ANY GIVEN FIRDAY
Ogni Maledetto Venerdì #68 (Speciale Green Selection)

 
6 Maggio 2022
 

È di nuovo venerdì e seguendo la traiettoria del volo di un moscone – dal ronzio più emozionante di tante cose sentite ultimamente – ho percepito l’esigenza, da parte dell’Universo, di sapere (anche) la mia sulle ultime pubblicazioni musicali del Belpaese; è per questo che, signore e signori, ho deciso di comunicare urbi et orbi il mio bollettino del giorno sulle nuove uscite del pop italiano. Sì, quel tragico, ribollente pentolone traboccante degli sguardi impietosi di chi dice che la musica nostrana fa schifo, di chi “parti Afterhours, finisci XFactor”, di “Iosonouncane meno male che esisti”, di “Niccolò Contessa ma quando ritorni”, di Vans, libri citati mai letti e film repostati mai visti che ogni venerdì rinfoltisce la sua schiera di capipopolo di cuori infranti con una nuova kermesse di offerte per tutti i gusti e i disgusti. Ecco, di questo calderone faccio parte come il sedano del soffritto, quindi non prendete come un j’accuse quello che avete letto finora: è solo un mea culpa consapevole ed autoironico – ridiamoci su! che una risata ci seppellirà, per fortuna, prima o poi – a preparare lo sfortunato lettore alla breve somma di vaneggi e presuntosi giudizi che darò qui di seguito, quando vi parlerò delle mie tre uscite preferite del weekend, e della mia delusione di questo venerdì. Sperando di non infastidire nessuno, o forse sì.

NADA, In mezzo al mare

Sì, cazzo. Ogni volta che sento le vibrazioni inconfondibile del timbro di Nada, al mio cuore succede qualcosa che non saprei spiegare se non attraverso un evidente legame ancestrale che lega la mia percezione del “giusto” direttamente alla penna e all’intenzione della cantautrice toscana. “In mezzo al mare” è un brano alla Nada che potrebbe aver scritto solo Nada: lei, che nel futuro ci abita da sempre e questo le permette di essere in anticipo sui tempi da quando ha iniziato. E più passa il tempo, più Nada ringiovanisce e tira fuori idee che farebbero sentire fuori tempo anche il più giovane degli sbarbatelli.

MARINA REI, CARMEN CONSOLI, Un momento di felicità

Due voci che si incastrano fra loro quasi come se si appartenessero da sempre – e un po’, dopotutto è così – dimostrano che la canzone d’autore del nuovo millennio trova nella sua rappresentanza femminile ciò che di più genuino potremmo desiderare per augurarci la rigenerazione di un linguaggio che non più morire nella continua esaltazione dei suoi padri. Le figlie, già madri, dei Padri che furono sembrano aver definitivamente fatto a pezzi i cordoni ombelicali (anche se il santino di Battiato continua a brillare sullo sfondo) ergendosi a nuovi pilastri, riferimenti musicali che nei libri di storia preferiscono ancora non entrare, preferendo piuttosto il caos delle strade e gli strepiti dei concerti. La canzone è bellissima.

NICOLO’ CARNESI, DIMARTINO, Penelope, spara!

Parte il brano ed inevitabilmente ti viene da pensare ad “Imagine”, e alla fine va detto che il livello della canzone non si abbassa poi così tanto rispetto al suo riferimento (che poi, ascoltando il tutto, riferimento lo è solo “per caso”), anzi: il brano gira con una grazia tale che sembra già far parte di quella piccola e raccolta scorta di capolavori contemporanei che ad ogni “play” sembrano dirti che, in fondo, il tuo presente musicale non è così tremendo come lo credi. Dimartino e Carnesi sono sicuramente due fuoriclasse, e il loro incontro, oggi, fa bene un po’ a tutti.

MYSS KETA, Finimondo

Bisogna essere pronti, ogni volta, ad ascoltare un nuovo brano della Keta più allucinogena d’Italia. Io stamattina mi sentivo piuttosto ispirato e bendisposto, e alla fine devo dire che “Finimondo” è riuscito a mettermi il giusto gas alla giornata: come sempre, il sorrisetto sulle labbra non riesco a levarmelo mentre cerco di visualizzare il motivo per il quale, oggi, mi ritrovo ancora ad ascoltare un singolo come questo. Tutto quello che vedo, per i tre minuti di brano, è la solita strobo che mi abbaglia e mi altera i sensi, costringendomi a vagare in cerca della porta d’uscita da un mondo musicale che rischia di impiastricciarti fino a non liberarti più. E forse, male non sarebbe, in fondo…

ADELASIA, 08:00 (album)

Sono innamorato di Adelasia? Sì, sono innamorato di Adelasia. Non ci posso far niente, è così dai primi passi del progetto e temo (lo dico per la mia stabilità sentimentale) sarà così fino a che la cantautrice non comincerà a fare musica di merda. Ma non credo abbia questo tipo di possibilità nelle corde: il suo timbro è fatto della stessa consistenza dell’aria, che non può appesantirsi e sporcarsi in quei modi scontati che vediamo spesso perpetrati dai rampolli della scena. Lei, invece, tira fuori un quartetto di brani che raccontano con delicatezza e con una rinnovata maturità l’interiorità scanzonata e poetica di una penna da incoraggiare, seguire, amare. Io lo faccio già e l’ho presa come una missione.

