“E’ SEMPRE BELLO SUONARE IN ITALIA”. ABBIAMO FATTO DUE CHIACCHIERE CON GLI ARAB STRAP IN VISTA DEL LORO IMMINENTE TOUR

 
26 Luglio 2022
 

Gli Arab Strap non hanno certo bisogno di grosse presentazioni: attivi sin dagli anni ’90, Aidan Moffat e Malcon Middleton hanno sciolto la loro band nel 2006 per poi ritornare in attività nel 2016: lo scorso anno llo storico gruppo indie-rock di Falkirk ha pubblicato il suo settimo album, “As Days Get Dark”, il loro primo in quasi sedici anni, e ora arriva a presentarlo anche in Italia per quattro imperdibili date, tre a luglio – giovedì 28 al SEI – Sud Est Indipendente Festival di Corigliano D’Otranto (LE), venerdì 29 all’Arena Parco Del Mirafiore di Pesaro e sabato 30 al Sexto ‘Nplugged di Sesto Al Reghena (PN) – e una ad agosto – domenica 28 al TOdays Festival di Torino. Noi abbiamo approfittato di questo loro tour per contattare oggi via Zoom il frontman Aidan Moffat e parlare con lui sia degli imminenti concerti italiani che del recente LP. Ecco cosa ci ha raccontato:

Ciao Aidan, benvenuto sulle pagine di Indieforbunnies e grazie per il tempo che ci stai dedicando. Per prima cosa ti chiedo se siete contenti di ritornare a suonare nel nostro paese dopo alcuni anni. Quali sono le vostre aspettative per questi concerti?
Sì, sono davvero contento. E’ ormai un po’ di tempo che non suoniamo da voi per ovvi motivi. Credo che l’ultima volta che siamo passati dall’Italia sia stato nel 2017.

Io vi ho visti a Bologna a fine luglio 2017 al Covo Club.
Sì, mi ricordo di quel concerto. E’ stato davvero bello ed è sempre bello suonare in Italia. Non vedo l’ora di suonare a Sesto Al Reghena (PN) perché sarà in uno scenario molto bello. Invece non aspetto con ansia quel calore estremo che c’è in questi giorni da voi: siamo cinque uomini scozzesi e non siamo fatti per un tempo troppo caldo, ma ci siamo preparati bene anche per queste temperature.

Come sono le temperature lì da voi in Scozia? Ho sentito che anche nel Regno Unito c’è stato molto caldo negli ultimi giorni.
Sì, effettivamente c’è molto caldo anche qui, ma a Londra addirittura sono arrivati a quaranta gradi. E’ qualcosa di incredibilmente folle.

Posso chiederti del vostro primo concerto dopo la pandemia? Che cosa avete provato quella sera? Come è stato l’impatto con i vostri fan? E’ stato qualcosa di strano o di difficile per voi?
E’ stato lo scorso anno a Dumfermline, qui in Scozia. Quello che ricordo è che siamo rientrati nel ritmo del tour piuttosto velocemente. C’era una crew con noi sul bus. Dopo ogni concerto bevi sempre qualcosa: ogni sera in quel tour è stata una festa pazzesca! Tutti eravamo così felici di essere ritornati in tour. Il concerto è stato bello, perfino l’eccitazione di fare il soundcheck è stato qualcosa di fantastico. (ride) Era un tour vero e proprio, con una crew e tutto quanto. Ognuno su quel bus era così felice di poter lavorare di nuovo. Abbiamo iniziato davvero bene. E anche per quanto riguarda il pubblico era la stessa cosa: appena abbiamo suonato le prime note, abbiamo visto la gente così felice di essere di nuovo lì (a un concerto). Il tour è iniziato a settembre, ma purtroppo in ottobre tutto è tornato a chiudersi ancora una volta. Abbiamo avuto solo una piccola finestra per andare in tour, ma è stato fantastico e lo è anche ora. Alcune persone ancora adesso ci dicono che sono al primo concerto dopo la pandemia perché lo scorso anno non erano andati perché erano ancora abbastanza impauriti. Qualcuno ha ancora paura. Ci sono tante difficoltà – non so se anche in Italia sia la stessa cosa – ma ora ci sono tre grandi problemi a vendere biglietti (per i concerti) nel Regno Unito: il primo, come ti dicevo poco fa, è che ci sono ancora persone che hanno paura di uscire, il secondo è che ci sono tantissimi concerti in giro dopo tre anni in cui non è successo nulla e il terzo è che le persone non hanno soldi da spendere. E’ strano, ci sono davvero tanti concerti in giro, ma molto pochi riescono ad andare sold-out e a riempirsi in prevendita. I festival, invece, stanno andando molto bene. Pian piano stiamo ritornando nel business. Il pensiero è che in inverno possa chiudere di nuovo tutto.

No, ti prego, non dirmelo nemmeno. (ridiamo) Speriamo bene per tutti.
Sinceramente non credo che si possa chiudere ancora, le economie degli stati non lo permetterebbero. Mentre il virus è diventato meno pericoloso, qui si sta comunque diffondendo molto durante l’estate. Vedremo cosa succede e incrociamo le dita.

