OGGI “PERFECT FROM NOW ON” DEI BUILT TO SPILL COMPIE 25 ANNI

 
28 Gennaio 2022
 

I Built to Spill, capitanati dal poliedrico Doug Martsch, sono uno dei gruppi più importanti degli anni ’90, ideale anello di congiunzione tra la stagione “alternativa” e quella “indipendente” che dominerà il decennio successivo. Formati nel 1992, esordirono su album l’anno dopo con “Ultimate Alternative Wavers”, che ancora malcelava la derivazione lo-fi/indie di Pavement e Guided by Voices, prima di azzeccare un trittico d’oro composto da “There’s Nothing Wrong With Love” (1994), questo “Perfect From Now On” (1997) e “Keep It Like a Secret” (1999), tutti ispirati da una vena ondivaga, melanconica ed impertinente.

Scartabellando tra le varie anime del rock “underground” e inserendo corpose sezioni di arrangiamenti “classici” (su tutti, il violoncello suonato da John McMahon, fedelissimo di Martsch), i Built to Spill raggiungono qui una trance creativa che è la cifra della loro opera magna. La durata media di quasi 7 minuti a pezzo è funzionale al flusso di coscienza: ogni brano parte, muta pelle, ha uno stacco strumentale o un’accelerazione improvvisa, un assolo o una partitura d’archi, e conclude sempre in uno stato d’animo diverso da quello d’abbrivio. Questa costante sensazione di imprevedibilità non si discosta molto dal sotterfugio abusato nella psichedelia, ma qui l’ambito è tutt’altro che lisergico, bensì puntellato dai muscolosi riff di chitarra e dalla possente sezione ritmica, in moto perpetuo dal primo all’ultimo minuto.

Apre “Randy Described Eternity”, sonnacchiosa e dimessa, che con cocciuta reiterazione ripropone il medesimo ipnotico ghirigoro prima di inalberarsi nell’irrequieto magma conclusivo, porgendo scuse non richieste (il “Sarò perfetto d’ora in poi” che dà il titolo all’opera). “I Would Hurt a Fly” segue lo stesso spartito, con la chitarra spaziale di Martsch che, quando dà il là alle danze, scappa via come indemoniata (e imita il ronzio di una mosca). Sono baraonde che non calano dall’alto per caso o mera improvvisazione: ogni brano è meticolosamente costruito, scolpito con pignoleria certosina (e infatti tutto il disco è stato inciso per ben tre volte).

In “Stop the Show” non succede praticamente nulla per quasi tre minuti, poi, quando minaccia di partire di gran carriera, si incaponisce in una burla da college-pop. L’isterico intermezzo strumentale si tramuta in coda in sfuggente evanescenza. La vastità dei mood accennati è sterminata, grazie soprattutto alla chitarra di Martsch, che scandaglia qualsiasi metodo possibile per riprodurre ogni diversa sfumatura di (contenuta) nevrastenia. Insieme ai Modest Mouse e agli Yo La Tengo, i Built to Spill si accreditano come la più grande indie-rock band americana di fine secolo, imprescindibili coordinate per l’ondata revival di lì a venire.

“Velvet Waltz” è il climax, un valzer rock nervoso ma soave, che cresce in tensione drammatica fino a sciogliersi in un frastuono di distorsioni. I testi sono arguti (“Hai pensato a tutto, ma hai scordato di aver torto“), gli arrangiamenti quasi sinfonici. In “Kicked It in the Sun” sembra di ascoltare un compendio dei segni stilistici degli anni ’90, un film in dissolvenza su come eravamo, scherzando con amara ironia (“Siamo speciali in altri modi, quei modi apprezzati dalle nostre mamme“) mentre si redige il bilancio delle proprie vite adulte.

Il finale pomposo di “Untrustable / Part 2 (About Someone Else)” getta senza ritegno tutte quelle invenzioni in un tritacarne impazzito. Il loro senso di grandeur è però sempre in un certo modo trattenuto, portando allo spasmo i picchi emotivi senza farli esplodere veramente, come in un coito interrotto circolare ed estenuante. La sapiente vena melodica di fondo culla queste nevrosi rassicurandole nel caldo abbraccio della dolcezza. Non c’è un singolo brano inferiore (anche le più brevi “Made-Up Dreams” e “Out of Site” nascondono al loro interno gustose variazioni sul tema principale), il ché di solito è considerato un miracolo quando l’album si avvicina pericolosamente all’ora di durata.

Dopo l’intermittente “Ancient Melodies of the Future” (2001) i Built to Spill diedero il loro ultimo colpo di coda negli anni 2000 con “You in Reverse” (2006), prima di rientrare nei ranghi con i più regolari “There Is No Enemy” (2009) e “Untethered Moon” (2015), lontani dai fasti degli anni ’90, eppure piacevoli esercizi di stile una band tra le più dotate ed inventive del panorama rock a stelle e strisce.

Data di pubblicazione: 28 gennaio 1997
Registrato: Avast! Recording Company di Seattle
Tracce: 8
Lunghezza: 54:13
Etichetta: Warner Bros.
Produttore: Phil Ek

Tracklist
1. Randy Described Eternity
2. I Would Hurt a Fly
3. Stop the Show
4. Made-Up Dreams
5. Velvet Waltz
6. Out of Site
7. Kicked It in the Sun
8. Untrustable / Part 2 (About Someone Else)

 

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