BEATRICE PUCCI, Figli

Beatrice Pucci, la prima volta che ho ascoltato il suo disco d’esordio che verrà, mi conquistò con calma, e allo stesso tempo nel giro di una manciata di attimi: la prima reazione fu una colpevole incapacità di comprendere fino in fondo un lavoro che è uno scrigno, una cassaforte che necessita dei giusti codici per essere spalancata. Poi, all’improvviso, la consapevolezza di essere davanti ad un tesoro si è concretizzata nello scintillio che danno le cose preziose, con o senza la giusta luce che le illumini: insomma, non sono tutt’ora del tutto convinto di aver capito a fondo le parole, la musica e le idee di Beatrice, e credo che qui stia tutta l’importanza emotiva di un progetto che fa della profondità il fulcro della propria ricerca poetica ed estetica. Non tutto deve spiegarsi nel giro di un brano, non tutto può spiegarsi del tutto in generale: le cose profonde sono avvolte dal mistero buio dei fondali, ed è questo a renderle ancor più affascinanti. Nella moltiplicazioni di significati possibili di “Figli” risiede il quid specifico di un primo vagito musicale da sostenere, perché la bellezza richiede attenzione e noi, come pubblico, abbiamo la responsabilità di tutelare il nostro diritto e dovere alla bellezza, proteggendola e incoraggiandola.

SCICCHI, Mea culpa

A Scicchi voglio bene, e gliene voglio perché la sua musica è giovane ma assolutamente non incline a “categorizzarsi” come tale. In che senso? Beh, nel senso che il timbro del ragazzo è un qualcosa che sfugge alle pose e ai righelli utili a “misurare” la freschezza di un brano: i suoi ritornelli non sono pieni di “hook” buoni solo al rilancio social, non ci sono ammiccamenti scritti a tavolini per sentirsi riconosciuto da una generazione in cerca di qualcuno che “mal comune, mezzo gaudio”. Lui racconta la sua vita, a modo proprio, e con un estrema confidenza nel saltare da un linguaggio all’altro: stavolta, è toccato alla trap, e se l’è cavata, a mio modo di pensare, “discretamente” bene.

LETIZYA, Cielo

Bella voce e bell’intenzione per Letizya, artista che seguo con attenzione dagli esordi e non mi dispiace affatto, anzi: la scrittura si fa valere e fa ben rotolare un brano che ha lo spessore della hit ma riesce a mantenere la giusta profondità autorale. Ottimo lavoro.

NEIM, Solo un secondo (rossofuoco)

Sonorità elettroniche che si fondono ad una scrittura niente male, suffragata da un giusto timbro che aiuta certamente il brano ad involarsi; c’è una densità organica che sfugge alla fragilità della hit ma aiuta piuttosto a focalizzare il brano come un buon grido pop di sincera onestà e voglia di raccontare un amore che è rimasto impresso nella carne. Nel giro di un secondo.

ANNA LUPPI, THE MAGIC MUMBLE JUMBLE, All we got

Buon lavoro per un’accoppiata inedita che comunque riesce a trovare fin da subito il giusto incastro come se fosse, la loro, una cordata già sperimentata nel tempo. Certo, non impazzisco ad onor del vero per la produzione, che trovo magari non troppo valorizzata da scelte di sound che non sono proprio in linea con il mio gusto; tuttavia la canzone si fa godere, e il ritornello in inglese dà la giusta spinta.

TERACOMERA, Dal Futuro

Mi piace un casino il nuovo singolo dei Teracomera, band che ormai seguo con la stessa dedizione con la quale il cagnolino fedele segue il proprio padroncino: i Tera possiedono ormai tre quarti del mio cuore e ne fanno ciò che vogliono. Compreso spedirlo nell’etere con la forma di una cometa che diventa pietra ogni volta che pensa al futuro: nel singolo della formazione ligure di annidano tutte le preoccupazioni di una generazione allo sbaraglio che finalmente torna ad aprire gli occhi e a raccontare una realtà disastrata. Con lo sguardo dritto e aperto sul domani.

RFC, La parte più vera (album)

C’è della fotta vera, brutale, vogliosa di esplodere nelle gambe e nello stomaco prima ancora che nella testa, anche se poi uno fa caso ai testi e finisce con l’urlarli mentre pian piano comprende la spinta a proprio modo poetica di una scrittura che fa della protesta (ma non quella retorica dell’agiato borghese, quando piuttosto quella sincera, schietta e incazzata di chi è abituato a “chiedere alla polvere”) il motore trainante di un disco che sa di benzina, dinamite e baci alla francese mentre il mondo crolla attorno.

