ANY GIVEN FRIDAY
Ogni Maledetto Venerdì (Speciale Green Selection) #68

 
13 Maggio 2022
 

È di nuovo venerdì e seguendo la traiettoria del volo di un moscone – dal ronzio più emozionante di tante cose sentite ultimamente – ho percepito l’esigenza, da parte dell’Universo, di sapere (anche) la mia sulle ultime pubblicazioni musicali del Belpaese; è per questo che, signore e signori, ho deciso di comunicare urbi et orbi il mio bollettino del giorno sulle nuove uscite del pop italiano. Sì, quel tragico, ribollente pentolone traboccante degli sguardi impietosi di chi dice che la musica nostrana fa schifo, di chi “parti Afterhours, finisci XFactor”, di “Iosonouncane meno male che esisti”, di “Niccolò Contessa ma quando ritorni”, di Vans, libri citati mai letti e film repostati mai visti che ogni venerdì rinfoltisce la sua schiera di capipopolo di cuori infranti con una nuova kermesse di offerte per tutti i gusti e i disgusti. Ecco, di questo calderone faccio parte come il sedano del soffritto, quindi non prendete come un j’accuse quello che avete letto finora: è solo un mea culpa consapevole ed autoironico – ridiamoci su! che una risata ci seppellirà, per fortuna, prima o poi – a preparare lo sfortunato lettore alla breve somma di vaneggi e presuntosi giudizi che darò qui di seguito, quando vi parlerò delle mie tre uscite preferite del weekend, e della mia delusione di questo venerdì. Sperando di non infastidire nessuno, o forse sì.

CMQMARTINA, 123 medicine

Ero presente al Forum Studio di Ennio Morricone, a Roma, quando sono stati registrati gli archi di questo brano, ormai tre, quattro mesi fa; lo dico, perché già allora avevo la consapevolezza di trovarmi di fronte all’accadere della Storia, della Nuova Storia, nel tempio storico della Storia, quella con la “s” maiuscola, anzi gigante, titanica. Oggi, che questa meraviglia diventa di tutti, sono fiero di poter ricordare a me stesso il fatto che da sempre porto avanti l’idea per la quale quella di Martina sia canzone d’autore (o d’autrice? Ma chissene frega del “genere”, la bellezza non ha genere): c’è una spiritualità fortissima, nel nuovo singolo dell’autrice monzese, che farete fatica a trovare altrove. Un timbro riconoscibile, unico, e speciale, per un “marchio speciale di speciale disperazione”. Guarda te come De André le può star bene addosso!

IBISCO, COSMO, Darkamore

Parto dal presupposto che per me, con tutto il bene che voglio a Marco (genio), per me la collaborazione di lusso è quella che Cosmo intelaia con Ibisco, piuttosto che il contrario; oh, lo so che il mainstream porterebbe a dire l’inverso, ma né a Cosmo né a Ibisco importa un gran ché del mainstream, no? E allora diciamo che il valore delle proposte dipende dal loro contenuto, e non dal numero di condivisioni (che è comunque sempre più in crescita, per Filippo), e che la poesia di Ibisco, barattolo di pece nera come la notte più scura che cade sul vestito da sposa della nuova musica popolare nazionale, possiede una propria “assolutezza” tale da non aver bisogno di endorser, ma di artisti di pari valore che sappiano valorizzarsi valorizzando. Ezra Pound diceva di volere “amici, e non maggiordomi”: Ibisco e Cosmo lavorano insieme un brano potentissimo, valorizzando Ibisco nella produzione di Cosmo, Cosmo nella scrittura fulminante di Ibisco. Produci/consuma/crepa sventato, per un brano che non si fa consumare.

FRANCESCO DE LEO, RACHELE BASTREGHI, Chloë Sevigny Sosia

Oh mamma, che sudori freddi, che strana ed impellente necessita di far correre le mani verso posti proibiti, disegnando orizzonti di piacere che possono scoprirsi solo con la navigazione a vista, solo con il naufragio dei sensi! De Leo, a quanto pare, sta mettendo su un disco assurdo, fatto solo di collaborazioni di lusso e di gusto: a ‘sto giro, è la celebre Baustella che mette tutto l’erotismo che può (e mamma mia, quanto ne può…) nel giro di danze veloce e istintivo di un brano che proietta i sogni erotici di tutti nella voce e nella produzione di una coppia che scoppia.

