“C’è SEMPRE UN PO’ DI SPERANZA ALL’ORIZZONTE, NON IMPORTA QUANTO LE COSE SEMBRINO TRISTI AL MOMENTO.” JASON BALLA CI RACCONTA IL NUOVO LP DEI DEHD

 
24 Giugno 2022
 

I Dehd provengono da Chicago e sono già attivi dal 2015: nel 2020, dopo l’uscita del loro terzo LP, “Flower Of Devotion”, la loro fanbase si è iniziata ad allargare grazie al successo ottenuto con quel lavoro che ha creato l’interesse anche della prestigiosa Fat Possum Records. Di lì a poco è arrivata anche la firma con la nota indie-label del Mississippi e poche settimane fa è uscito il loro quarto album, “Blue Skies”. Noi di Indieforbunnies abbiamo approfittato di questa nuova release per contattare via e-mail il cantante e chitarrista del gruppo indie-rock statunitense Jason Balla per parlare del nuovo disco, ma anche degli ultimi due anni di pandemia, della loro label e della data italiana di novembre (mercoledì 2 al Circolo Magnolia di Segrate). Ecco cosa ci ha raccontato:

Ciao, come state? Il vostro quarto disco, “Blue Skies”, è uscito da pochi giorni: come vi sentite? Quali sono le vostro aspettative?
Ehi, qui va tutto bene. È stata una settimana davvero divertente con l’uscita dell’album. Onestamente, tutte le nostre aspettative nei confronti della musica sono state soddisfatte e sono esplose sulla luna, quindi in questo momento ci stiamo solo godendo il viaggio, aggrappandoci a questa navicella spaziale. È davvero fantastico che il disco sia uscito, ne siamo super orgogliosi ed è stato fantastico sentire che la gente si è immedesimata nel disco.

Prima di tutto, potete fare una piccola presentazione della tua band per i lettori che ancora non vi conoscono?
I Dehd sono un trio originario di Chicago, ma ora sparso per gli Stati Uniti. Siamo formati da Jason Balla, Eric McGrady ed Emily Kempf.

Il vostro precedente album, “Flower Of Devotion”, è uscito a luglio 2020: avete avuto la possibilità di portarlo in tour almeno negli Stati Uniti?
Non abbiamo avuto modo di suonare nulla fino all’autunno del 2021, è stato davvero pazzesco pubblicare un disco e poi tutto esiste solo su internet. Poter finalmente suonare le canzoni davanti alla gente è stato un vero piacere e ha fatto sentire tutto reale. Il primo tour di ritorno (dopo la pandemia) è stato con la band della mia ragazza, i Bnny, quindi è stata davvero una grande festa ogni sera, con tutte le band in giro e tutti gli spettatori felici di essere di nuovo in giro.

L’anno scorso avete anche pubblicato un album di remix di “Flower Of Devotion”: posso chiedervi come sono nate queste collaborazioni?
L’idea dell’album di remix è stata duplice. Nel corso degli anni mi sono avvicinato sempre di più alla musica dance ed Emily è sempre stata immersa in quel mondo, quindi mi è sembrato un modo divertente per presentare la nostra musica in un contesto più apertamente dance. Tutte le persone a cui abbiamo chiesto di collaborare sono amici che ci siamo fatti nel corso degli anni. È stata un’opportunità per contribuire a mettere in mostra il talento di tutti i nostri amici e dare loro una piattaforma.

Come sono stati gli ultimi due anni per voi, sia come musicisti che come persone? Questo inaspettato tempo libero vi ha aiutato in qualche modo a scrivere nuovo materiale (i.e. “Blue Skies”)?
Credo che il periodo di pausa dalla musica mi abbia davvero aiutato a tornare alle basi e al motivo per cui amo così tanto fare musica. È stato come suonare di nuovo per la prima volta. È stato eccitante essere ad alto volume e perdersi nelle idee e nelle melodie. Credo che parte di questo, parte del combattere l’oscurità facendo musica, sia il motivo dell’ottimismo del disco.