FUORI DAI DENTI, Il mio piede destro

Oh, finalmente uno schiaffo che hai voglia di prendere più volte, per essere sicuri che l’ombra della mano di Fuori Dai Denti possa ben stamparsi sulla tua guancia. C’è della sana voglia di distruzione, articolata attraverso un riff interminabile di chitarra (o è un basso ultradistorto?) alla White Stripes che si fa guida e trampolino di una scrittura errabonda, che s’insinua, scivola, colonizza il tuo stomaco per far arrivare al cervello l’impulso di prendere a pugni qualsiasi cosa che ci fa star male.

HOKA HEY, Aria

Buon sound dal giusto piglio cool che ammicca ad oltreoceano (con una sana dose di blues nelle vene) per Hoka Hey, che delinea i contorni sfumati e ariosi di una ballad che rotola bene, benissimo, avvalorandosi di una scrittura che funziona e conquista. Mica male.

HAPNEA, Prede e maree

Bel groove che permette al singolo degli Hapnea di rotolare per bene, con una certa reminiscenza autorale che regala a “Prede e maree” una dimensione di profondità che ben si addice alla tematica “marina” del brano, con qualche sfumatura che pare quasi battistiana, ammiccano però evidentemente ad oltreoceano; quando sul ritornello entra quella chitarra distorta alla Arctic Monkeys il cuore gode, e non poco. Anche il bridge acustico dà una sfumatura comunque particolare al tutto. Nel complesso, un ottimo ritorno.

GIORGIO CONSOLI, Coralli Cotti A Colazione

Trovo sia difficile parlare con compiutezza di un lavoro che fa della moltiplicazione dei significati il quid specifico della propria essenza; nella narrazione in musica di Giorgio Consoli la voce si fa protagonista di un errare meditabondo che porta l’ascoltatore ad immergersi in una dimensione sonora che riscopre la forza evocativa della parola, il ritmo che deriva dalla sintassi, il colore e il timbro dato dall’immagine poetica evocata ma non materializzata. Insomma, nel percorso di Giorgio emergono denunce sociali, slanci di auto-liberazione personale, pretesti catartici di elevazione sulla mediocrità delle cose. Il tutto, in un lungo rincorrersi di storie che fa del disco di Consoli il giusto incontro tra teatro e canzone in una forma nuova, che prescinde dal passato includendolo.

SAMUELA SCHILIRO’, La vita che vuoi (album)

Bel disco, denso di spunti, suggestioni e spunti di riflessione, quello della cantautrice Samuela Schilirò, che con un colpo di coda inaspettato regala ai suoi fan una dozzina di brani ben fatti, ben prodotti e capaci di congiungere canzone d’autore, world music e spunti di elettronica nel giro di danze di un album che parte dall’intimità dell’autrice per raccontare una condizione collettiva, che può appartenere a tutti: dal senso di disappunto per il presente alla necessità di una rinascita che deve, a tutti i costi, passare per l’introspezione.

MONKEY WEATHER, Palazzo Britannia 107

Nell’albergo (un po’ alla Chelsea Hotel) delle Scimmie si nascondono in piena luce una sequela di personaggi che i ragazzacci raccontano e intonano con il loro solito linguaggio rock, dotato della giusta sporcizia ma sopratutto di un dilagante afflato sixties che già avevamo apprezzato con l’ultimo singolo pubblicato. Storie di quotidianità che si incastrano tra la testa e il cuore, stupendo per la semplicità con la quale i Monkey riescono a fotografare un presente che appartiene a tutti.

EWA, V9PRJKT, F.A.

Brano leggero che rimane tale per Ewa, che tira fuori una ballata dal retrogusto elettro-pop che intrattiene senza troppe pretese ma dimostra comunque la potenziale musicalità di un progetto che deve crescere ancora.

BIBA, Metabolismo lento (EP)

Linguaggio ammiccante all’indie di inizio millennio (con leggeri echi post-punk che si fanno apprezzare) quello di Biba, che in “Metabolismo lento” tira fuori dal cilindro cinque brani apprezzabili, che raccontano una rabbia sincera e capace di trovare un buon megafono nel timbro passionale dell’artista. C’è della cazzimma, allright.

SOLK, Ubriaco

Non proprio la mia “comfort zone”, quella in cui si muove un po’ sbronzo Solk, ma comunque il brano alla fine scorre via senza destare troppi malumori. Non ho apprezzato la presenza invasiva dell’auto-tune, sopratutto su un brano che è dotato di un lirismo molto più evidente di quanto forse lo stesso Solk riesce ad accorgersi: e le melodie, forse, avrebbero meritato più fiducia, in virtù di un testo che ogni tanto fa un po’ fatica a rotolare…

MARONNA, Deja vu

Un po’ Neffa, un po’ i primi Post-Nebbia, un po’ Ghemon: nel nuovo singolo di Maronna c’è un bel po’ di presa bene che si mescola ad una patina di malessere che aiuta il tutto ad incollarsi sulle vite di tutti. C’è anche una penna interessante, che aiuta il brano a rotolare per bene e alla fine a farsi riascoltare.

 

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