sua forma è il demone peggiore per quanto mi riguarda, poi l’ego smisurato, l’aggressività dei modi e del pensiero e a chiudere direi anche il conformismo del pensiero e delle azioni.

E, invece, quali gli “dei”?
Il dubbio è sicuramente il mio Dio.

“Non credo in Dio” è un manifesto personale che apre lo sguardo dell’ascoltatore su ciò che sei, ora. In cosa crede Ciccarelli? Cosa credi rimanga tra tutte queste macerie che ci circondano, oltre la rabbia che ti/ci abita sempre più?
A livello politico, ho una tale delusione e una tale rabbia che mi sono trovato a rileggere e condividere i libri dei miei vent’anni sull’anarchia e certo nichilismo, Max Stirner , “L’unico e la sua proprietà” su tutti, poi, con la consapevolezza dei miei 54 anni e dei tre figli che mantengo, atterro su pensieri più pacati, che però mi portano immancabilmente a riflettere sulla miseria umana che ci circonda. Tutti dicevano che questa pandemia avrebbe cambiato qualcosa nel modo di rapportarsi con l’altro, io a questo non ho mai creduto e i fatti mi stanno dando ragione, c’è un tale livello di aggressività di intolleranza in ogni angolo, che non rimane che rifugiarci negli affetti delle persone che ci vogliono bene per sopravvivere in maniera serena ed è proprio questo quello in cui credo.

Ci sveli cosa si cela dietro la meravigliosa copertina realizzata da Milo Manara? Com’è nata la collaborazione tra voi?
È stata anche qui una casualità. Tito (Faraci, che ha curato i testi del disco), stava lavorando alla riedizione di un vecchio fumetto disegnato da Milo Manara, “Lo Scimmiotto”, così gli è venuta l’idea di chiedergli una tavola. Con mio sommo piacere e grande onore, Milo Manara – uno dei miei miti di gioventù – ha accettato ed eccoci qui. La tavola che abbiamo scelto mi sembra perfetta per descrivere lo stato d’animo del disco: una umanità all’esordio di una nuova era che cerca di lasciare segni a futura memoria.

Cosa ci aspetta ora, al tuo live? Ho avuto la fortuna, qualche anno fa, di ascoltarti in duo elettro-acustico. Bisserei l’esperienza “solitaria”, o ci aspetta un tour in band?
La formula del duo elettro-acustico è quella che più mi ha dato soddisfazione, mi/ci obbliga ad andare all’essenza delle cose, della canzone ed è in fondo anche la formula più agile a livello logistico, per cui è quella che porterò in giro appena si potrà tornare a suonare…

 

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