OGGI “HEATHEN CHEMISTRY” DEGLI OASIS COMPIE 20 ANNI

 
1 Luglio 2022
 

E fu così che gli Oasis arrivarono al quinto disco della loro carriera.
Dopo i fasti di “Definitely Maybe” e “(What’s the Story) Morning Glory?” culminati nella gigantesca sbornia di pubblico a Knebworth, la band mancuniana dei fratelli monociglio era precipitata in un gorgo fatto di cocaina e autocompiacimento che aveva generato il tutt’altro che memorabile “Be Here Now” (comunque migliore di quanto la critica in un secondo momento, dopo che la polvere s’era posata, lo dipinse) e la raccolta di b-side “The Masterplan” che, nonostante sia un ottimo spaccato degli Oasis allo zenit della Cool Britannia, a posteriori può essere giudicato un tentativo di mettere una pezza al gigantesco errore rappresentato dal lavoro precedente. Desiderosi di ripartire i Bros si erano rinchiusi in un castello della Loira coi loro accoliti, ma le intemperanze alcoliche di Bonehead avevano fruttato a quest’ultimo il licenziamento dal gruppo, mentre Guigsy aveva preferito telare nottetempo, e così “Standing on the Shoulder of Giants” è stato registrato con un’inedita formazione a tre: Liam alla voce, Alan White alla batteria e Noel a praticamente tutto il resto.

Ragion per cui la line-up a inizio millennio necessitava di nuovi innesti. I prescelti furono Gem Archerfrontman degli Heavy Stereo (band apprezzata da Paul Weller, uno su cui si può contare, che li volle come gruppo spalla in una sua tournée) – alla chitarra e Andy Bell – co-leader con Mark Gardner degli imprescindibili Ride, capifila del movimento shoegaze – al basso; incidentalmente entrambe gli ensemble avevano pubblicato per la Creation, label fondamentale nella storia degli Oasis.
Intendiamoci, i due nuovi membri – ottimi songwriters, Noel li aveva scelti anche per questo affinché la scrittura non pesasse solamente su di lui – in “Heathen Chemistry” vanno ancora a tentoni: Gem sforna “Hung in a Bad Place” – filler con un buon tiro che si fa apprezzare anche perché sussegue “Force of Nature”, uno dei più anonimi pezzi cantati dal monociglio maggiore – mentre Andy piazza “A Quick Peep” – breve interludio strumentale senza pretese, avrebbe meritato maggior fortuna “Thank You for the Good Times” forse il brano scritto dal gallese più apprezzato dai mad fer it e invece “sacrificato” come lato b di “Stop Crying Your Heart Out” – i due avranno comunque modo di rifarsi (e con buona soddisfazione dei fans) nei due dischi successivi.

Fra l’autunno del 2001 e la primavera 2002 gli Oasis in studio cercavano di realizzare un disco che rappresentasse un nuovo inizio ma che non fosse una palingenesi e il risultato, va detto subito, è un album di passaggio (o d’assestamento) nel loro percorso artistico – a essere cinici si potrebbe ritenerlo il warm up di una line up in cerca di affinità e dinamiche –  incapace di donare nuove glorie e recalcitrante nel tratteggiare i paesaggi futuri nei quali la band camminerà e che le permetteranno di creare lavori più strutturati e solidi. Ciò eccettuato l’opera è apprezzabile, anche se assomiglia più a una carrellata di discreti, se non buoni, singoli intervallati da dimenticabili riempitivi.

Apre le danze “The Hindu Times” energico e vibrante rock firmato da Noel che sembra rassicurare tutti coloro che avevano tentennato col precedente lavoro: la psichedelia sperimentale (nemmeno così disprezzabile tuttavia) è finita: si torna alla verve melodica e ai ritornelli accattivanti. Detto di “Force of Nature” e “Hung in a Bad Place”, si procede con un tris di canzoni assassine a cui ogni appartenente alla fanbase degli Oasis in tutto il mondo non può assolutamente rinunciare: “Stop Crying Your Heart Out”, “Songbird” e “Little by Little”. Delle tre la più interessante e vivace è sicuramente la seconda, firmata da Liam. Forse se un merito va riconosciuto a “Heathen Chemistry” è quello di aver mostrato all’universo mondo che Liam non è solo uno showman come pochi ma anche, quando vuole (ciò non sempre accade, si pensi al banalissimo testo della conclusiva “Better Man”), un apprezzabile songwriter, prova ne sia questo magistrale pezzo pop: semplicissimo, brevissimo (poco più di due minuti) ma capace di stamparsi inesorabilmente nella mente dell’ascoltatore.

Le altre due canzoni sono ottime ballate prive però delle stimmate di immortalità e destinate a perdere smalto col numero di ascolti: Noel ha fatto decisamente di meglio. “(Probably) All in the Mind” è un apprezzabile ma innocuo rock&roll che nemmeno la voce di Liam e il contributo in sala d’incisione di Johnny Marr riescono a nobilitare, di gran lunga più lodevole “She Is Love”, risposta di Noel alla “Songbird” del fratello: entrambe acustiche, entrambe con la medesima struttura, entrambe svolazzanti eppur ispirate. Si approda quindi alla conclusione del disco, un finale tutto firmato dal monociglio minore e con Marr come ospite.

“Born on a Different Cloud” è cupa psichedelica beatlesiana e sembra preannunziare – facendo ben sperare – il futuro della band, mentre alla grintosa “Better Man” fa seguito dopo mezz’ora l’instrumental ghost-track (griffata da Noel: perché l’ultima parola deve essere la sua!) “The Cage” che chiude l’album di transizione nella discografia degli Oasis.

Data di pubblicazione: 1 luglio 2002
Tracce: 11
Lunghezza: 76:48
Etichetta: Big Brother Recordings/Epic
Produttore: Oasis

Tracklist
1. The Hindu Times
2. Force of Nature
3. Hung in a Bad Place
4. Stop Crying Your Heart Out
5. Songbird
6. Little by Little
7. A Quick Peep
8. (Probably) All in the Mind
9. She is Love
10. Born on a Different Cloud
11. Better Man

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