Questa situazione assurda ha influenzato in qualche modo il vostro modo di scrivere le canzoni? Di cosa parlano i vostri testi?
I testi riguardano sempre ciò che accade nelle nostre vite individuali, quindi in qualche modo immagino che la pandemia possa essersi insinuata inconsciamente, ma in realtà scriviamo solo testi sulle nostre esperienze con la speranza che le persone che ci ascoltano possano riconoscere un po’ di loro stessi nelle canzoni. Qualche sentimento o esperienza che entrambi condividiamo.

Mi piace il vostro titolo, “Blue Skies”: state cercando di essere ottimisti e di vedere la luce alla fine del tunnel?
Bingo! C’è sempre un po’ di speranza all’orizzonte, non importa quanto le cose sembrino tristi al momento. È un incoraggiamento ad andare avanti.

Per il nuovo disco avete avuto la possibilità di prenotare più tempo in studio e questo vi ha aiutato a lavorare di più sugli arrangiamenti e a giocare con drum-machine e synth: quanto ha influenzato il vostro sound?
Questo è di gran lunga il nostro disco più strutturato e credo che il tempo in più ci abbia permesso di giocare e provare idee senza sentirci obbligati a impegnarci. Non c’è stato alcun problema a dedicare tempo a qualcosa e poi a buttarlo via se non funzionava. Ci ha aiutato a espandere il suono e a trovare nuovi modi di suonare una canzone dei Dehd.

Avete lavorato anche con Craig Silvey per il mixing e Heba Kadry per il mastering: quanto vi hanno aiutato durante il processo creativo e di registrazione?
È stato fantastico lavorare con queste due persone di talento, ma il loro contributo è stato fondamentale quando le canzoni erano già state registrate. In pratica ho mandato i file e loro hanno fatto la loro magia. Craig è stato molto paziente con tutte le nostre modifiche ed entrambi hanno semplicemente migliorato le cose che gli abbiamo dato.

Quanto vi siete evoluti rispetto ai vostri precedenti lavori? Quali sono state le vostre maggiori influenze musicali per “Blue Skies”?
Penso che impariamo costantemente e cerchiamo di migliorare, quindi non si tratta di un gigantesco cambiamento evolutivo in cui all’improvviso tutto è diverso. Credo che il cambiamento più grande sia stato capire i nostri punti di forza e definire ulteriormente la nostra definizione di noi stessi. Alcune influenze sono state Moodymann, Earl Sweatshirt, Broadcast, Britney Spears e la lettura dei libri di storia.

A novembre suonerete a Milano: è la vostra prima volta nel nostro Paese? Cosa vi aspettate da questo concerto?
È la prima volta che la band viene in Italia! Sono così contento. Mi aspetto soprattutto di divertirmi e di incontrare persone fantastiche.

“Blue Skies” è il vostro primo album per la Fat Possum: cosa significa lavorare con un’etichetta così grande e influente?
Sono stati davvero i nostri cheerleader durante tutto questo processo e ci hanno aiutato a raggiungere questo nuovo terreno su cui ci troviamo. Ci hanno lasciato liberi di dare sfogo alla nostra creatività e ci hanno sostenuto lungo tutto il percorso.

Venite dalla sempre interessante scena indie-rock di Chicago: vorreste suggerire ai nostri lettori qualche band o musicista da tenere d’occhio?
Sì! I Bnny sono da ascoltare assolutamente. C’è una bella semplicità nella musica e nei testi che arrivano al significato più profondo delle cose. Divino Nino è un altro gruppo che è stato di grande ispirazione. Stanno vivendo una nuova ondata di creatività e autodefinizione che seguo con interesse. I Deeper sono un gruppo incredibile e dei grandi amici che fanno un post punk freddo e ballabile con un sacco di cuore, qualcosa che penso manchi spesso in questo genere. Date un’occhiata anche ai Tenci! Hanno una voce così unica e sorprendente e altrettanto grandi cose da dire.

Un’ultima domanda: potete scegliere una delle vostre canzoni, vecchia o nuova, da utilizzare come colonna sonora di questa intervista?
“Bop” a ripetizione!

Photo Credit: Alexa Viscius

 

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