MANAGEMENT, Più mi odi più mi amo

Bell’inno liberatorio che diventa quasi mantra quello del Management, che dopo due singoli cala il terno con un brano che mette in fila tutte le cose non dette, le lega strette nell’imbuto di una molotov che fa esplodere per bene tutta la rabbia repressa che il duo sta sfogando da qualche tempo a questa parte. Nel verso “ho costruito la mia casa con le pietre che mi hanno tirato addosso” sta tutta la cifra disperata di un progetto che ha fatto il nido nella tempesta: quanto ci stia davvero bene, nella bufera, nello sappiamo. Di certo, però, l’ispirazione non sembra mancare.

FRAMBO, Touché (EP)

Bella per frambetto (che ormai “etto” non è più, l’ultima volta che l’ho incontrato si appoggiava con il gomito sulla mia testa) che tira fuori, un anno dopo “Routine”, un secondo EP pieno di effetti spettacolari. Il primo effetto spettacolare che mi viene in mente? Beh, il fatto che con un gioco di magia incredibile frambo ti faccia credere di fare musica da quarant’anni invece ne ha meno che la metà: c’è una consapevolezza rara, nei cinque brani a metà tra la hit e il brano cult di cui si avvale “Touchè”, che fa pensare che il bello debba ancora venire.

MONTEGRO, Quello che non ti ho mai detto

Mi piace molto la scrittura di Daniele, artista scoperto (dal sottoscritto, ovviamente) poco fa ma che subito mi è entrato dentro, dopo il primo “play” sul suo ultimo singolo che ha Roma come sfondo (ma anche come primo piano, eccome): il timbro di Montegro è uno schiaffo pieno d’amore che s’attacca al cuore con la tenerezza dell’orso, con quella brutalità gentile che è tipica del cantautorato che vale. Sì, lui è un cantautore che vale e il suo disco d’esordio, dopo le belle conferme dei singoli pubblicati fin qui, lo dimostrerà.

ALIPERTI, Vintage

Oh, ma come spacca Aliperti! Dopo essere inciampato diverse volte nell’ascolto (mea culpa, un po’ “passivo”) dei precedenti singoli del cantautore di casa Formica Dischi finalmente ho avuto l’occasione di fissarmi con “Vintage” sin dal primo ascolto: il brano scorre con la stessa scioltezza del vino buono, aumenta l’ebbrezza per il futuro immediato del progetto (prossimo al disco di debutto) e fa salire la voglia di non far scendere la sbronza. Intimismo e piglio radiofonico si prendono per mano in un brano che sa di album di famiglia, e per famiglia s’intende chiunque ancora si riconosca nella musica che vale.

MIVA’, Colpa tua

Miva’ sostiene sia colpa d’altri se il presente della sua vita sia diventato “passato” nel giro di un brano che rotola molto bene, con un certo piglio pop-punk che si fa godere eccome: il drop del ritornello fa esplodere le coronarie, e di fronte all’assoluta atarassia del panorama contemporaneo male non è, affatto. Buon lavoro.

BARTOLINI, 108

Ballad nostalgiche che prendono velocità improvvisamente, come il treno che ti sfreccia davanti il giorno che dovevi prenderlo a tutti i costi: nel nuovo singolo di Bartolini esce fuori tutto il piglio inizio Duemila del progetto, che rivela un’irresistibile dinamismo in pieno stile emo-punk. La penna si fa valere anche senza bisogno di appesantire il linguaggio musicale come spesso fanno tanti cantautori. Mi piace, leggero ma non leggerissimo.

MALAKAY, Monsters cry solo in the heaven (album)

Album meticcio, quello di Malakay, come si lascia già intendere dal titolo del lavoro; il crossover non è solo linguistico (in effetti, Malakay si sposta e s’incastra in una girandola di lingue che rende il tutto simile ad un potenziale grammelot fatto di più mondi), ma anche musicale: rap e urban si mescolano con l’elettronica da club e prendono il volo sulle linee da dancefloor scelte dall’artista, che ricordando un po’ Mahmood, un po’ Moby, un po’ Rosalìa tira fuori dal cilindro un debutto interessante. Da ballare.

MARTINA VINCI, Cielo di Londra

Testo impegnato e impegnativo, quello di Martina, che racconta un’intimità delicata, quasi spiazzante nella drammaticità sentita che attraversa la scrittura. Una nudità dolce e luminosa, che riesce a forare la coltre spessa e densa che copre il cielo della cantautrice, offrendoci lo spazio delle crepe per spiare la bella fragilità di una penna da scoprire.

