IL DISCO “COLORATO” DI FOGGY: APPROFONDIAMO IL DISCORSO CON FRANCESCO PINTAUDI

 
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15 Marzo 2022
 

Francesco Pintaudi in arte FOGGY, è il classico artista giramondo, o almeno gira Europa, palermitano di nascita e collaboratore stretto del primo Nicolò Carnesi (con lui il disco “Gli eroi non escono il sabato”), che qualcuno di voi conosce sicuramente, quindi il trasferimento a Berlino, se vogliamo, in un posto completamente agli antipodi per cultura, colori e clima, quindi l’ennesimo trasloco in Portogallo in quel di Lisbona, ragionevolmente una via di mezzo tra le prime due. Tre vite differenti, tre lingue e background diversi, che sia questa la definitiva sistemazione non lo possiamo sapere, ma che abbia completato il percorso della sua musica, non c’è dubbio.
E dopo una decina d’anni passati, appunto, come musicista o artista stesso, arriva al disco d’esordio e come tutte le opere travagliate e di lunga gittata, è una sorta di best of o riassunto di anni di vita e nel suo caso di cambiamenti significativi.

Quindi l’idea di pubblicare un album, di fatto, cantato in 4 lingue, italiano, inglese, portoghese e il bellissimo dialetto siciliano, è ampiamente giustificata e da scelta insolita, risulta una carta vincente perché va proprio a sottolineare il percorso cosmopolita di Francesco.

In “In Appropriate Use of Dangerous Tools” c’è dentro di tutto, l’anima cantautorale di un certo Battisti (“Sandro fuma il crack” “Un Elemento del Paesaggio”), ma soprattutto le sue capacità produttive che lo portano verso il ritmo e la musica da club, che diventa live set, così definito, un suo eventuale concerto, con questo approccio nascono sicuramente “Sand” e “Veintiun”, più rotonda e smussata la prima, più acustica e scarna la seconda. “Time” apre il lavoro con un’elettronica che profuma di 80’ e suoni sintetici, “Se Aperecer” una ballad agrodolce in portoghese, mentre “Benzina” lo riporta a casa e alla scuola siciliana.

Un lavoro coraggioso, ricco, anzi ricchissimo che richiede diversi ascolti per capirne le sue sfumature e le tante e ambientazioni racchiuse.

Per capirne di più e per farvi conoscere la sua musica, abbiamo fatto due chiacchiere:

Quanto ha influenzato la tua musica il tuo vivere da “nomade” di questi ultimi anni, passando da Palermo a Berlino, fino a Lisbona, tre posti in parte affini ma piuttosto diversi? Cosa c’è di queste città nel nuovo disco?
Direi parecchio, proprio oggi che scrivo l’intervista parlando con un amico mi diceva che il disco gli suonava “colorato” ed io l’ho subito associato a Lisbona. Chiaramente ogni luogo dove ho vissuto ha influenzato parecchio me come persona e la musica che faccio, l’elettronica l’ho coltivata inconsciamente a Berlino e ci sono arrivato anche tardi, dall’Italia probabilmente mi è rimasto un certo gusto per la melodia e tanto cantautorato, e poi è arrivato il Portogallo con Algarve e in particolare Lisbona a portare nuovi colori, contaminazioni e tanto ritmo ma allo stesso tempo anche una lieve malinconia in linea con la cultura Portoghese e il mio essere.

Come mai la scelta insolita di scrivere e comporre una raccolta di canzoni in 3 lingue differenti (italiano, inglese, portoghese), anzi 4 se contiamo anche il dialetto siciliano?
In realtà ci sarebbero anche spagnolo (“Veintiun”) e francese (“Souvenir”), ma la lingua più insolita sicuramente anche per me è il dialetto. Non l’ho mai parlato e non avrei immaginato di cantarlo perchè alle mie orecchie risultava “volgare” musicalmente parlando, ma col passare del tempo si cambia, appunto, e prendendo le distanze dal luogo dove sono nato, sono riuscito a farmi piacere anche il dialetto tanto da farci una canzone. In realtà penso abbia una sua musicalità e tantissima ironia.
Il fatto di avere più lingue nel disco è stato del tutto casuale, ho dovuto fare una selezione di circa 25 brani
escludendo Greco e Tedesco ad esempio, ma semplicemente perchè alla fine mi suonava bene cosi con quest’ordine e questa selezione, e mi sembrava coerente dare un idea di quello che poi suono anche dal vivo. A Lisbona la quotidianità è parlare italiano, portoghese e inglese quindi automaticamente l’ho riversato nella scrittura, iniziando ad ascoltare molta più musica Portoghese, Brasiliana e non solo.

