ANY GIVEN FRIDAY
Ogni Maledetto Venerdì (Speciale Green Selection) #61

 
18 Febbraio 2022
 

È di nuovo venerdì e seguendo la traiettoria del volo di un moscone – dal ronzio più emozionante di tante cose sentite ultimamente – ho percepito l’esigenza, da parte dell’Universo, di sapere (anche) la mia sulle ultime pubblicazioni musicali del Belpaese; è per questo che, signore e signori, ho deciso di comunicare urbi et orbi il mio bollettino del giorno sulle nuove uscite del pop italiano. Sì, quel tragico, ribollente pentolone traboccante degli sguardi impietosi di chi dice che la musica nostrana fa schifo, di chi “parti Afterhours, finisci XFactor”, di “Iosonouncane meno male che esisti”, di “Niccolò Contessa ma quando ritorni”, di Vans, libri citati mai letti e film repostati mai visti che ogni venerdì rinfoltisce la sua schiera di capipopolo di cuori infranti con una nuova kermesse di offerte per tutti i gusti e i disgusti. Ecco, di questo calderone faccio parte come il sedano del soffritto, quindi non prendete come un j’accuse quello che avete letto finora: è solo un mea culpa consapevole ed autoironico – ridiamoci su! che una risata ci seppellirà, per fortuna, prima o poi – a preparare lo sfortunato lettore alla breve somma di vaneggi e presuntosi giudizi che darò qui di seguito, quando vi parlerò delle mie tre uscite preferite del weekend, e della mia delusione di questo venerdì. Sperando di non infastidire nessuno, o forse sì.

SPECIALE GREEN SELECTION

QUALUNQUE, MARTA TENAGLIA, Starter

Mi piace il singolo nato dalla sinergia tra i due artisti, che riescono con efficacia a sublimarsi nel giro di un brano sincero, semplice e capace di far salire la presa bene grazie agli incastri riusciti di un testo ben scritto e di due voci complementari nel modo giusto. Non è il classico pezzo pop, e questo rappresenta un punto di forza viste le sonorità ammiccanti (ingannevolmente) ad un mondo che poi, in parte, il duo riesce a sabotare con gusto.

MARCO FRACASIA, Ipersoap

Giusto qualche minuto fa ho sentito parlare di Marco da un altro che, come lui, fa il cantautore molto bene. Per fortuna, mi sono fidato della dritta e ho scoperto un nome estremamente interessante, che se ne sta musicalmente comodamente a cavalluccio tra Frah Quintale, la prima Officina, il Calcutta più intimista: poche cose, tutte giustissime, in “Ipersoap”, che fanno venire la voglia di continuare a scendere in profondità.

LAMETTE, Plastica

Non è esattamente il mio genere, quello di Lamette, ma su certe cose non ci piove. Tipo sull’oggettiva qualità di una produzione che riesce a mantenere alto il livello della proposta sposandola con un’idea di pop che ammicca chiaramente alla Gen Z senza però risultare stucchevole alle orecchie di un giovane quanto precoce “boomer” come il sottoscritto.

THE ANDRE, Imbroglione

Ho conosciuto, come tutti noi, The Andre nella sua versione coverman del più celebre De André: mi faceva impazzire l’operazione quasi alienante di sodalizio tra la voce di The Andre, così simile a quella di Fabrizio, e i brani più mainstream del tempo. Fatto sta che il ragazzo si è messo in proprio da un po’, scrive musica sua e non lo fa nemmeno male; ora, il problema sta certamente nella benedizione/maledizione timbrica di una voce che adesso, dopo aver ricordato ai più quella di De André, non può far altro che rimandare a Bianconi e ai Baustelle. Però certo la penna non è male, e saprà emergere anche al di sopra della voce che se ne fa portatrice.

EDO, RIVA, Buio

Bel piglio quasi nu-soul quello di “Buio”, il nuovo singolo in combutta tra Edo e Riva che mette a nudo le vibrazioni di un testo giusto, intimo e dotato del giusto grado emotivo: alla semplicità del piano/voce si sommano altre poche e piccole cose che restituiscono al tutto la dimensione di una cameretta buia, calda e protetta. Insomma il posto in cui un po’ tutti, almeno una volta al giorno, vorremmo rifugiarci.

DODICIANNI, Delacroix

Il nome del famoso pittore aiuta a restituire al brano la giusta pennellata di colore, mentre Dodicianni intelaia su una base da dancefloor un’omelia leggera che a tratti si fregia di certi spunti capaci di ricordare (senza sfigurare) la italodisco che vale. Un po’ Cosmo, un po’ cmqmartina, un po’ Emanuelle, un po’ Donatella Rettore. Ma sopratutto, Delacroix!