SIARIA, Supernova

Parte il brano e penso ai Kraftwerk (“Das Model”, per la precisione), poi il pezzo prende direzioni altre e si tinge di Madame, Rosalìa e altri ameni riferimenti che mettono Siaria di tutto diritto tra le nuove penne da seguire: la canzone è interessante, ha la giusta dose di ghetto stemperata da una ricerca musicale e sonora che si fa apprezzare. Daje.

MATSBY, Post-teenager

Devo dire la verità, non mi aspettavo potesse a tal punto conquistarmi il nuovo disco del giovanissimo rapper genovese; il mio è sempre quel dannato e tremendo vizio di “giudicare” il contenuto dalla scatola, ma purtroppo non penso di avere i mezzi giusti per poter godere appieno di una proposta come quella di Matsby. Tuttavia la verità è che, ascoltando, mi sono ritrovato nei testi densi ed ispirati di Matteo, che racconta un disagio che a quanto pare è trans-generazionale e figlio di una pandemia che ha lasciato il segno in tutti: trasformare il dolore in un disco così è segno di grande talento, e credo che il ragazzo valga.

ROBERTO QUASSOLO, Il Fabbricanuvole

Oh, è da un anno che seguo il percorso di Roberto e ora, finalmente, mi trovo il suo disco fra le mani (virtualmente, ma qui lancio l’appello #robertostampaildisco e mandamene una copia, Via dei Gerani 6, La Spezia) e non posso che gongolarmene: è la cosa più fresh che sentirete oggi? No, non la è. E’ un disco pieno di brani da hit-parade? Magari sì, se fosse uscito una ventina d’anni fa; ma cazzo, mi fa saltare i metri di giudizio per la sincerità di una scrittura che si lancia in un rock vecchia scuola che, diciamocelo, non passerà mai di moda. Come tutte le cose vere.

SEABASS, TERRY BLUE, Relapses

Mi piace il nuovo singolo di Seabass, che riprende in mano consolle e cuore per regalare all’estate il primo, malinconico inno: c’è un respiro internazionale che regge bene il confronto con la musica d’oltralpe e oltreoceano; è buono il beat, è interessante la vocalità ad un passo dalla disperazione (così pare comunicare il timbro) che rende tutto ancora più grondante di una strana forma di “sadness”.

SEBASTIANO, Tu Sagittario

Ragazzi, bisogna evitare i sagittario, non me ne abbiano i miei amici nati tra novembre e dicembre ma è così: sennò si finisce a scrivere canzoni d’amore disperate dal retrogusto Novanta come quelle di Sebastiano, acquario innamoratissimo che tira fuori un brano che mescola amaramente allegria e dolore in un brano che non rientra proprio nei miei gusti, ma che comunque si fa ascoltare piacevolmente.

BOSCO, Alogeno

Suoni da Nintendo ’90 che si mescolano ad echi “jungle” quelli di Bosco, che sceglie la via delicata di un cantauotrato elettronico che cresce con calma, lasciando la sensazione in bocca e nella testa di trovarci di fronte ad una sensibilità ricca e variegata, in evidente crescita espressiva: il ritornello, oh, fa i buchi e senza “sputtanarsi”, anzi, mantenendo comunque un livello artistico decisamente interessante. Mi ricorda, non so perché, il Gabbani nazionale. Spoiler: è un complimento. Spoiler bis: non dite a nessuno che ascolto, di nascosto, Francesco Gabbani.

IOFORTUNATO, CNC

Singolo d’esordio per un progetto che, fin da subito, si presenta come discretamente interessante; nei primi venti secondi del brano si crea l’atmosfera giusta per alimentare un’attesa che si squarcia appena sbuca, dal fumo, la voce di Iofortunato: c’è del Battisti, ma forse ancora più Carella, che si mescolano con un cantautorato che affonda comunque le radici in una tradizione rinnovata, grazie anche ad una scelta di produzione, ripeto, niente male. Bella penna.