Queste 10 canzoni sono il frutto di una scrittura recente o una sorta di “best of” dilatato nel tempo?
Un po’ delle due cose, ci sono canzoni come “Souvenir” e “Un elemento del paesaggio” che ho scritto nel 2005 ed
hanno avuto altre vite, adesso nel disco le ho finalizzate dopo un lungo processo. Altre invece come “Paraiso ou Inferno” o “Sandro fuma il Crack”, “Time” scritte più recentemente, tra il 2020 e 2021 e durante i vari lockdown.
“Veintiun” per esempio vede la partecipazione alla voce di Diego Machargo e Laura Boscia, ex coinquilini durante il primo lockdown. Insieme ogni giorno per 21 giorni seguivamo un training su YouTube con un personal Trainer Colombiano che diceva sempre “Repitalo!”, da li ho scritto quel pezzo che rappresenta come passavamo il tempo in casa e loro lo hanno tradotto e cantato in Spagnolo.

La tua è una proposta assolutamente internazionale, europea, cosmopolita, come ti approcci al mercato odierno, quello di spotify, delle playlist, delle views, dei numeri esasperati?
Mi approccio probabilmente come un 34enne di oggi che fa musica ed ha la consapevolezza di come funziona minimamente questo mondo. Anche io sono rimasto coinvolto ogni tanto dalla trappola di seratonina che può provocare avere followers o like in più, perchè è una forma attuale di apprezzamento verso quello che fai, nel mio caso musica, spero. Però non è la mia priorità e nella pratica e nel mio quotidiano per la vita che faccio a Lisbona il mio approccio alla musica è legato a un mondo più underground fatto di concerti e contatto molto prossimo con le persone che mi seguono, nel mio piccolo ovviamente.
Forse in questo senso ho un approccio ancora “Old School” rispetto altri più giovani di me, ed è normale che sia cosi, quindi a questi numeri e cifre di cui si parla, già che il mio conto in banca rimane uguale da anni, non ci conto molto. Prendo tutto col giusto distacco continuando a fare quello che infondo ho scelto di fare e che più mi piace al di la, ahimè, dei numeri.

Quando e come verranno portate in giro queste canzoni? A microfoni spenti mi parlavi più di una dimensione quasi da club, una sorta di live set, o sbaglio?
Esatto, dal 2019 anno in cui è nato il progetto “Foggy” suono dal vivo con Daniele Pistone, amico e compagno di viaggio qua e la per il Portogallo. Dal vivo usiamo Drum Machines, Sequencer e Samplers e ricreiamo i brani pezzo per pezzo, come se fossero un remix degli stessi. Normalmente si tratta di Live-Set da 2/3 ore in cui non ci fermiamo mai da quando iniziamo, si va su e giù con casse dritte, synth e dinamiche che dovrebbero tendere a mantenerti in costante “viaggio”. Il live penso che sia la parte che più funziona di questo progetto, la gente balla e si diverte, si crea uno scambio di energia e noi senza fermare mai le macchine alterniamo brani strumentali ad altri in cui cantiamo insieme in Italiano, Inglese e Portoghese.
Per noi è divertente, meno per la nostra schiena.

Raccontaci il tuo processo creativo, in quanto produttore, se hai un modus operandi che segui sempre o a seconda dei brani può variare l’approccio?
Dipende molto dall’ispirazione, ci sono periodi in cui produco tantissimo ed altri in cui ho un vero e proprio blocco. Quando sono ispirato in alcuni casi scrivo di getto le frasi o parole che ho in mente e cerco sempre di immortalarle, per poi in seguito trovare una collocazione in qualche nuova base strumentale o viceversa.
Direi che può variare leggermente dipende dai casi, la parte fondamentale per me è ritrovare sempre frasi o piccole basi registrate per quando arriverà la giusta ispirazione che mi farà unire tutti i pezzi del puzzle. Mi affido molto anche alla melodia che può avere una frase e se la memorizzo significa che può essere un buon punto di partenza per una nuova canzone.
In rari casi arriva tutto insieme: testo e musica in pochi minuti. Quando succede è particolarmente bello e spesso
lascio tutto cosi com’è. La composizione per me nel tempo è diventato un concetto molto visivo, lavorando tante ore su programmi di musica con tracce colorate, in automatico associo per esempio il Verde al Basso, il Rosso alla Cassa, e cosi via per ogni strumento, immaginando quale debba essere il loro spazio, chi a sinistra, chi a destra, su e giù.