PIANISTA INDIE, Droga

Prendetevi il cuore a mano e buttatelo via lontano prima di ascoltare il nuovo singolo di Pianista Indie, per evitare che vi scoppi nel petto. Ci sono tanti pianti, tanto dolore che si fa catarsi, tanta melodia da prestare al servizio della poesia in “Droga”, che non cela i suoi echi bersaniani, sublimandoli in un inno alla vita che sa di contemporaneità. Bello.

EMANUELE COLANDREA, Ok Emanuele

Colandrea è un grande, e lo dico da quando il mio amico Matteo, sovversivo e pericolosissimo agitatore culturale perugino (ah, che paura che fa questa maledetta cultura…), decise di portare il cantautore ad un festival molto bello (che si chiama Quindie, informatevi!) che speriamo possa presto replicarsi e replicarsi, e replicarsi, e replicarsi. Fatto sta che Emanuele mi fa impazzire da allora per una somma di motivi che non necessitano, dopotutto, di essere esplicitati: basta premere “play” su “Ok Emanuele” per rendersi conto che certe cose no, non si possono né devono spiegare. Basta l’emozione di una voce sincera, e di una poesia che sa risuonare nei punti giusti del corpo.

LE RIVOLTE, Bromuro

Bel lavoro, quello di Le Rivolte, che mette giù una bella staffilata in stile post-rock che fa salire la voglia di aprire vecchie ferite solo per lenirle con il bromuro e l’alcol etilico: la penna spicca e tira ulteriormente su il livello di un brano che spinge eccome, ricordando un po’ i FBYC e la scena alternativa originale, e originaria.

CLAUDIA OTTAVIA, ROVELLI, Fossi maschio

Sicuramente un brano particolare, che mette alla mercé un certo machismo insensato accendendo allo stesso tempo i riflettori sulle costrizioni sociali che, in fin dei conti, rendono quello dell’”uomo” un ruolo e uno stereotipo spesso fin troppo stringente (quanto sottaciuto). Io, che appartengo a quella risma di persone di sesso maschile non ossessionata dalla dimensione del proprio pene o da altre amenità tipicamente maschie (sono addirittura ben disposto al pianto, anche troppo…) non mi sento troppo raccontato dalla parola “maschio” per come la intende Claudia; ma la provocazione è riuscita e in effetti, in un modo o nell’altro, ha “provocato” anche me.

SIMONE GALASSI, Rainbow Tempo

Arcobaleni e viaggi lisergici che prendono il via dalle idee musicali di Galassi, ispirate certamente da un approccio contaminato e capace di fondere tra loro mondi apparentemente lontani: dai Coldplay a Zucchero, dal cantautorato nostrano alle nuove influenze del pop internazionale. Il timbro è bello, e aiuta il tutto a decollare.

TALES OF SOUND, Nuvole Blu

Sono ormai degli “affezionati” della mia rubrica i Tales Of Sound, che tornano a prendere a cinghiate la scena con un singolo che sa di cilicio, e allo stesso tempo di resurrezione: hip hop, alt-rock, elettronica e un certo piglio post-punk intelaiano la struttura leggera e pesantissima di “Nuvole Blu”, confermando l’ottimo momento di forma del progetto.

CANCE, Mosca Bianca

Una chitarra solitaria apre la via alla voce di Cance, che a cavallo tra Giorgia e la prima Elisa galoppa verso il cuore di chi ascolta fin dal primo play: il brano s’invola nel ritornello, riportando il baricentro etereo del pezzo su ritmi che fanno muovere bene anche il basso ventre. Insomma, un’ottima via di mezzo che si fa godere senza troppi artifici, con successo.

FEDRIX & FLAW, Ikigai

Mica male la proposta del duo, che attraverso il linguaggio di una generazione in cerca di un posto riesce a dar voce al disagio di un intero popolo di post-adolescenti in fuga. C’è Madame, ci sono gli Psicologi, c’è sicuramente un’ottima visione artistica e una buona penna che non aspetta altro che crescere. E crescerà.

ZANNA, In un verso

C’è Fossati, Gian Maria Testa, Silvestri, il primo Dalla (quello della “Canzone d’Orlando”) e anche Niccolò Fabi nel nuovo singolo di Zanna, che riesce con una voce ispirata, una penna affilatissima e una chitarra solitaria quanto granitica a restituire tutta la poesia necessaria, oggi, ad affrontare una quotidianità che sa di disastro. Bello, da scoprire.

MALAMORE, Piano Martini

Certo che con un nome così, che rimanda irrimediabilmente al capolavoro del grande Enzo Carella, è difficile resistere alla tentazione di premere play e ancora play e ancora play sul nuovo brano di Malamore, che in “Piano Martini” disegna con l’acquerello l’immagine di un amore che sa conquistare il proprio spazio al passo di un lento. Si accendo le strobo, Malamore balla e il cuore piange tutti gli anni Ottanta di cui non ha mai voluto liberarsi.

 

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