ALESSANDRO EMME, Si fotta la libertà

Oh mamma, che dinamite, che esplosività nel timbro e nel piglio di Alessandro, che un po’ ricorda Enrico Ruggeri (un po’ tanto, sono sincero) con un testo che non bada tanto ai fronzoli, ma va al sodo con una decisa intenzione di arrivare, e in culo a tutti i giudizi e i giudiconi (tipo me). Credo, almeno, che questo fosse l’intento, quindi non mi slancio troppo in valutazioni ulteriori. C’è comunque una genuinità sincera, vera, che si fa apprezzare. Oltre questo, personalmente, poco altro.

LIZI AND THE KIDS, Keep Walking (album)

Oh yes, sì, che voglia di correre e non fermarmi più che mi mette addosso il nuovo disco di Lizi e dei suoi ragazzacci: cavalcate elettriche che trovano il supporto di una buona esecuzione (per quanto nel punk la tecnica conti poco, e non sia un parametro di valutazione così centrale) e di una bella energia vocale che fa fare al lavoro il giusto salto di qualità. Otto tracce piene di tritolo, fatte apposta per esplodere in faccia a chi crede che il rock’n’roll sia morto: la tensione non crolla mai, anzi, se avete problemi cardiaci occhio, perché qui il BPM potrebbe rivelarsi letale.

MARTINA, Ansia

Bel brano quello di Martina, nuova scommessa di Luppolo Dischi che cala giù una canzone che va piangere un po’ tutti, perché dentro c’è la giusta nudità e il giusto tasso di sincerità autentica: la produzione, nella sua semplicità, permette alle parole della ragazza di involarsi ancor più felicemente e facilmente, regalando all’ascoltatore la sensazione di trovarsi di fronte ad un piccolo manifesto personale, sì, ma dal respiro quasi generazionale.

NEW MARTINI, Soft love

Buon singolo quello di New Martini, che riprendono il discorso da dove l’avevano lasciato riproponendo una produzione che si sposta evidentemente verso il gusto della contemporaneità pur senza rifiutare un retrogusto vintage che si fa apprezzare: soprattutto sul ritornello, diventa “cult” la scelta di citare nascostamente (ma io vedo tutto!) “Malamore” del grande Carella. Bella storia.

NDM, Un Giudice

Premetto che sono ligure, premetto che ascolto la musica di Fabrizio da prima che mettessi su il primo dentino, premetto che detesto le cover di De André perché i tre quarti di queste tendono a non avere senso nel loro provare a riproporre pedissequamente, anonimamente, le strutture originali; è come se si giocasse ad essere Dio mettendo su una barba finta, girando in toga michelangiolesca, tirando fuori una voce profonda. Ecco, la cover degli NDM di “Un Giudice” invece mi gasa perché ha una propria identità. Faber, stavolta chiudi un occhio, a cantarti è gente che ti ama davvero.

SAMUEL VAMPO, Semplice

Brano dal retrogusto estivo con qualche settimana d’anticipo sull’esplosione delle spiagge, Vampo tira fuori dal cilindro una canzone leggera, che rassomiglia alle bollicine del cocktail che sorseggi su quella spiaggia di Bahia che sogni da sempre; un po’ Alan Sorrenti, un po’ diva pop, la voce spinge nei punti giusti e regala un bell’inizio estate all’artista.

SOLISUMARTE, Unici

Nuovo singolo per il duo lombardo, che in “Unici” affronta i drammi della relazione di coppia dando centralità ad un sound che accompagna verso il calore estivo danzando in bilico fra la ballad e la hit: c’è un bel groove, che esplode con efficacia grazie alle immagini giuste di un testo semplice, ma che arriva.

LAPLASTIQUE, Frastuono

Sonorità eteree e sospese quelle di Laplastique in “Frastuono”, brano che rievoca echi mediterranei attraverso un linguaggio che si sporca del giusto rock; la penna si fa apprezzare, e la voce si alleggerisce nel modo giusto ricordando – a tratti – mondi lontani, quasi anni Sessanta, quasi swing.

CHELO, Vaffanchelo (album)

Bravo ragazzo, cuore tenero e voce ben decisa a cantare un modo di fare canzoni che appartiene un po’ al teatro canzone, un po’ all’intimismo un po’ istrionico di certi showman degli anni Settanta, un po’ a quel tipo di scrittura che con il sorriso vuol nascondere i pugnali ficcati nei fianchi. I fianchi sono quelli di una generazione di eterni adolescenti indecisi se voler o meno affrontare un futuro che fa paura, mentre la “Giovinezza” sfiorisce: un biglietto da visita a forma di EP che presenta nel migliore dei modi Chelo al panorama nazionale.

 

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