Anche qui in Italia sta succedendo la stessa cosa, ma speriamo che l’autunno possa essere migliore. Parlando invece del vostro settimo album, “As Days Get Dark”, che è uscito a marzo dello scorso anno, posso chiederti quando e se la pandemia ha cambiato il vostro processo creativo? Pensi che lo possa aver influenzato in qualche modo?
Un pochino. L’effetto principale che la pandemia ha causato è stato quello di rinviarne l’uscita di sei mesi. Quando tutto ha iniziato a chiudere a causa della pandemia, noi avevamo già scritto la metà del disco. Avevamo già scritto tanta musica e poi ho finito la metà delle parole. Non sapevamo bene cosa fare, originariamente non era nostra intenzione chiamarlo “As Days Get Dark”. Sembrava il suggerimento per una storia, ma descriveva bene il periodo che stavamo passando. Non si riferisce alla pandemia, visto che non è stato scritto e creato in quel momento. Credo che la pandemia mi abbia influenzato ora, visto che sto lavorando su del nuovo materiale. Penso che pubblicheremo qualcosa il prossimo anno, forse un album. Non ci saranno molte canzoni tristi su quel disco. Vogliamo suonare parecchio il prossimo anno e ci piacerebbe vedere la gente divertirsi e ballare. Non so se sarà un album, ma magari cinque singoli, invece di essere un album lungo.

Avete realizzato un nuovo album dopo oltre quindici anni dal precedente proprio durante la pandemia: è stata una cosa strana per voi?
Nel 2020 lo studio in cui stavamo lavorando è rimasto aperto per tre settimane e poi ha chiuso per tre mesi e poi ha riaperto ancora per un altro mese. Quando siamo potuti tornare, abbiamo continuato a lavorare. Credo che nel 2020, quando abbiamo rilasciato un nuovo singolo, la gente fosse contenta, visto che non stava succedendo nulla, non c’erano nuove pubblicazioni, non c’erano concerti. Negli ultimi mesi sono usciti tanti album perché i musicisti, quando si sono trovati con tanto tempo a disposizione, hanno creato nuovo materiale. (ridiamo) Così tante persone hanno scritto per due anni e mezzo e ci sono tanti ottimi album che stanno uscendo. Noi siamo stati fortunati perché, quando abbiamo deciso di pubblicare il nostro disco, quella settimana non c’era quasi nessun altro album in uscita. E anche lavorare con le ditte che producono i dischi è stato molto facile perché nessuno stava facendo dischi in quel momento. Ora sta succedendo esattamente l’opposto: ci vogliono dieci mesi per avere un LP perché c’è così tanto materiale che sta uscendo. Credo che siamo stati davvero molto fortunati e credo che la gente abbia apprezzato. Credo che la gente abbia apprezzato qualcosa di nuovo.

Quali sono state le vostre principali influenze, sia a livello di testi che di musica, per il vostro nuovo album?
Non saprei dirti musicalmente perché io e Malcom (Middleton) ascoltiamo musica molto differente. La pandemia ha cambiato il nostro modo di scrivere. Di solito Malcom mi mandava una cassetta con delle parti di musica, poi la portavo a casa, ci disegnavo intorno qualcosa e realizzato un demo. Ora invece ci siamo passati il materiale via computer. Non è veramente cambiata troppo. Ho ascoltato tantissime cose classiche e tranquille: ieri sera, per esempio, mentre ero a letto, ascoltavo Scott Walker. E’ difficile da dire. Per quanto riguarda i testi, diversamente dal passato, credo che provengano da cose tormentate. Non parlano solo di me o di qualcuno in particolare. “The Turn Of Our Bomes” proviene da una vecchia tradizione del Madagascar: le persone riesumono i corpi e li vestono e ballano con loro. Fanno questa cosa ogni sette anni, fino a quando non si può più fare perché il corpo è rovinato. E’ una bella metafora per tante cose incluso rimettere insieme una band.

Per questo nuovo disco avete lavorato con la Rock Action, la label di proprietà dei Mogwai. E’ stato qualcosa di naturale per voi chiedere a loro di mettervi sotto contratto e di realizzare il vostro album?
Non credo che abbiamo firmato un contratto con loro. Sentivamo che nulla sarebbe andato nel modo sbagliato. In realtà non è stata una domanda vera e propria. E’ successo tutto in macchina. James dei Twilight Sad si è sposato, credo nel 2017 o forse nel 2018: Stuart dei Mogwai era al matrimonio, ma non sapeva come tornare a casa, così tornò a casa insieme a me e a un mio amico, che guidava la macchina. Mi ha chiesto se gli Arab Strap avrebbero pubblicato un nuovo album e, quando gli ho risposto di sì, mi ha detto che ovviamente lo avrebbero pubblicato loro. Ed è stato davvero così. E’ stato davvero così semplice. (ridiamo) Loro non ci hanno mai chiesto nulla e ci hanno lasciato lavorare. Glielo abbiamo semplicemente portato. Non abbiamo firmato un contratto, forse dovremmo. (ridiamo) E’ andato molto bene e ci hanno supportato moltissimo. E’ fantastico poter lavorare insieme a degli amici e a persone in cui hai fiducia, è senza dubbio una cosa molto positiva nell’industria musicale. (ride) E’ davvero un privilegio. Mi aspetto di rimanere con loro magari per sempre. Vedremo. (ridiamo) Il nuovo materiale che uscirà nel 2023 sarà realizzato dalla Rock Action perché lo hanno già pagato. Non ci sono dubbi a riguardo. (ridiamo)

Un’ultima domanda: per favore puoi scegliere una delle vostre canzoni, vecchia o nuova, da utilizzare come colonna sonora di questa intervista?
Credo che se dovessi scegliere una nostra canzone, quella sarebbe “The Turning Of Our Bones”. Non so se sia la mia preferita, ma è stata la base per il nostro nuovo album. Scelgo quella.

Grazie mille. Spero di vedervi presto e in bocca al lupo per i vostri concerti italiani dei prossimi giorni.
Grazie a te.

Photo Credit: Kat Gollock

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