TINDERSTICKS
La TOP 10 Album

 
31 Gennaio 2022
 

I Tindersticks hanno deciso di celebrare trent’anni di carriera raccogliendo ben venti brani che ripercorrono buona parte della loro produzione discografica. “Past Imperfect: The Best of Tindersticks ’92-’21” uscirà il prossimo 25 marzo per la City Slang e fornisce una ghiotta occasione per mettere in fila i punti fermi della carriera di un gruppo capace di cambiare restando fedele a se stesso. Tredici gli album prodotti finora da Stuart Staples e soci, difficilissimo ma possibile ordinarli in una Top 10.

Restano fuori a malincuore quasi tutte le colonne sonore realizzate nel corso degli anni, per semplice mancanza di spazio, “Distractions” del 2021 (l’ultimo nato buono si ma che poco aggiunge a quanto già fatto) e raccolte come “Working For The Man” o “Across Six Leap Years”, che rielaborava valentemente materiale di varia estrazione tratto dagli album precedenti e dal percorso solista del buon Stuart Staples.

10. No Treasure But Hope
Lucky Dog/City Slang, 2019

Tre anni dopo (ne avevamo parlato qui) suona ancora delicato e ottimista il penultimo disco dei Tindersticks. Formalmente ineccepibile, elegante, curato in ogni piccolo dettaglio, vario negli arrangiamenti e ricco di sfumature, resta un ascolto piacevole pur non arrivando di certo alle alte vette toccate in passato.

9. The Waiting Room
Lucky Dog/City Slang, 2016

Uno dei dischi più collaborativi usciti dalla penna di Staples e soci, reduci all’epoca dall’ennesimo cambio di formazione e capaci di reagire con grinta, affidandosi a duetti con voci femminili (Jehnny Beth e Lhasa De Sela) in undici brani di affascinante malinconia, commento sonoro alle lacrime di romantici d’ogni età. La terza parte della carriera dei Tindersticks è iniziata con questo album (qui la recensione completa).

8. The Something Rain
Lucky Dog/City Slang/Constellation, 2012

Nato in un periodo difficilissimo, segnato da lutti e perdite, “The Something Rain” trasforma il dolore in energia col suo incedere intenso, il groove quasi jazz, la voglia di sperimentare ed esplorare nuove strade musicali. La voce di Stuart Staples è triste ma mai doma, ricca di pathos in nove brani urgenti, necessari. Tra i “piccoli” album dei Tindersticks, che ad altre maratone musicali avevano abituato, è uno dei più cristallini e riusciti.

7. Falling Down A Mountain
4AD/Constellation Records, 2010

Vivido e completo “Falling Down A Mountain” (recensione qui) raccoglie e addomestica le tante anime dei nostri, che strappano lacrime e sorrisi con quel carisma che potrebbe diventare semplice professionalità eppure non succede mai, perché in fondo ci sono sempre emozioni vere e genuine da provare, delicati ritratti da interpretare col cuore in mano.

6. The Hungry Saw
Beggars Banquet/Constellation Records, 2008

Un album liberatorio, registrato dopo l’addio di buona parte della formazione originale e a tutti gli effetti un nuovo inizio. Riparte dalle radici soul esplorate in “Simple Pleasure” e le espande con agio e sicurezza. L’umore è sereno, il clima disteso, impossibile non notare la ritrovata armonia dopo i contrasti emersi durante le registrazioni di “Waiting For The Moon”. Qui i Tindersticks tornano a divertirsi, con meno pressioni e moltissima voglia di suonare dopo cinque anni di pausa.

5. Waiting For The Moon
Beggars Banquet, 2003

Uno dei dischi più difficili della carriera dei Tindersticks, come confermato più volte da David Boulter. Qualcosa secondo lui si stava perdendo, si era forse già perso dopo il divorzio dalla Island e le mille discussioni sulle scelte da fare, sulla direzione musicale da prendere. Tensione, dolore, malinconia punteggiano dieci brani dove la tensione è evidente ed esplode nell’aggressività di “4.48 Psychosis”. Al netto dei rimpianti restano quarantacinque minuti crepuscolari. La fine di un’era?

4. Simple Pleasure
Island, 1999

Non il migliore dei tredici, ripudiato, criticato, persino odiato dalla band che non ama ricordarlo né rivendicarne la paternità ma decisamente significativo. Nove brani che segnano il passaggio a una grande etichetta, la Island, rapporto tormentato che si sarebbe concluso di lì a poco tra infinite polemiche. Una scommessa di fine millennio, che a suo modo ha fatto da spartiacque tra passato e presente.

3. Can Our Love …
Beggars Banquet, 2001

Celebrato in tempi non sospetti “Can Our Love …” segna l’inizio della seconda parte della vita musicale di questi impavidi inglesi che dalle batoste sembrano sempre uscire con qualche ferita, ma decisamente più saggi. Ancora saldi sulle gambe, da bravi pugili imparano ad incassare e a rispondere a tono. Scacciano dubbi e paura del futuro con un album fragile, ben rappresentato da quei tre puntini di sospensione che rimettono tutto in gioco.

2. Curtains
This Way Up, 1997

Entriamo in zona capolavori e basterebbero anche solo gli archi di “Another Night In” a spiegare perché. Sessanta minuti di pura maledetta poesia, che dovranno anche qualcosa a Nick Cave ma camminano benissimo sulle proprie gambe. Distorti, spettrali, tra stanze in affitto e cuori spezzati, i Tindersticks mettono in scena la loro personalissima commedia umana dove nulla è come sembra.

1. Tindersticks (First Album) / Tindersticks (Second Album)
This Way Up, 1993 – 1995

Impossibile dividere questi gemelli diversi, pubblicati a due anni di distanza ma figli dello stesso periodo storico, quello che ha visto emergere i Tindersticks in un’Inghilterra dove andavano di moda altre sonorità e attitudini. Una crescita rapidissima, ben evidente nei ventuno (!) brani del primo album e nei sedici (!) del secondo. Un esordio da antologia, enciclopedico, praticamente perfetto, che ha segnato in modo indelebile la parabola di Stuart Staples e compagni.

BONUS – Les Salauds / I Bastardi (Soundtrack)
City Slang, 2013

Giusto ricordare anche l’impegno dei Tindersticks sul fronte cinematografico e in particolare il rapporto solidissimo, quasi simbiotico, con la regista francese Claire Denis. Numerose le colonne sonore nate da questa collaborazione, tra le tante scegliamo quella di “Les Salauds” con Vincent Lindon e Chiara Mastroianni. Quaranta minuti di note noir che ben si sposano con gli ascolti precedenti.



Credit foto: Richard Dumas e Suzanne Osborne

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