So che in passato sei stato al fianco di Nicolò Carnesi, com’è stata quell’esperienza, che ricordi hai e cosa ne pensi dell’attuale scena italiana, che si è di fatto totalmente rinnovata, forse la domanda più pertinente è chiederti se “da lontano” c’è qualche nuovo artista che ti ha colpito in questi ultimi anni?
Con Nicolò se non erro abbiamo suonato insieme per circa 10/12 anni, in svariati e differenti progetti, sicuramente è stata una grande gavetta ed esperienza iniziata sin dai tempi in cui, colleghi all’Accademia di Belle Arti di Palermo, passavamo più tempo a bere caffè alla macchinetta e parlare di My Bloody Valentine e Jesus and Mary Chain, anzi che seguire le lezioni, che in realtà potevano essere anche interessanti.
Il ricordo principale è quello dei Tour, non saprei quantificare quante date abbiamo fatto ma erano davvero parecchie, specialmente il Tour di “Gli eroi non escono il sabato” è stato molto punk in tutti i sensi, avremmo fatto circa un centinaio di date in tutta Italia e molti degli attuali amici che ho ad oggi sono proprio tra le persone che conoscevamo in città e paesi dove andavamo a suonare e con cui siamo rimasti in contatto.
Le nostre strade si sono divise come a volte capita, ma quello che più ricordo con piacere a distanza di anni sono
sicuramente le dinamiche dei concerti, unire il viaggio alla musica come stile di vita, ed anche la “disciplina del concerto” con le sue tempistiche, le sue regole da rispettare a partire dal soundcheck fino alla ricerca dell’hotel in condizioni pietose e strade sconosciute la notte. Come diceva sempre Agostino (chiaramente il batterista) in furgone, andando contro il concetto di Navigatore Satellitare: “Se lo facevano i Led Zeppelin negli anni ’70 possiamo farlo pure noi”. Riguardo la musica italiana continuo sempre ad ascoltarla ma non seguo molto le nuove uscite per sentirmi attualizzato. Torno sempre sui classici che mi fanno sentire a casa e quando meno me lo aspetto magari scopro nuove band che mi colpiscono. Di recente ho ascoltato molto Le Feste Antonacci e mi piacciono tantissimo, ma credo che anche loro vivano fuori l’Italia.

Ricollegandomi, in parte, alla domanda precedente, c’è, altresì, un artista italiano con cui ti piacerebbe
collaborare?
Amerei fare qualcosa con i Nu Genea o con i Ninos du Brazil, anche una sorta di remix partendo da urla e tribalismo che c’è nei loro ritmi mischiandoli a suoni di Roland Tr808 e perchè no qualche synth.

Progetti per il futuro? A parte la classica promo del nuovo album, c’è già un tour pianificato? Sarà possibile vederti in Italia, magari in estate?
Mi auguro di suonare tanto anche perchè gli ultimi due anni come sappiamo tutti non sono stati tra i più felici in
questo senso, però mi rendo conto che non si può prevedere nulla quindi non ho grandi piani se non continuare a
promuovere il disco principalmente in Portogallo, nella speranza che piano piano si possa anche iniziare a suonare in altri paesi e tornare in Italia dove mi piacerebbe molto. Abbiamo delle date fino a Maggio nel paese e il 25 di Marzo all’Arroz Estudios di Lisbona ci sarà la festa di presentazione del disco, chissà qualcuno non si trovi in zona.

Decima e ultima domanda, consiglia ai nostri lettori, un disco italiano e un disco internazionale (o magari per non metterti in difficoltà anche più di uno, anzi), quelle pietre preziose da isola deserta, imprescindibili per la tua formazione di musicista e moderno cantautore, che ti hanno anche ispirato la genesi di “In Appropriate Use of Dangerous Tools”.
Ok, farò una breve lista di alcuni dischi che consiglio e che mi hanno influenzato in passato ma anche in tempi più recenti:
– Velvet Undergound & Nico
– Damon Albarn “Everybody Robots”
– Lucio Battisti, impossibile dire solo un disco
– Moby “Play”
– Happy Mondays “Pills, Thrills and Bellyaches”
– The Brian Jonestown Massacre “Revelation”
– King of Convenience “Riot On An Empty Street”
aggiungerei anche Soulwax e Polo & Pan!

Grazie per l’intervista e buona musica a tutti.

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